giovedì 1 giugno 2017

Can we avoid another financial crisis- Steve Keen

Steve Keen, economista australiano che insegna Economia alla Kingston University, è un economista controcorrente impegnato a combattere contro il mainstream economico. Nella prima parte del libro critica i suoi colleghi economisti incapaci di prevedere la crisi perché ignorano alcuni aspetti fondamentali presi in considerazione da economisti ”eterodossi”, come H. Minsky, in particolare la importanza e il ruolo del debito privato in un economia capitalistica.
Critica inoltre l’approccio microeconomico alla macroeconomia che non coglie la complessità: fenomeni a livello macro non possono essere estrapolati dai comportamenti micro. Pertanto bisognerebbe partire da alcune proposizioni macroeconomiche, che sono indubbiamente vere, per costruire un modello che può essere più realistico e che spieghi i cicli economici (endogeni).
In particolare il debito gioca una ruolo fondamentale nella crisi, in quanto più volatile del PIL, quando il tasso di crescita del debito precipita inizia la crisi, a supporto di tale tesi mostra i dati degli USA negli anni precedenti la crisi.
Successivamente illustra la importanza della moneta e del circuito bancario nella creazione del credito. Il nesso causale corretto è quello che va dal credito e porta alla disoccupazione e all’aumento della spesa pubblica e non il viceversa. Il credito infatti sostiene il livello della domanda e del reddito. Dimostra anche come le colpe della crisi di debito innescate da politiche sbagliate finiscano per cadere erroneamente sulle spese governative che sono invece l’effetto. Mostra inoltre che attualmente molti paesi trovano con livelli di debito privato molto alti (tra cui la Cina).
Le conclusioni sono piuttosto pessimistiche, risolvere tali situazioni non è semplice tenuto conto anche dello stato del pensiero economico, come possibili rimedi cita l’aumento del offerta di moneta che riduce indirettamente il peso del debito o, ancor più difficile, una riduzione diretta del debito.

Il libro è molto interessante e di piuttosto facile lettura (mentre il suo Debunking economics che tratteremo in seguito è molto più complesso), comunque rilevo che evidenzia poco il legame tra l’aumento della diseguaglianza e la la riduzione dei redditi da lavoro con l’aumento indotto del debito.

martedì 30 maggio 2017

Fundations of democracy –Hans Kelsen

Oggi faremo una sintesi di uno dei contributi più famosi sulla teoria della democrazia, si tratta di un articolo pubblicato su Ethics dal titolo "Fundations of democracy” di Hans Kelsen, tradotto in italiano nel libro La democrazia, edito dal Mulino.

