lunedì 11 dicembre 2017

Siamo prigionieri del dilemma del prigioniero

La teoria economica ha come fondatore riconosciuto Adam Smith, il quale era convinto che in fondo la spinta dell’uomo al proprio interesse poteva essere conveniente per tutti , secondo la famosa metafora della “mano invisibile” per cui le azioni interessate e non coordinate degli esseri umani alla fine producevano una situazione positiva per la società. Ovviamente Smith era un filosofo non banale e non era tenero con le élite produttive e dominanti (“I mercanti e padroni sono comunemente rivolti al loro interesse [...] che all’interesse della società”) e che si rendeva conto che i lavoratori avevano meno forza contrattuale (“I padroni, essendo in numero minore, possono coalizzarsi più facilmente”) ma alla fine era moderatamente ottimista sul futuro della società. Molti anni dopo Nash ( quello del bel film di Haward: A beautiful mind ) riusciva a dimostrare che non era cosi scontato che perseguire gli interessi personali porti a situazioni vantaggiose per tutti. Le sue conclusioni sono rappresentabili dal cosiddetto dilemma del prigioniero in cui due ladri sono indagati e indotti a confessare i reati. La soluzione teorica è che dati i vantaggi e svantaggi prospettati, e non potendo accordarsi prima, gli indiziati ( o prigionieri) finiscono per tradire il compagno. Tale soluzione è razionale, ma di fatto non confessando entrambi i due complessivamente prenderebbero meno anni di prigione. Questo dimostrerebbe che non è vero che perseguendo i propri interessi si facciano meglio i propri interessi o l’interesse generale. Questo è anche il motivo che spinge alcune aziende in competizione, non potendo eliminare il concorrente, a fare accordi collusivi sui prezzi. Ovviamente questa è una strategia vincente per le imprese che non sono costrette a farsi competizione al ribasso prezzi, mentre non lo è per i clienti. 
Insomma chi crede che il mercato sia un bene assoluto nega la realtà. D’altra parte le élite dominanti dovrebbero essere sufficientemente consapevoli che un eccessiva avidità e arricchimento a danno degli altri cittadini non è cosi conveniente. Un esempio di lungimiranza è rappresentato da Henry Ford che pagava bene i suoi dipendenti per farli divenire acquirenti delle automobili da loro prodotte. D’altra parte la storia ha mostrato che nel tempo i lavoratori si sono coalizzati ( sindacati) per ottenere maggiori salari o hanno cercato di influire sulle politiche adottate dallo Stato come elettori, politiche che portavano anche una redistribuzione dei redditi o a regolamentazioni del lavoro e della sua remunerazione. 
Al momento siamo vittime del dilemma del prigioniero, infatti grazie alla globalizzazione le aziende multinazionali possono cercare le condizioni di lavoro al minor costo e fare sempre più profitti, tra l’atro godendo anche dei vantaggi di eludere il fisco grazie alla elusione legale rappresentata da nazioni che fanno dumping fiscale se non ricorrendo proprio ai paradisi fiscali. Infatti, quello che si vede da alcuni decenni è che aumenta la quota profitti e diminuisce la quota salari e la ricchezza tende sempre di più a concentrarsi. Le élite dominanti dovrebbero essere più lungimiranti e capire che, se limitano la loro avidità, avrebbero la possibilità di stare comunque bene e una situazione sociale meno drammatica, ma a quanto pare il monito di Polanyi (“Nessuna classe che difenda rozzamente soltanto i suoi interessi può mantenersi al potere”) non li scalfisce e questo stato di cose potrebbe perdurare o forse anche peggiorare. Siamo noi cittadini che invece di arrabbiarsi con le solite vittime sacrificali (emigranti) dovremmo riprenderci il nostro potere e la democrazia, purtroppo non sono ottimista e il baratro è sempre più profondo.

mercoledì 22 novembre 2017

Perché è ora di riportare - e modernizzare - il governo di Carlota Perez

Pubblico la traduzione di un bellissimo articolo che condivido in pieno della economista Carlota Perez di cui abbiamo parlato.

Ritardi del governo

Quando Ronald Reagan disse negli anni '80 che "il governo è il problema", aveva ragione in un solo senso: che le politiche specifiche che erano state progettate per consentire il pieno dispiegamento della rivoluzione della produzione di massa erano inadeguate per affrontare il suo esaurimento e il suo declino. In realtà, il governo non sapeva ancora - e in effetti non poteva sapere - come affrontare l'emergente rivoluzione dell'informazione.
 Era vero, come avrebbe detto Schumpeter, che i liberi mercati liberi erano più adatti per il periodo di sperimentazione con le nuove tecnologie della Silicon Valley; e la concorrenza aperta era più propensa a persuadere i vecchi giganti del settore a modernizzarsi con i computer e a adeguarsi il nuovo paradigma organizzativo lanciato dai giapponesi. Tuttavia, non era realistico aspettarsi che i mercati proteggessero la società dalle devastazioni della distruzione creativa.
 Quello avrebbe dovuto essere il ruolo del governo. Ma il motto della Thatcher "TINA" ("non c'è alternativa") ha spento l'immaginazione del governo e ha condannato alla sofferenza che si è diffusa tra la popolazione attiva.