Nella prima parte descrive cosa significhi democrazia. Esclude che esista e sia oggettivamente determinabile il cosiddetto “bene comune” (vedi anche Schumpeter) e che il popolo sia in grado di conoscerlo, la volontà del popolo rimane una figura retorica. Pertanto la definizione corretta di democrazia è come governo “del popolo”, che non presuppone una sua volontà e che designa un governo nel quale il popolo partecipa, direttamente o indirettamente, mentre non condivide la dizione governo per il popolo (che presuppone una definita volontà popolare).
La rappresentanza del popolo (democrazia indiretta) avviene tramite i suoi rappresentanti eletti in elezioni democratiche ( libere, universali e a suffragio segreto) 
La essenza della democrazia è quindi la partecipazione nel governo e la creazione e applicazione di norme generali e individuali dell’ordine sociale, che costituisce la comunità.
Per il popolo va inteso il più grande numero possibile di membri della comunità capaci di partecipare nel processo di rappresentanza democratica.
Per democrazia si intende laddove il potere del popolo non è limitato, mentre il liberalismo prevede la restrizione del potere del governo (i principi di democrazia e liberalismo non sono la stessa cosa). Comunque la democrazia deve garantire alcune libertà intellettuali (libertà di stampa, ecc.).
Bisogna inoltre distinguere tra cosa è la rappresentanza in democrazia dalla questione se la rappresentanza democratica assicura la esistenza (soddisfacente) dello Stato.
Il principio generale è che l’ordine legale costituente lo Stato è valido se e solo se è rispettato dagli individui il cui comportamento è da esso regolato.
Solo un valido ordine legale può determinare i rappresentanti e solamente un effettivo ordine legale è valido. Il principio di validità si riferisce all’ordine legale e non agli organi dello Stato. Sono quindi le norme e non gli organi politici validi, quindi solo un valido ordine legale costituisce la comunità chiamata Stato.
Solamente sulla base di tale ordine legale sono possibili gli organi dello Stato e ciò significa rappresentanza. La validità come qualità di un ordine costituito è una condizione di ogni tipo di rappresentanza. La rappresentanza del governo dipende solo dal fatto se agisce in conformità a un valido ordine legale costituente lo Stato. Un governo è democratico, solamente ed esclusivamente, se è stabilito in un modo democratico, cioè su base di un suffragio universale e libero. Solo in una democrazia il governo rappresenta l’intera società perché rappresenta la società includendo il governo, che rappresentando il popolo rappresenta lo Stato.
L’ordine legale determina non solamente la funzione ma anche l’individuo che deve attendere a tale funzione. Nella democrazia rappresentativa gli organi rappresentano lo Stato rappresentando la popolazione dello Stato. Sottolinea poi la importante differenza tra il concetto di essenza della rappresentanza democratica da quello delle condizioni sotto le quali un sistema democratico funziona in maniera soddisfacente. 
Per quanto attiene gli aspetti filosofici per Kelsen una convinzione politica è coordinata con una definita visione del mondo. 
L’assolutismo filosofico è la visione metafisica per cui vi è una realtà assoluta.
Il relativismo filosofico difende dottrina empirica che la realtà esiste solo nella cognizione umana, la realtà è relativa al soggetto conoscente.
Ma se c’è una realtà assoluta deve coincidere con un valore assoluto, e tale valore immanente nella realtà è una creazione o emanazione di un assoluta bontà; mentre il relativismo separa realtà e valore e distingue tra le proposizioni inerenti la realtà e i giudizi di valore.
La libertà di cognizione, nel senso di auto-determinazione, è un pre-requisito del relativismo, e gli individui come soggetti della conoscenza sono uguali. Quindi, se libertà ed uguaglianza sono elementi essenziali della filosofia relativistica, la sua analogia con la democrazia politica diventa evidente.
Il dualismo tra natura e società che è in stretta connessione con la distinzione tra realtà e valore è caratteristico della filosofia relativistica. La società come un sistema differente dalla natura è possibile solo con un ordine normativo del comportamento umano. La esistenza di un ordine normativo presuppone la libertà metafisica dell’ uomo (indeterminismo).
La filosofia assolutistica non separa la realtà dal valore, la natura dalla società, la causalità dalla normatività. La relazione tra l’oggetto della conoscenza (assoluto) e il soggetto della conoscenza, l’individuo umano, è molto simile a quello tra governo assoluto e i suoi soggetti. Esiste un parallelismo tra assolutismo politico e filosofico, il primo ha di fatto la tendenza a usare il secondo come strumento ideologico. 
La democrazia non può essere una dominazione assoluta, neanche di una maggioranza. Il governo non può interferire in certe sfere di interesse individuali.
Il carattere razionalistico della democrazia si manifesta specialmente nella tendenza a stabilire l’ordine legale dello Stato come un sistema di norme generali create da una procedura ben organizzata allo scopo.
Un ordine sociale in generale e un ordine legale (la legge dello Stato) presuppongono la possibilità di una differenza tra il contenuto dell’ordine e la volontà degli individui soggetti ad essa. La libertà dunque è compatibile con l’essere soggetto alla volontà generale, la trasformazione della libertà naturale in una differente libertà la “libertà civile”( Rosseau).
Il principio del voto della maggioranza è previsto nel contratto sociale come norma basilare dell’ordine sociale. Se il principio di maggioranza per lo sviluppo dell’ordine sociale è accettato, la idea di libertà naturale non può essere completamente realizzata, solo una sua approssimazione è possibile. La libertà politica significa accordo tra volontà individuale e volontà collettiva espressa nell’ordine sociale. La negazione totale del valore della libertà è l’idea di autocrazia.
Nella ideologia autocratica il sovrano è un autorità che rimane fuori dalla comunità, di origine divina, la usurpazione della sovranità è velata dal mito del leader.
Nella democrazia la sovranità non ha caratteristiche soprannaturali e il governante è stabilito attraverso una procedura razionale e pubblicamente controllabile, la sovranità non può essere monopolio permanente di una singola persona.
Tolleranza, diritti delle minoranze, libertà di parola e di pensiero, caratteristiche della democrazia, non hanno posto in un sistema politico basato sulla fede in valori assoluti.
Nell’articolo segue un analisi del rapporto di democrazia e religione analizzando le idee espresse in proposito da alcuni teorici cristiani; per Kelsen la religione è per sua natura una fede in un valore, ideale perfetto in quanto crede in Dio, ciò va in conflitto con la necessità di una visione relativistica, cioè il conflitto tra un idea di giustizia assoluta contrapposta a quella di giustizia di un ordine dinamico che si applica a una realtà sociale in continuo cambiamento. Infatti una delle condizioni essenziali della democrazia è la tolleranza che presuppone relativismo, la relatività della verità o dei valori implica che verità o valori opposti non possano essere completamente esclusi. La volontà di un Dio assolutamente non conosciuto e non conoscibile agli uomini non può essere applicata alla società umana. Per Kelsen è difficile capire come possa essere il Cristianesimo la vera essenza della democrazia se il Cristianesimo come religione è indifferente ai sistemi politici in accordo con la distinzione effettuata da Cristo tra cose politiche e religiose.

Nell’ultima parte del saggio affronta la questione se esista una relazione essenziale tra la democrazia e i due sistemi economici in competizione: capitalismo e socialismo.

Per Kelsen né il socialismo né il capitalismo implicano una procedura politica definita e pertanto entrambi sono, in principio, compatibili con la democrazia come pure con l’autocrazia. In base alla esperienza storica si potrebbe ritenere più favorevole il capitalismo del socialismo ma questa non è una risposta scientificamente fondata.
Il socialismo marxista è politicamente anarchico (nella fase finale) piuttosto che democratico. 
In un sistema capitalistico il governo può essere sotto la influenza decisiva dei possessori dei mezzi di produzione, così che il governo solo apparentemente dirige il processo legislativo ed esecutivo.
La pianificazione economica non comporta necessariamente un sistema autocratico, lo stesso liberalismo classico non significa una completa libertà economica. Non è la libertà economica, piuttosto la libertà intellettuale ( libertà religiosa, di scienza, di stampa, ecc.) che è essenziale per la democrazia. Per Kelsen è sostanzialmente vero che la libertà della soddisfazione delle necessità non economiche in una società capitalistica è la libertà del ricco piuttosto che del povero.
Le libertà umane garantite da una costituzione democratica in una democrazia capitalistica potrebbero essere solo formali o legali, d’altra parte non ci sono ragioni per assumere che tali garanzie formali e legali non siano possibili in un sistema socialista.
Conclude, infine, che anche tra libertà e proprietà privata non esiste una connessione essenziale al contrario di quanto sostenuto da Locke ed Hegel.

sabato 20 maggio 2017

Le tre priorità di Renzi e quelle della sinistra

Secondo il nuovo segretario del PD alla assemblea nazionale le tre priorità del partito sarebbero: lavoro, casa e mamme. Sulla prima non avrei niente da dire visto che il lavoro è alla base della art.1 della nostra Costituzione e fondamento della Repubblica, ma a parte questo nell'insieme queste indicazioni sono veramente deludenti ed è triste vedere come il maggiore partito della sinistra nato con tante speranze, comprese le mie, si sia ridotto a così poco da un punto di vista ideologico e programmatico. A mio parere un partito progressista dovrerebbe ritornare alle base della democrazia e in particolare agli ideali della Rivoluzione Francese con alcune precisazioni. Si mi riferisco al famoso "libertè, egalitè e fratenitè".
Libertà intesa come libertà individuale e di impresa che come dice la nostra Costituzione non può svolgersi contro la utiltà sociale, questo per garantire lo sviluppo economico e quindi creazione del lavoro.
Uguaglianza intesa come uguaglianza di opportunità e di pari possibilità, per garantire che siano date a tutti le possibilità di garantire la propria realizzazione, con enormi vantaggi per tutta la società permettendo a tutti di dare il loro pieno contributo.
Solidarietà non solo per motivi morali ma anche per motivi razionali, perchè una distribuzione più equa delle risorse e del produzione garantisce anche un sistema economico più equilibrato e in grado di garantire anche un maggiore sviluppo e minori rischi di stagnazioni economiche.
Tutto ciò è anche contenuto nella nostra Costituzione, che dovremmo applicare piuttosto che riformare in malo modo.
Sono profondamente deluso da Renzi,  che avevo anche votato alle prime primarie,quelle in cui ha perso contro Bersani, poi piano piano ho visto uno scollamento profondo tra le sue parole e le azioni conseguenti, per poi adesso anche essere decaduto nei contenuti palesando una forte involuzione, infatti il PD ormai non lo voto più da un bel pò.

lunedì 8 maggio 2017

Macron ha vinto, viva Macron?