Iniziative e conseguenze

Ironia della sorte, non è stato un governo passivo, ma uno proattivo che ha sviluppato internet, prima di consegnarlo al settore privato. Senza Internet il vero boom della metà degli anni '90, non si sarebbe potuto verificare. La rivoluzione dell'informazione divenne veramente globale e il processo di distruzione creativa cambiò il volto dell'economia mondiale.
 Questo boom si è concluso nella  bolla seguita da un crollo, ma questo è tipico del periodo di distruzione creativa di qualsiasi rivoluzione tecnologica: è successo con i canali, con le ferrovie e con il boom edilizio degli anni '20. Meno tipica era la seconda bolla che seguì negli anni 2000.
 Dopo il crollo del NASDAQ, invece di frenare la finanza, i governi e le banche centrali hanno fornito liquidità facile, che è stata riversata in massicce speculazioni off-shore e abitative in una festa di strumenti finanziari sintetici, che hanno utilizzato la nuova tecnologia.

Donde ora?

Oggi, dopo il successivo crollo, siamo a un bivio. Come negli anni '30, la depressione ha rivelato la sottostante distruzione di posti di lavoro e, in questo caso, l'ulteriore impatto della migrazione industriale in Asia e altrove. Ancora una volta, esiste un enorme potenziale tecnologico in grado di trasformare l'intera economia e di aumentare la produttività in molte attività, ma la finanza non è pronta a correre rischi. Resta trincerata in un'economia da casinò, con trilioni di dollari seduti inattivi, a volte in obbligazioni con tassi di interesse negativi. I governi forniscono principalmente il QE che gestisce il casinò, apparentemente in attesa di finanziamenti e del “il mercato” per risolvere i problemi di crescita, disoccupazione e disuguaglianza.
 Peggio ancora, invece di approfittare di tassi di interesse estremamente bassi per investire e aumentare la produzione di ricchezza, i posti di lavoro e, di conseguenza, le tasse con le quali ripagare, hanno adottato austerità sul lato del bilancio e generosità nei confronti delle banche. Tuttavia, nessuna quantità di QE trasferirà finanziamenti per finanziare l'economia reale di beni e servizi, se il rischio non diminuirà.

Negli anni '30, Franklyn D. Roosevelt sperimentò molte delle politiche che in seguito avrebbero portato il boom del dopoguerra, ma furono accolte con feroce resistenza da parte di uomini d'affari e politici, che erano ugualmente convinti della magia del libero mercato. La prosperità dei "ruggenti anni Venti" è stata la fonte della loro convinzione, anche se si è conclusa in uno schianto precipitoso - proprio come oggi. E i mercati possono davvero, portare età d'oro - piuttosto che età dorate - ma solo quando il campo di gioco è inclinato dalla politica per fornire una direzione sinergica per l'innovazione e gli investimenti.

Direzioni multiple

Ciò che accade in questi periodi post-bolla-crollo, che ho definito i "punti di svolta" di ogni rivoluzione tecnologica, è che ci sono molte direzioni in cui le tecnologie rivoluzionarie possono essere adottate, ma nessuna sarà sicuramente redditizia. A questo punto del percorso dell'innovazione, dopo tutta la sperimentazione iniziale, il rischio tecnologico è minimo, ma il rischio di mercato può rimanere enorme. Mentre i primi decenni di una rivoluzione tecnologica sono guidati dall'offerta, una volta che le principali nuove infrastrutture sono state installate e il paradigma dell'innovazione delle nuove tecnologie è stato appreso, è soprattutto la domanda che tira l'economia.

Welfare State come gioco vincente

Ecco perché lo stato sociale fondato dopo la seconda guerra mondiale ha portato il più grande boom nella storia. Durante la guerra, gli affari hanno scoperto che, con una domanda garantita, la produzione di massa avrebbe prodotto un'alta produttività e costi inferiori. Hanno anche scoperto che lavorare con il governo era un buon affare.
 Quindi, quando furono istituite alte tasse per finanziare il sistema autostradale, la suburbanizzazione, lo stato sociale e la guerra fredda, vi fu relativamente poca resistenza. Le tecnologie di produzione di massa furono sviluppate prima della guerra, ma fu solo l'applicazione di queste direzioni post-belliche allo sviluppo che portarono alla creazione di milioni di posti di lavoro che trasformarono il personale semi-qualificato in consumatori a reddito medio.
 Con la pressione dei sindacati e il sostegno del governo, i salari aumentarono con la produttività e la società del consumo di massa fu modellata per adattarsi all'economia della produzione di massa. Le tasse elevate sono state accettate perché si sono immediatamente trasformate in domanda, come appalti militari o come assicurazione di disoccupazione (garantendo la continuità dei pagamenti mensili), sussidi agli agricoltori (riduzione dei costi alimentari e aumento della domanda di macchinari e prodotti chimici) e pensioni (per consentire salari speso senza preoccupazioni per il futuro). Era davvero un quadro istituzionale perfetto, adatto alla produzione di massa all'interno di economie nazionali relativamente chiuse.

La diversità rompe il vecchio modello

Stiamo vivendo una rivoluzione tecnologica molto diversa. Non omogeneizza ma piuttosto diversifica produzione e consumo; attraversa le frontiere in modo invisibile e porta naturalmente a un'economia globale; favorisce le abilità e la creatività piuttosto che la ripetizione semi-abile.

La globalizzazione ha spostato la produzione dove i costi di manodopera sono più bassi e dove cresce la domanda; la finanza opera attraverso il pianeta senza ostacoli e le società globali stabiliscono reti di valore interconnesse in diversi paesi. In pratica, gli interessi delle multinazionali non coincidono più con gli interessi delle società in cui hanno avuto origine. Ciò si traduce in stagnazione dei salari, crescente disparità di reddito e bassa creazione di posti di lavoro nelle ex società con salari alti.