Macron ha vinto con il oltre il 66% dei votanti, con un astensione del 25% sarebbe il 66% del 75% ovvero circa il 50%, ammettendo pure che una percentuale di non votanti è fisiologica vanno contate le schede bianche, insomma aldilà dei proclami non è una gran vittoria, molti hanno preferito non votare piuttosto che l'alternativa Le Pen. Ma lasciamo i dati numerici la sostanza è un altra, Macron è stato bravo a presentarsi come nuovo anche se tanto nuovo non è, fa parte dell'establishment, Ministro e allievo del classico ENA che proprio antoganista non è, per non parlare della Banca Rothschild....Il problema è appunto questo, come fa una persona che proviene dall'establishment a modificare con politiche nuove ciò che è stato provocato dall'establishment? Macron non è stupido ovviamente ma non credo da quello che si evince dal suo programma che voglia cambiare registro. Il problema come abbiamo più volte detto è l'Europa fondata sull'euro e le conseguenti politiche assurde di austerità. Macron afferma che questa Europa non gli piace, ma intanto la sua elezione ha fatto tirare un sospiro di sollievo a molti e la Merkel si è congratulata con lui. Qui l'unica cosa da cambiare è la guida europea germano centrica che sta facendo soffrire tutti i paesi del sud, ma anche la Francia soffre, l'euro è comunque sopravalutato e le politiche di contenimento del deficit non servono a nessuno. Vediamo le prossime mosse, se continuerà con l'asse franco-tedesco continuerà la solita storia, la Germania rimarrà il campione dell'export e le altre economie arrancheranno a quel punto come diceva la famosa canzone su Bartali di Paolo Conte .." e i Francesi che si incazzano..".

mercoledì 26 aprile 2017

Sei lezioni di economia –Sergio Cesaratto Imprimatur editore

Sergio Cesaratto è professore di Economia Politica alla Università di Siena, in questo libro si dedica alla divulgazione economica.
Le prime tre lezioni  sono una buona sintesi di  economia, partendo dai concetti  dell’economia classica, per proseguire con Keynes, mettendo in luce poi in particolare la critica di Sraffa  alla idee della economia marginalista. Le tre lezioni successive sono dedicate, la prima, alla moneta e al cosiddetto  vincolo estero, segue  un breve excursus sulla storia dell’economia italiana dal secondo dopoguerra a oggi, infine  l’ultima parte è dedicata alla politica monetaria della Banca Centrale Europea.  
La tesi centrale  del libro non è nuova e già descritta in altri testi di cui abbiamo parlato: l’euro e le politiche di austerità farebbero parte di un progetto a lunga scadenza di annullamento delle conquiste del dopoguerra (sicurezza del posto di lavoro, sanità pubblica, pensioni ecc.)
L'euro per l’autore  è infatti come la centrale di Chernobyl: “ha dapprima portato devastazione attorno a sé, per essere poi racchiuso in un sarcofago di cemento - con Draghi capocantiere - entro cui, tuttavia, esso continua a bruciare e a essere pronto a esplodere di nuovo", ma conclude: “Se l’euro franerà, sarà attraverso un crollo a caldo” per via di una qualche grossa crisi.

Un libro sicuramente interessante, Cesaratto si toglie i panni del professore troppo serio adottando uno stile  colloquiale, con battute, e interazioni con un ipotetico intervistatore, che rendono la lettura piacevole e scorrevole. Sicuramente più interessante la prima parte che consente  al lettore di avvicinarsi ai temi economici con chiarezza e semplicità di linguaggio (nel mio libro sono trattati in maniera più estesa), sul tema dell’euro però non aggiunge niente a ciò che è stato finora detto da molti altri autori.

lunedì 3 aprile 2017

La fine della storia e l’ultimo uomo- Francis Fukuyama

Il libro di Fukuyama non è un libro recente, risale agli anni ‘90 ed è stato al centro di un grande dibattito, l’ho riletto in questi giorni per rispondere alla domanda: è ancora attuale? 