Un ruolo per il governo ora?

In primo luogo, se guardiamo alla storia si  scopre che è a questa metà della fase di diffusione di ogni rivoluzione tecnologica, che il governo è intervenuto per creare domanda.
 Nel Regno Unito durante il boom vittoriano, il governo ha usato la diplomazia delle cannoniere per aprire i mercati del Giappone e della Cina alle merci britanniche. Nella Belle Époque, sostenevano o finanziavano la creazione di ferrovie transcontinentali, telegrafi transoceanici, porti per navi a vapore e ferrovie nei paesi dell'emisfero australe, per mercati veramente globali, che facciano parte dell'impero o no. Nel boom del dopoguerra, tutte le democrazie occidentali hanno costruito mercati nazionali dei consumi e degli appalti.
 La prossima cosa è identificare le tendenze che, se accelerate e supportate, potrebbero produrre enormi innovazioni e investimenti.
 Ho suggerito altrove che i problemi ambientali possono essere trasformati in soluzioni, con l'aiuto dell'attuale potenziale della rivoluzione ICT. Favorire la "crescita verde intelligente", intesa come una forte riduzione del contenuto tangibile sia in termini di PIL che di stili di vita, fornirebbe oggi una direzione per l'innovazione. Come il consumo di massa ha fatto negli anni '30, potrebbe diffondersi in tutta l'economia, aumentando significativamente la produttività di energia e risorse.
Il ricorso a stili di vita orientati alla salute, alla cura, alla creatività, all'apprendimento, alla manutenzione, al riciclaggio, al riutilizzo e così via, genererebbe un numero crescente di posti di lavoro, contrastando quei posti sostituiti dalla nuova tecnologia.
 Negli anni '50 e '60, contrariamente alla credenza popolare, non erano i lavori di produzione nelle nuove industrie a fornire tutti i posti di lavoro, ma piuttosto i servizi (compresi quelli governativi) sorti a causa del nuovo stile di vita consentito da queste tecnologie. Lo stesso è vero oggi - come è stato in ogni precedente cambiamento tecnologico. La Silicon Valley non è la fonte del futuro impiego, ma la tecnologia che fornisce ha il potenziale per creare una vasta gamma di nuove attività.
 Infine, i governi devono impegnarsi in una massiccia innovazione istituzionale e auto-modernizzazione, con l'audacia e l'immaginazione di Roosevelt e Keynes e adattati ai nostri tempi come le loro idee erano per loro. Vivere nel passato non ha mai dato buoni frutti per gli affari o il governo; ciò che è necessario ora è abbracciare in modo proattivo il futuro.

giovedì 9 novembre 2017

La disoccupazione tecnologica

Il tema della disoccupazione tecnologica sta diventando sempre più presente nei giornali, mi permetto di dire la mia.
Intanto il tema non è nuovo il problema se lo erano posto già 200 anni fa, in particolare possiamo citare Ricardo e Marx. Inoltre ci sono stati movimenti di rivolta contro la innovazione sempre nello stesso periodo, il cui esempio famoso è quello dei luddisti contro la innovazione del telaio meccanico.

La innovazione tecnologica è comunque inevitabile, anzi è uno dei motori principali dello sviluppo. Infatti le innovazioni tecnologiche permettono di acquisire, a chi le sa sfruttare, un vantaggio competitivo, nuovi prodotti o servizi o minori costi su prodotti e servizi consolidati. E’ quindi evidente che imprenditori e aziende siano spinti ad adottarli, questo ha caratterizzato il capitalismo dalla rivoluzione industriale in poi (vedi post su Technological Revolutions and Financial Capital) .
Da un punto di vista della teoria economica, come abbiamo visto, Ricardo è uno dei primi a porsi il problema, per Marx diventa uno dei fattori chiave della sua teoria, infatti la continua spinta alla meccanizzazione comporterebbe una maggior concentrazione della ricchezza e il progressivo impoverimento delle classi lavoratrici, con conseguente inevitabile necessità della rivoluzione comunista. Per alcuni gli economisti successivi il problema però non si porrebbe secondo il seguente meccanismo, l’aumento della meccanizzazione comporta un aumento dei profitti che si trasforma in aumento di risparmi che, a sua volta, genera un aumento di investimenti che permette la creazione di nuova produzione e lavoro innescando un ciclo positivo. Su questo punto la teoria economica si divide, già Malthus si pone in maniera critica evidenziando la possibile carenza di domanda, ma sarà Keynes, sull’onda della crisi del ‘29 a dare una spiegazione più completa. In sintesi il meccanismo di aumento degli investimenti tramite il risparmio non sarebbe automatico ma incontrerebbe degli ostacoli dovuti anche a fattori soggettivi (aspettative) e altre rigidità pertanto è necessario nei periodi di crisi compensare questa carenza di domanda con gli investimenti pubblici.
Quindi, se fino ad adesso le innovazioni tecnologiche non hanno comportato una disoccupazione di massa lo si deve anche al fatto che, nel tempo, nei paesi più sviluppati il peso e il ruolo dello Stato è decisamente aumentato nel corso del ‘900.
Il problema della attuale situazione è che il meccanismo di redistribuzione del reddito innescato dalle politiche pubbliche si è ridotto. Infatti oggi le aziende multinazionali, che possono beneficiare delle catene produttive globalizzate, riescono a macinare maggiori profitti, questi profitti in parte possono essere reinvestiti all’estero e in parte (vedi paradisi fiscali) possono eludere le tasse. Quindi il problema attuale è che meccanismi di riequilibrio tra redditi da lavoro e profitti operati dagli Stati nazionali sono inceppati dall’indebolimento della forza degli Stati nazionali a vantaggio delle imprese multinazionali. 
Quindi coloro che propongono uno Stato minimo, o comunque molto più leggero, non hanno la minima idea degli effetti perniciosi di tali idee, che possono essere comprese solo alla luce dell’interesse personale, mentre per i lavoratori uno Stato forte e che sappia fare bene il suo mestiere è invece garanzia di una crescita equilibrata e di maggiori opportunità per tutti.




martedì 24 ottobre 2017

Technological Revolutions and Financial Capital- CarlotaPerez

Quello che segnalo oggi è un bellissimo libro di Carlota Perez un economista venezuelana che insegna attualmente alla London School of Economics. Purtroppo avverto i miei lettori in italiano che questo libro è disponibile solo in lingua inglese, ma vale la pena leggerlo.
Se vogliamo fare una sintesi estrema il suo libro si colloca tra Schumpeter e Kuhn. Infatti da Schumpeter prende la focalizzazione sulle evoluzioni/rivoluzioni tecnologiche come fonte primaria dello sviluppo economico. Da Thomas Kuhn (La Struttura delle Rivoluzioni Scientifiche) prende a prestito il concetto di cambiamenti di paradigma, che per la Perez divengono paradigmi tecno-economici, cioè il fatto che le rivoluzioni tecnologiche (insieme di nuove tecnologie, prodotti e industrie) comportano un grande cambiamento non solo nell’ambito produttivo ma anche in quello organizzativo e istituzionale. 
Le rivoluzioni tecnologiche e i cambiamenti di paradigmi tecno-economici diffondendosi nelle industrie e nell’economia danno vita a grandi ondate di sviluppo che si propagano in tutta la economia portando a cambiamenti strutturali nella produzione, distribuzione, consumo e comunicazione. 
Per la Perez la storia a partire dalla rivoluzione industriale si divide in 5 periodi di rivoluzioni tecnologiche. La prima è la rivoluzione industriale in Gran Bretagna che va dal 1770 sino al 1829, la seconda è l’età del vapore e delle ferrovie ( 1829-1875), la terza è l’età dell’acciaio, della elettricità e della ingegneria pesante ( 1875-1908), la quarta quella della automobile e della produzione di massa (1908-1971) e infine l’ultima, l’attuale è quella della informazione e delle telecomunicazioni.
Queste onde di sviluppo si suddividono in due fasi, la prima fase prende il nome di Installazione, durante la quale le industrie nascenti, quelle che adottano le rivoluzioni tecnologiche, si pongono in contrapposizione con la resistenza del preesistente paradigma. Tra questa fase e la successiva vi è un punto di cambiamento in cui vengono superate le tensioni dando vita alla seconda fase diffusione (Deployment) in cui la trasformazione si diffonde in tutta la economia portando i suoi benefici.
A sua volta ognuna di queste fasi si divide in due periodi. La fase di Installazione comprende un primo periodo Irruption, in cui iniziano a diffondersi nuovi prodotti e tecnologie adottati da giovani imprenditori. Le imprese del vecchio paradigma continuano ad operare ed essere finanziate ma si creano le condizioni per la divergenza tra vecchie e nuove imprese.
Con la successiva fase (Frenzy) il capitale finanziario prende sempre più in mano la situazione cercando sempre più occasioni di guadagno che si trasformano in speculazione. Il denaro si sposta verso le nuove imprese con forme che assomigliano a un gioco d’azzardo che porta ad una inflazione da asset. A questo periodo turbolento segue un processo di cambiamento anche istituzionale per bilanciare la situazione e rendere possibile la fase successiva, in questo periodo si trovano le soluzioni affinché gli interessi individuali e quelli sociali trovino un giusto equilibrio. Se questo accade si pongono le condizioni per la fase di Sinergia in cui lo sviluppo della produzione si avvantaggia delle nuove tecnologie e infrastrutture, permettendo quindi un periodo di crescita equilibrata in cui prevale il capitale produttivo su quello finanziario e speculativo. Segue a questo periodo quello della Maturità in cui appunto i mercati incominciano a saturarsi e le tecnologie divengono mature e diminuiscono le occasioni di profitto, creando quindi le condizioni per la ricerca di nuove tecnologie e quindi di un nuovo ciclo di sviluppo. La durata delle rivoluzioni tecnologiche/cambiamenti dei paradigmi copre un periodo di circa 50/60 anni, cioè è questa la lunghezza del ciclo completo.
Perez sottolinea, in particolare, il ruolo del capitale finanziario come abilitatore del massiccio spostamento degli investimenti richiesto dalle rivoluzioni tecnologiche. Infatti, quando le opportunità di investimento nel vecchio paradigma divengono meno interessanti c’è denaro libero che cerca nuove opportunità di investimento, l’esaurimento del vecchio paradigma crea quindi le condizioni per una nuova traiettoria tecnologica. La diffusione e sviluppo di ogni rivoluzione tecnologica stimola la innovazione finanziaria.
Durante il periodo Frenzy il capitale produttivo diviene oggetto di manipolazione e speculazione. Questa è una fase di tensione tra le nuove produzioni e quelle in ristrutturazione. In questa fase i valori azionari si distaccano dall’economia reale, si creano tensioni tra economia reale e quella di carta e tra chi è socialmente escluso e chi beneficia della bolla, con un processo di redistribuzione del reddito che può portare ad una saturazione prematura del mercato. Il disastro finanziario che segna la fine del periodo di turbolenza è un forte strumento di persuasione per il cambiamento istituzionale.
Si rende quindi necessario un riaggiustamento istituzionale, ponendo le condizioni per porre al centro il capitale produttivo e alla fine di tale periodo i valori di mercato tendono a riallinearsi a quelli reali. Il passaggio tra due fasi a volte comporta crisi finanziarie. La lunghezza del periodo recessivo dipende dalla capacità sociale e politica di ricreare un clima di maggior fiducia. Durante il periodo di Sinergia vengono adottate adeguate legislazioni e regolamentazioni per evitare gli abusi del periodo precedente, e per permettere una crescita più equilibrata.
I cambiamenti tecno-economici implicano alti costi sociali. Le ondate di cambiamento infatti non sono solo fenomeni economici ma eventi sistemici che implicano fattori sociali e istituzionali. Il quadro socio istituzionale ha un inerzia maggiore di adattamento ai cambiamenti, ma il ruolo dello Stati e delle forze sociali è indispensabile per modellare la direzione verso cui si muoverà la società.
La autrice avverte che il modello per quanto sia ben rappresentativo della storia passata è ovviamente una modellizzazione solo indicativa e che non va visto in maniera troppo rigida, ma può aiutare a meglio interpretare la complessità reale.
In sintesi comunque un libro veramente molto interessante e ricco di analisi molto approfondite; mi pare anche che, visto che è stato scritto nel 2001, sia stato in grado in qualche modo di prevedere la crisi del 2008, come tipica crisi di un periodo di cambiamento tecnologico e conseguente frenesia finanziaria.
Nelle conclusioni ritroviamo le idee di Polanyi (La Grande Trasformazione), per cui le rivoluzioni tecnologiche e i cambiamenti di paradigma, con le conseguenti innovazioni anche del capitale finanziario, portino alla necessità di modificare anche il quadro istituzionale come unico modo per permettere uno sviluppo più equilibrato.