Il libro si svolge su due piani: storico e filosofico, e la domanda cui vuole rispondere l’autore è se la storia abbia una direzione e se abbia raggiunto una fine, come riteneva Hegel ma anche Marx, che asserivano che la storia umana avrebbe avuto una fine una volta che si fosse raggiunta una società tale da soddisfare i profondi e fondamentali desideri della umanità.
Sicuramente ciò che per l’autore ha una direzione ben precisa è la ricerca scientifico-tecnologica che progredendo, nell’ambito del sistema capitalistico e di mercato, ha consentito di raggiungere elevati standard di vita ed economici nei paesi sviluppati.
Uno degli aspetti principali della natura umana è che l’uomo non ha solo esigenze materiali e comportamenti razionali ma, riprendendo ancora Hegel, uno dei fondamentali bisogni umani sia quello del “riconoscimento”, cioè essere considerato per il suo valore ma anche di avere una dignità. Questo bisogno di riconoscimento, nel suo aspetto più negativo, ha prevalso all’inizio della storia con la componente (megalotima) con le lotte per la supremazia e la instaurazione del binomio signore-servo. 
Quest’ aspetto viene superato nella democrazia, che riesce a sostituire il desiderio irrazionale di essere riconosciuto come più grande degli altri con il desiderio di riconoscimento come uguale (isotimia), la lotta per la supremazia viene in qualche modo sublimata nel sistema capitalistico nella conquista della supremazia economica . 
Il sistema democratico, quindi, nell’ambito di un sistema di mercato, sembrerebbe aver raggiunto il miglior compromesso tra le esigenze razionali di conservazione e le esigenze irrazionali di supremazia, rappresenterebbe quindi la fine della storia?
Fukuyama pur sostenendo che le attuali democrazie liberali siano sistemi migliori dei precedenti non nasconde che la democrazia abbia ancora delle contraddizioni; due sono le critiche che vengono, da sinistra e da destra. Da sinistra la critica sostiene che il riconoscimento sarebbe imperfetto perché solo formale e non accompagnato da un'effettiva uguaglianza di possibilità, nella critica di destra (con riferimento a Nietzsche) la tendenza alla eguaglianza democratica sarebbe frustrante, visto che l'uguaglianza del riconoscimento non sarebbe specchio reale delle differenze tra uomo e uomo.
La fine della storia sarebbe quindi, secondo Fukuyama, nell'attuale sistema liberaldemocratico, anche se nel finale non da per scontato che questo sia l’esito finale, l’aspetto irrazionale infatti è sempre presente nell’uomo che porta dentro di se la perenne insoddisfazione anche per sistemi politici che si sono dimostrati alla lunga migliori in confronto agli altri. 
Complessivamente un libro molto stimolante, pieno di riferimenti storici e filosofici, anche se in alcune parti le conclusioni sono solo in parte condivisibili, pertanto ritengo che sia un libro ancora interessante da leggere, anche se Fukuyama successivamente ha parzialmente modificato il suo punto di vista.

lunedì 13 marzo 2017

Le idee dell'economia gratis

Comunicazione di servizio in questi giorni sino a giovedì il libro Le idee dell'economia pubblicato suAmazon (vedi collegamento accanto) è in download gratis.

sabato 4 marzo 2017

COME LA DEMOCRAZIA FALLISCE

In questo libro l’autore, Raffaele Simone professore di linguistica all’Università di Roma e autore di numerosi saggi di analisi politica e di filosofia, fa una esame quasi anatomico della democrazia, che non gode infatti di buona salute in molti paesi occidentali da alcuni anni.


La democrazia è un sistema molto fragile e, per l’autore, si basa su alcune ”finzioni”, cioè contiene alcuni elementi utopistici e in contrasto con la realtà.

Una prima finzione è quella dell’idea di uguaglianza che contrasta con la situazione sia naturale e sia artificialmente creata della realtà umana e sociale.
La seconda finzione è il concetto di sovranità popolare che nella realtà viene conferita per via elettorale a un numero ristretto di eletti.
Un'altra finzione è quella conseguente della rappresentatività dell’eletto, che è difficilmente attuabile e controllabile in pratica.
E’ ancora una finzione quella di accessibilità universale condizionata: cioè che chiunque può accedere alle cariche pubbliche, cosa molto più vera in teoria che in pratica.
Per ultimo quella dell’inclusione illimitata, la finzione per cui chiunque può rifugiarsi, stabilirsi, lavorare, riprodursi in un paese retto democraticamente, cosa che l’aumento massiccio di immigrazioni ha reso praticamente irrealizzabile e a rischio.
Oltre a queste difficoltà endogene bisogna aggiungere il carico dovuto alla globalizzazione e alla forza internazionale della economia di mercato che restringono gli spazi di manovra degli Stati nazionali e della democrazia, elemento che a mio parere sta diventando preminente rispetto alle difficoltà interne.
Dinanzi alla scoperta che i pilastri dell’ipotesi democratica sono in affanno e tendono a indebolirsi si stanno generando dei fenomeni di risposta da parte dei cittadini, da una parte la disaffezione dal voto e, dall’altra, la cosiddetta antipolitica con il richiamo alla democrazia diretta.
Le sue conclusioni sono piuttosto pessimistiche e non lasciano prevedere una soluzione a questa crisi, questo è l’elemento che meno mi è piaciuto del libro forse si poteva indicare, anche se molto difficile, qualche elemento di speranza o di evoluzione.
Nel complesso è un libro scritto bene e facile da leggere, con molti spunti di riflessione.

venerdì 24 febbraio 2017

Auto-organizzazioni- A.De Toni, L. Comello, Lorenzo Ioan Il mistero dell’emergenza nei sistemi fisici, biologici e sociali