mercoledì 20 settembre 2017

Dagli all'untore

Faccio una premessa non credo che, come Italia, dovremmo fare i buonisti e accogliere senza controlli e regolamentazione gli immmigrati. Il nostro welfare è gia abbastanza in difficoltà, sovraccaricarlo e renderlo poco efficace non serve a noi italiani ne ai nuovi entranti. Capisco che l'italiano medio che ha visto il suo reddito reale ridursi, che magari ha un figlio disoccupato e che vede gironzolare immigrati sotto casa che, tra l'altro non avendo grandi speranze di trovare un lavoro, finiscono anche per delinquere, gli immigrati  non li veda proprio di buon occhio (soprattuto se molti media ci acciungono un carico di notizie spesso ad arte confezionate). Sono anche in accordo con Salvini quando dice aiutiamoli a casa loro, salvo non dire che ci costerebbe molto di più (dei famosi 35 euro) ed è molto più complicato, sarebbe più onesto dire quello che realmente pensa: cioè statevene a casa vostra. Ma la domanda importante che bisogna porsi è chi ci guadagna in tutto ciò? Sicuramente direttamente chi gestisce i viaggi della speranza e chi gestisce la accoglienza (bel business), ma non va dimenticata la massima latina: divide et impera, cioè dividi e comanda, ever green delle elite dominanti. Infatti da che mondo e mondo la cosa più semplice, quando le cose vanno male, è di scaricare la colpa su un bel soggetto da mettere in mostra e alimentare la guerra tra poveri distogliendo l'attenzione dal vero obiettivo e creando anche competizione al ribasso. Come se la moderna peste (crisi economica) non fosse determinata dai batteri portati dai topi (sistema economico finanziario ed elite economico-politiche prone alla ideologia liberista) ma dagli untori.

martedì 19 settembre 2017

Paul Mason- Postcapitalism- A guide to our future (Postcapitalismo-una guida al nostro futuro- Il saggiatore)

Questo libro, uscito solo recentemente in Italia, ha avuto un grande successo internazionale, l’autore è un giornalista esperto di economia. Il libro si svolge su piani diversi affrontando tematiche storiche, sociologiche ed economiche. Il tema di fondo da cui parte è che la nuova economia dell’informazione e di rete, fondata sulla conoscenza, mina i presupposti stessi del capitalismo abbassando sempre più i costi di produzione ed erodendo la capacità del mercato di formare correttamente i prezzi; perché se il mercato si basa sulla scarsità, l’informazione è invece abbondante. Dato che il capitalismo è in crisi l’autore analizza le teorie sul capitalismo e le sue crisi, da Marx a Schumpeter passando per Kondratiev, giungendo ad una sua sintesi. Il capitalismo è un sistema adattativo complesso che però ha raggiunto i limiti della propria capacità di adattamento; infatti è stato sempre in grado di adattarsi alle crisi grazie alle resistenze della forza lavoro, ma i successi di queste trasformazioni si devono principalmente allo Stato, che ha un ruolo fondamentale per la nascita di un nuovo paradigma.
In questa ultima fase però la resistenza dei lavoratori è debole e l’economia si è sbilanciata a favore del capitale e quindi viene meno la spinta alla trasformazione. Il capitale cerca di resistere alle spinte della rivoluzione tecnologica con nuovi monopoli,  il problema è che la tecnologia che sostiene il capitalismo, e che lo ha reso globale, sta minando il capitalismo stesso. Mason prevede che:
 “Il capitalismo non sarà abolito con una marcia a tappe forzate ma grazie alla creazione di qualcosa di più dinamico, che inizialmente prenderà forma all’interno del vecchio sistema, passando quasi inosservato, ma che alla fine aprirà una breccia, ricostruendo l’economia intorno a nuovi valori e comportamenti. Lo chiameremo postcapitalismo”.
L’ultima parte del libro indica quindi una serie di passi e soluzioni che ci porteranno al postcapitalismo, ed è questa la parte più debole del libro, come spesso succede ai libri che affrontano temi così globali. Le soluzioni sono in linea di principio condivisibili ma, a mio parere, poco praticabili.  Mason sostiene in sintesi che ci vuole più intervento dello Stato che deve assumere anche il controllo totale della distribuzione dell’energia e della produzione a carbone (per risolvere anche il problema ecologico) e controllare profondamente la finanza e il sistema bancario, anche se non ciò non significa un completa sparizione del mercato.
Complessivamente è un libro che ho trovato molto valido, pieno riferimenti e considerazioni interessanti, Mason riesce soprattutto  ad affrontare tematiche complesse rendendole piacevoli e quasi avvincenti come in un romanzo.

Alcune mie considerazioni. Credo che Mason nelle conclusioni cada in contraddizione, perché da una parte sostiene che il capitalismo è un sistema molto complesso, mentre le sue soluzioni sono troppo semplicistiche. La tesi della resistenza dei lavoratori  e della società ai cambiamenti non è nuova, la troviamo nel libro di Polanyi, La grande trasformazione, in cui afferma che le società sono cambiate ma lo Stato è dovuto intervenire per evitare le distruzioni sociali da parte dei meccanismi di mercato lasciati a se stessi. Quindi sono d’accordo che lo Stato, al contrario di quello che dicono  i liberisti, è la soluzione e non il problema. Ma quale Stato? Quello nazionale sta perdendo potere nei confronti di un economia globalizzata e un sistema di regolazione e controllo globale non esiste ed è di difficile realizzazione. Non credo poi che sia così facile eliminare o sostituire certi meccanismi di mercato, credo invece che il capitalismo abbia ancora un ruolo nel futuro, anche se è un istituzione umana e come tale ha una sua fine, ma a mio parere non così a breve termine. Credo che il problema della modificazione del clima non possa essere risolto dai meccanismi di mercato, che non sono così efficienti come ci contrabbandano. Sicuramente la tecnologia è un potente agente del cambiamento ma serve anche la politica. Mancano soprattutto élite illuminate e preparate in grado di interpretare la volontà dei cittadini e non condizionate dalle forze economiche e dalle ideologie dominanti. Le sfide aperte sono molte, come ho indicato nel mio libro, dalla gestione dei flussi finanziari e monetari internazionali, gli squilibri economici tra i paesi, le crescenti diseguaglianze, sino ad arrivare ai problemi di compatibilità tra sviluppo ed ecologia. Serve un nuovo equilibrio tra democrazia e capitalismo, passando attraverso il ruolo dello Stato, ma non esistono soluzioni facili e globali, anzi credo che dovremmo porci obiettivi semplici e mirati di volta in volta e affrontarli. Le conoscenze ci sono, i cittadini sono consapevoli in larga maggioranza di quali siano i loro interesse reali. Fino ad ora è mancata una lungimiranza delle élite, negli ultimi tempi ha trionfato il liberismo sfrenato, il ritorno ad ideologie marxiste non è la soluzione, ma servono persone nuove e, soprattutto, preparate a gestire la complessità senza preconcetti.

giovedì 14 settembre 2017

Intervista esclusiva a John Maynard Keynes sull'Europa.


D. Buongiorno Lord Keynes, ci dispiace disturbarla ma vorremmo porgergli alcune domande, in primo luogo cosa ne pensa della situazione dell’Europa e in particolare dell’eurozona e delle politiche attuate?
R. Il problema che mi affligge di più nella situazione attuale è la disoccupazione, la deflazione è disastrosa per l’occupazione, l’inutilizzata capacità produttiva dei disoccupati non si accumula a nostro credito in banca, si tramuta in spreco, è irrimediabilmente perduta.
D. Quindi quali sono i rimedi ?
R. L’intensità della produzione è determinata in gran parte dalla previsione dei profitti reali. Il diffuso timore di prezzi cadenti può bloccare il processo produttivo; la situazione può aggravarsi ulteriormente in quanto la previsione del corso dei prezzi tende , ove sia diffusa, a dare risultati ad un certo punto cumulativi. L’ammontare complessivo degli investimenti è lungi dall’essere necessariamente pari al volume complessivo dei risparmi, lo squilibrio fra i due è la radice di molti nostri guai.
D. Scusi ma in questo momento in Europa si vede un poco di ripresa quindi il QE di Draghi ha funzionato?
R. Un espansione del credito non è scevra di rischi per la banca centrale fintanto che non si abbia la certezza che esistono operatori interni pronti ad assorbirla. Un paese si arricchisce per l’atto positivo di utilizzare il risparmio per aumentare la attrezzatura produttiva del paese.
D. Quindi se ho capito bene lei propende per maggiori investimenti, ma non c’è rischio di inflazione?
R. L’idea che una politica di spesa per investimenti deve tradursi in inflazione avrebbe del vero se operassimo in condizioni di boom, cosa da cui siamo ben lontani. Un maggior volume di credito bancario è probabilmente condizione sine qua non per aumentare la occupazione, ma un piano di investimenti che lo assorba è condizione sine qua non per perché l’espansione del credito non presenti rischi. Inoltre un periodo di prezzi crescenti agisce da stimolo sull’impresa ed è vantaggioso per gli imprenditori mentre la caduta dei valori monetari scoraggia l’investimento e discredita l’impresa.
D. Quindi lei è contrario alle politiche di austerità adottate?
R. Ciò di cui abbisogna in questo momento non è stringere la cinghia ma creare una atmosfera di espansione di attività. Non potete dare lavoro alla gente contraendo la spesa, mi piacerebbe che si attuassero progetti di grandezza e magnificenza. I profitti dei produttori di beni di consumo potrebbero ricostruirsi quando aumenti la quota dei beni capitali, ma la quota di beni capitali non aumenterà se i redditi dei produttori non riescono a conseguire un profitto.