Il tema del libro è difficile e affascinante allo stesso tempo: la teoria della complessità e, in particolare, come nasce spontaneamente l’organizzazione in sistemi complessi composti da molti elementi semplici.
Il libro analizza tre distinti ambiti: quello fisico, quello biologico e quello sociale.
Nei sistemi fisici gli elementi sono caratterizzati dal fatto di sottostare a regole piuttosto rigide e deterministiche, ciò non toglie che possano emergere da aggregazioni di elementi fenomeni non prevedibili, un esempio è il mucchio di granelli di sabbia in cui non sappiamo quale sarà il granello che farà collassare l’intera struttura.
I sistemi viventi sono ancora più complessi, ma anche qui abbiamo esempi di situazioni  in cui, pur da  schemi di comportamento semplici, possano aver luogo auto-organizzazioni capaci anche di reagire a mutamenti ambientali. Si possono, quindi,  costruire dei  progetti complessi (ad es. alveare) a partire da operazioni semplici senza un apparente direzione lavori o progetto.
Infine, gli autori affrontano il tema sociale delle organizzazioni umane e come  anche nella società umana si trovano esempi di auto-organizzazione.
In conclusione quello che emerge a vari livelli è che semplici agenti seguendo regole in modo deterministico possono generare strutture sorprendentemente complesse.
Un libro interessante pieno di esemplificazioni e riferimenti teorici e partici, a volte non facile e che necessita più di una lettura.


mercoledì 22 febbraio 2017

Breve storia del futuro- Jacques Attali- Fazieditore

Il libro che presentiamo oggi è di J. Attali: Breve storia del futuro. Attali è un economista che è stato presidente della Banca Europea dello Sviluppo e consigliere di Stato. Il libro è uscito nel 2006 ma rivisto nel 2016. Nella prima parte fa una sintesi, breve ma efficace, della storia mondiale, in particolare del capitalismo. La storia del capitalismo è caratterizzata dalla presenza di centri (o "cuori come li definisce l'autore) che si sono succeduti nel tempo: da Bruges passando per Venezia sino ad arrivare a New York e ora Los Angeles. Nella seconda parte delinea una previsone del futuro fatta di alcune fasi. In una prima fase l'impero americano, pur rimanendo centrale, tenderà a decadere per lasciare il posto ad un mondo policentrico. Successivamente si avrà una preminenza del mercato (Iperimpero)  che tenderà a ridurre ulteriormente il ruolo degli Stati nazionali. Questa fase porterà ad una situazione di confusione caratterizzata da conflitti locali e per la conquista delle risorse scarse. Tali conflitti potrebbero, in seguito, tramutarsi in una guerra globale (Iperconflitto). Infine, più un auspicio che una certezza, potrebbe emergere una ripresa della democrazia a livello globale (Iperdemocrazia) con la formazione di istituzioni globali che nasceranno dall'unione di istituzioni locali e nazionali.
Avventurarsi nella previsione del futuro è certo una impresa difficile e rischiosa, il libro comunque risulta interessante e ricco di spunti di riflessione, anche se in alcune parti non convincente. Mi pare anche poco evidenziato il tema dei cambiamenti climatici che potrebbe giocare un ruolo decisivo nella storia futura, comunque complessivamente un libro da leggere.

giovedì 9 febbraio 2017

I cazzari non servono.

Non riesco più a vedere la TV, le trasmissioni tipo talk-show sono noiose, trattano di argomenti di politica spicciola: cosa fa Renzi, la Raggi, Grillo, ecc.; temi trattati da giornalisti spesso ignoranti che vogliono fare i tuttologi ma sanno poco, a volte si parla di temi economici e sociali con personaggi che magari sono forti in storia dell’arte (Sgarbi) o di storia (Mieli) ma di economia non capiscono un acca, poi ci sono i politici che sono ancora più penosi. Infatti mi limito a guardare Internet nei siti più interessanti e blog, su twitter seguo qualcuno selezionato che dice cose quantomeno approfondite, su facebook lasciamo perdere è pieno di bufale o stupidaggini. 


Poi dice che l’Italia va male, grazie con questo livello di informazione e bassa propensione a leggere libri (e anche qui ci sarebbe da dire su anche quello che si trova negli scaffali) come possiamo farci un opinione ragionata, come possiamo discutere di cose che realmente ci riguardano e non di sesso degli angeli?