D Quindi il piano di investimenti dovrebbe essere pubblico, ma non si crea deficit?
R. Le conseguenze immediate di una riduzione del deficit da parte del governo sono esattamente l’opposto di quelle che si avrebbero se finanziassimo lavori pubblici. L’importante è che l’indebitamento si affronti allo scopo di finanziare investimenti in opere che presentino un minimo di utilità. L’indebitamento pubblico è il rimedio naturale per impedire che le perdite imprenditoriali diventino una grave recessione, così forte da portare a una stasi della produzione. (NDR: ad esempio in Italia abbiamo perso nella crisi  il 25% della produzione industriale).
D. E delle riforme strutturali che ne pensa?
R. Ma se tutti tagliano i salari il potere d’acquisto complessivo della comunità si riduce di tanto quanto si siano ridotti i costi e nessuno ne tare vantaggio. E’ un illusione che gli imprenditori possano automaticamente ristabilire l’equilibrio riducendo i costi complessivi, la riduzione delle somme erogate a titolo di costo contraggono il potere di acquisto dei percettori di reddito che sono gli acquirenti; non è vero che quanto gli imprenditori erogano come costo di produzione rientri necessariamente come ricavo da vendita dei beni prodotti, è caratteristica di un boom che i ricavi eccedano i costi ed è caratteristica di una recessione che i costi eccedano i ricavi.
D. Quindi più intervento dello Stato?
R. Le agenda più importanti dello Stato riguardano le funzioni che cadono al difuori della sfera dell’individuo, le decisioni che se non le assumesse lo Stato nessuno prenderebbe. L’importante per il governo non è fare le cose che gli individui stanno facendo ma fare le cose che non vengono fatte per niente. L’attuale organizzazione del mercato degli investimenti di distribuire il risparmio non dovrebbe essere lasciata interamente alla casualità del giudizio e del profitto privato. Migliorare la tecnica del capitalismo moderno attraverso l’operare dell’azione pubblica.
D. Ma che ne pensa della creazione della moneta unica?
R.  Per i paesi che l’hanno adottata è stata un rischio, la creazione di moneta legale è stata ed è l’ultima riserva dei governi, nessuno Stato o governo decreterà la propria bancarotta fino a che disporrà di questa sovranità. Inoltre il tasso di cambio dipende dal rapporto dei prezzi interni e quello dei prezzi esterni, ne consegue che il tasso di cambio può mantenersi stabile soltanto se entrambi i livelli dei prezzi si mantengono stabili; ma il livello dei prezzi esterni è fuori dal nostro controllo quindi dovremmo accettare che il livello dei prezzi o il tasso di cambio subiscano l’influenza esterna, ma se il livello dei prezzi esteri è instabile non potremmo mantenere stabili il livello dei prezzi interni sia il tasso dei cambi. ( NDR: cioè se siamo vincolati a una  moneta troppo forte rischiamo di dover compensare con una svalutazione dei salari ).
D Quindi lei è pessimista?
R: No, le risorse e gli artifici dell’uomo sono ancora fecondi e produttivi non meno di ieri. Il problema politico della umanità consiste nel mettere insieme tre elementi: l’efficienza economica, la giustizia sociale e la libertà individuale. Alla prima sono necessari senso critico, prudenza e conoscenza tecnica; alla seconda spirito altruistico, entusiasmo ed amore per l’uomo comune; alla terza tolleranza, ampiezza di vedute, apprezzamento dei valori, della varietà e della indipendenza. Non dobbiamo avere paura, non dobbiamo rinunciare ad essere aperti ad esperimenti nuovi, liberi di intraprendere attività, di provare tutte le possibilità della vita.