Purtroppo la verità è che non ci servono cazzari a tutti i livelli, dello story-telling ne ho piene le tasche. Prendiamo Renzi per anni ci hanno sbandierato che era un rottamatore e innovatore, che dire sicuramente si è dato da fare ma i risultati sono poca cosa: un job act che ha funzionato dando molti soldi e raccogliendo in proporzione poco per i soldi distribuiti, riforme costituzionali fatte male e bocciate a larga maggioranza, soldi distribuiti a casaccio per elemosine elettorali, una riforma della scuola che non è piaciuta, sul tema Europa solo qualche sfuriata inutile e nessuna strategia o tattica per dare un colpo alle disgraziate politiche europee (per esempio battersi per un piano di investimenti pubblici seri e che fossero fuori bilancio), insomma questo sarebbe un grande statista? E della Raggi? Un pianto, e i giornalisti invece di incalzarla sui temi seri di una città rovinata da decenni di ruberie e incurie (e con una cittadinanza non proprio esemplare per virtù civiche) parlano di assicurazioni o altre menate varie di cui poco ci interessa. Insomma i cazzari non servono, eppure di persone preparate in giro ci sono, ad esempio qualche giorno fa a La 7 sentivo Minenna parlare di economia e di euro e finalmente ho ascoltato qualcuno che diceva cose argomentate e pensavo quanto è cretina la Raggi a farlo andare via, o i vari commissari alle spending review messi li e poi abbandonati e inascoltati. 
Insomma cittadini quando lo volete capire che i cazzari non ci servono, la realtà politica, economica e sociale è complessa, non esistono soluzioni facili e neanche pasti gratis, però qualche studio e passo avanti nella conoscenza sociale ed economica si è fatto negli ultimi secoli e ci facciamo rappresentare da Salvini?

mercoledì 18 gennaio 2017

Commento su:A Modest Proposal for Resolving the Eurozone Crisis-Yanis Varoufakis, Stuart Holland, and James K. Galbraith

Riparliamo di euro, tema che riprendiamo dopo un pò di tempo. La situazione non è cambiata e il mio pensiero riamane lo stesso, fondare l’Europa sull’euro è stato un errore, ultimo a confermarlo è stato A. Sen ieri a otto e mezzo su La7 (vedere la faccia di Giannino è stato impagabile per il resto c’è Mastercard).
Cominciano ad essere sempre meno coloro che pensano che l’euro si salvi, comunque oggi parliamo di una delle proposte più articolate per salvarlo fatta da Y. Varufakis ed altri. La proposta si  compone di 4 parti perché quattro sono i problemi per gli autori dell’area euro, li metterò in ordine diverso dalla proposta, ordine a mio parere per importanza e  fattibilità.
Il primo problema è la recessione per cui serve un piano di investimenti per rilanciare l’economia, investimenti che invece sono in calo dappertutto. Qui le istituzioni ci sono è sono rispettivamente la Banca Europea per gli investimenti e il Fondo Europeo per gli Investimenti.
La Banca Europea per gli investimenti finanzierebbe con emissioni di bond che avrebbero tassi più bassi di quanto non potrebbero se fossero emessi dalle nazioni stesse, tra l’altro la BCE potrebbe aiutare a mantenerli bassi con acquisti sul mercato secondario. I flussi di guadagni provenienti dagli investimenti ripagherebbero poi i bond emessi, in ogni caso queste spese non  graverebbero sui bilanci degli stati nazionali. Quanto dovrebbe essere investito non lo dicono, considerando che il piano Junker prevedeva 600 miliardi di cui solamente 20 pubblici, per essere veramente efficace stiamo parlando di un piano di investimenti pubblici di qualche centinaio di miliardi almeno inizialmente.
Questa è la misura secondo il mio parere più urgente e anche quella che potrebbe essere più facilmente applicata  a livello europeo, su questo si dovrebbero battere i nostri governanti, e non solo,  invece di fare “la moina” con la Commissione Europea.
La seconda proposta è quella relativa al sistema bancario, tema caldo in Italia ma anche in tuta Europa.
La proposta è che le banche che necessitano di essere ricapitalizzate invece di farlo per il tramite dei governi nazionali e poi da questi tramite ESM (Meccansimo Europeo di Stabilità) vengano ricapitalizzate dall’ESM stesso acquisendo quindi le azioni delle banche direttamente, scegliendo il nuovo board della banca. Su questa proposta gli autori non si dilungano, quindi quali sarebbero  i vantaggi non sono esplicitati, al contrario non credo che tale proposta venga ben accolta dai governi nazionali che perderebbero un ulteriore elemento di controllo del sistema bancario.
Terza proposta è quella di rifinanziare  il debito degli stati che non supera il limite del 60%del PIL. Questo debito in ECB bond potrebbe essere convertito ad un tasso di interesse minore ma comunque di competenza degli stati stessi. E’ chiaro lo scopo della proposta ridurre il peso del debito e dei suoi interessi senza dover ricorrere al meccanismo OMT, che significa poi sottostare ai diktat della troika che hanno significato di fatto austerità e recessione. Che dire la proposta non è totalmente nuova ed è sicuramente uno strumento utile per ridurre il peso del debito ma credo proprio che su questa proposta la Germania e altri non ne vogliono sentire parlare, per cui anche addolcendo un poco la pillola non credo che nessuno la voglia prendere in considerazione.
Infine l’ultima, in cui raccomandano che l’Europa adotti immediatamente un programma di solidarietà per l’emergenza sociale (ESSP) che garantisca l’accesso alla nutrizione e ai beni di prima necessità per tutti gli europei, e che si traduca in un Programma Europeo di Buoni Alimentari modellato sull’equivalente degli USA. 
Questi programmi dovranno essere finanziati dalla Commissione Europea utilizzando gli interessi accumulati mediante ad esempio il sistema europeo delle banche centrali, dal bilancio del sistema TARGET2, dai profitti realizzati attraverso il mercato delle obbligazioni nazionali o altro.
Da un punto di vista umanitario non c’è dubbio che sarebbe una misura necessaria, ma visto che coloro che ne sarebbero i beneficiari non contano niente a livello politico europeo proprio nessuno ne avrà a cuore le sorti.

Insomma nel complesso un buon esercizio teorico ben fatto e che contiene un certo sforzo di realismo che, comunque date le attuali condizioni politiche dell’area euro, rimane in pratica irrealizzabile, l’unico punto su cui si potrebbe aver un minimo di speranza è quello sugli investimenti, ma anche questo richiederebbe dei politici europei avveduti e con uno sguardo aldilà del mero tornaconto elettorale di breve periodo.

venerdì 13 gennaio 2017

Weitzman-L’economia della partecipazione: sconfiggere la stagflazione

Il libro che recensiamo oggi non è recentissimo, è uscito nel 1985 e non facilmente reperibile nuovo, comunque interessante perché mi consente di parlare di un tema sempre attuale ovvero cercare di trovare forme di retribuzione salariale che siano partecipative ovvero legate alle performance della impresa.
Nella prima parte l’autore riesce in maniera semplice e brillante a delineare i fondamenti della microeconomia e quindi del funzionamento della impresa; la situazione normale dell'economia è comunque caratterizzata da eccedenza di offerta e le imprese tendono a reagire, in presenza di incrementi di costi, aumentando i prezzi e riducendo la produzione. D'altra parte il modello salariale prevalente è sostanzialmente rigido, per cui lo scenario macroeconomico è che l'impresa a fronte di problemi tende principalmente a ridurre la produzione e meno i prezzi, con  un salario rigido si ha quindi  aumento di disoccupazione (ovvero salario rigido e occupazione variabile). Inoltre la soluzione keynesiana di una aumento della domanda per risolvere i problemi di disoccupazione comporta il rischio della inflazione che se unita alla stagnazione diventa stagflazione ( tipico problema del periodo in cui esce il libro). Per uscire da questa impasse la soluzione, per Weitzman, che consente di mantenere maggiormente stabile l'occupazione senza incorrere nel rischio di inflazione  è quella di un salario che sia in parte legato alle performance dell'impresa (ad es. ricavi). I vantaggi teorici di un sistema del genere sono vari, uno è che l'impresa tenderebbe ad assumere di più perchè il costo marginale del nuovo assunto risulterebbe più basso, quindi in definitiva il sistema crea maggiore domanda e soprattuto in un momento di crisi tende a licenziare meno in quanto i salari si adeguerebbero automaticamente ad un calo dei ricavi, oltre al fatto che tendenzialmente i sistemi a partecipazione tendono a coinvolgere maggiormente i lavaratori e quindi ad aumentare la produttività. Il problema, come evidenzia l'autore,  è che tali sistemi non risultano attrattivi per i lavoratori già impiegati, perchè il sistema comparta una potenziale riduzione del salario (rischio), tipico problema di una vantaggio pubblico (maggiore occupazione) in contrasto con il vantaggio individuale. La sua proposta è pertanto di favorire l'adozione di tali contratti con delle agevolazioni fiscali per i lavoratori per la parte variabile che quindi dovrebbe spingerli a trovare convenienza in questi contratti. Tutto apparentemente molto chiaro e sembrerebbe l'uovo di colombo. In realtà questo libro mi ha spinto a documentarmi su questo argomento e il conseguente dibattito  tra gli economisti. In particolare un altra proposta interessante avanzata sul tema è quella di Meade in cui, ad una quota di  salario fisso, ai lavoratori vengono aggiunte della azioni (azioni di lavoro non negoziabili sul mercato);  non mi dilungo oltre segnalo invece, per chi vuole approfondire, un analisi su questi sistemi di Giulio Zanella dell'Universita di Siena -Partecipazione con avversione al rischio e coordination failures: riconsiderazione e tentativo di sintesi dei modelli di Weitzman e Meade, che trovate su internet.

Credo che comunque in Italia su questi temi  e sulla partecipazione alla impresa il nostro sindacato sia rimasto per troppo tempo arrocato su posizioni troppo arretrate rispetto ad altri paesi europei, ed è anche uno dei motivi per cui la nostra produttività  è cresciuta poco o meno di quanto avrebbe potuto.