Nota: tutte le frasi in corsivo sono originali di John Maynard Keynes tratte da Esortazioni e profezie.

venerdì 1 settembre 2017

L’euro-Come una moneta comune minaccia il futuro dell’ Europa- J.E. Stiglitz-Einaudi

Come si intuisce dal titolo il tema è l’euro e la Europa, ora chi legge questo blog e le recensioni sa che di questo tema ne abbiamo ampiamente parlato, pertanto il libro non contiene particolari novità su tema.
La prima parte è una critica alla creazione della moneta unica con le modalità adottate e delle successive politiche attuate dal 2008 per far fronte alla crisi, alcune citazioni:
L’integrazione economica è progredita  ma a maggiore velocità rispetto a quella politica;
L’euro è controproducente. L’eurozona ha fallito miseramente;
La Bce è nata con un difetto congenito […] il problema più grave è la assenza di controllo democratico. La Bce ha contribuito ad aggravare la crescente diseguaglianza;
La totale incapacità della Troika di comprendere l’economia soggiacente alla situazione;
L’austerità non ha mai funzionato. I salvataggi della Spagna, della Grecia e degli altri paesi sono apparsi mirati più a salvare le banche europee;
Le soluzioni sono per l’autore due, perché continuare a  galleggiare in questa situazione non serve.
La prima è “più Europa” intesa non per forza una unione federale ma una serie di misure indispensabili: unione bancaria, mutualizzazione del debito, politica fiscale comune, distinguere spesa per investimenti da consumi, e molto altro ancora.
La seconda divorzio consensuale con la creazione di più aree euro, da una parte la Germania e alcuni suoi alleati (la Francia ?) e il resto da un'altra parte con la creazione di tutta una serie di strumenti per evitare ulteriori disastri.
Si intuisce che, anche preferendo la prima soluzione, Stiglitz capisca che sia politicamente irrealizzabile, ma anche la seconda non è così immediata e indolore, non si capisce bene nel libro la posizione che dovrebbero assumere in particolare la Francia e anche forse l’Italia.
Insomma  la analisi delle criticità dell’eurozona  è abbastanza nota, quella sulle soluzioni contiene degli spunti comunque interessanti anche se alcune proposte sono forse poco realistiche. 

In definitiva il libro è comunque scritto bene anche se a volte ripetitivo, lo consiglio a chi non ha letto nessuno dei precedenti libri sul tema come buona sintesi.

giovedì 10 agosto 2017

Esortazioni e profezie

Riporto di seguito alcuni frasi tratte dal libro Esortazioni e profezie, raccolta di scritti di J.M.Keynes e in particolare dal brano: Collasso dei valori monetari e le conseguenze sul sistema bancario,  scritto nel 1931 nel periodo della grande depressione.
Esiste al mondo una quantità enorme di beni reali che costituiscono il nostro capitale: case, scorte di merci, ecc.. Per entrarne in possesso tuttavia i proprietari nominali non di rado hanno preso in prestito denaro. Finanziamento che avviene attraverso il sistema bancario che frappone la sua garanzia fra i depositanti ed i prenditori di fondi. Il frapporsi di questo schermo in denaro fra il bene reale e il proprietario di ricchezza è una caratteristica peculiare del mondo moderno.
Un mutamento del valore del denaro può sconvolgere le posizioni di quanto vantano crediti in denaro o sono debitori di denaro. Infatti una caduta dei prezzi […] significa trasferimento di ricchezza dal debitore al creditore.
Quando il deprezzamento dei beni  termini reali in termini monetari riamane contenuto all’interno di percentuali convenzionali le banche non se ne preoccupano troppo.
La inflazione […] non ha nulla di minaccioso per le banche poiché aumenta l’entità dei loro “margini”.
Negli ultimi mesi […] il deprezzamento ha superato in moltissimi casi l’entità dei margini convenzionali. Finché la banca mantiene un atteggiamento di serena attesa di tempi migliori e ignora il fatto che la garanzia di gran parte dei suoi prestiti non ha più il valore che aveva al momento della concessione non si crea motivo di panico
Ciò nonostante anche a questo stadio la posizione di fondo può aver effetto assai negativo.
Le banche infatti sapendo che molti capitali da loro anticipati sono di fatto “congelati” e che comportano un rischio latente superiore a quello che sono disposte a sostenere, si preoccupano di tenere in forma più possibile liquida e libera da rischi il resto della loro disponibilità.
Il che […] significa che le banche sono meno disposte a finanziare progetti che comportino immobilizzo delle loro risorse.
I crediti e gli anticipi che le banche hanno concesso a fini imprenditoriali, sono nelle condizioni peggiori . Qui la garanzia principale è costituita dai profitti  correnti o previsti […] ma per molte categorie di produttori […] non esistono profitti bensì solo prospettive di insolvenza.
Una flessione dei valori monetaria grave come quella che stiamo registrando minaccia la solidità di tutta la struttura finanziaria. Banche e banchieri sono per loro natura ciechi. Un “bravo” banchiere non è colui che prevede il pericolo e lo evita ma colui che quando va in rovina, ci va nel modo più tradizionale.
Il capitalismo moderno si trova di fronte ad una scelta: o aumentare i valori monetari riportandoli verso i livelli precedenti oppure al diffondersi di insolvenze e fallimenti con il collasso di gran parte delle struttura finanziaria.
Che dire considerato che queste cose sono state scritte più di 80 anni fa sono proprio “profetiche” sulla attuale situazione bancaria italiana.
Qualche commento:
1)     Come si vede queste cose sono note da molto tempo e quindi potevano essere previste per tempo da una classe dirigente più preparata ed avveduta;
2)     Certo essere nell’euro ci consente minori margini di manovra ( ad esempio sul cambio) però si poteva e doveva intervenire prima, soprattutto della introduzione della norma del “bail-in” per salvare ( e in questo caso intendo nazionalizzare) alcune banche;
3)     Le politiche di austerity di Monti con il loro inasprimento fiscale erano dirette, in mancanza di svalutazione monetaria, a risolvere il problema della bilancia dei pagamenti, ma hanno dato un ulteriore botta ai consumi e quindi messo in ancor maggior difficoltà le imprese e di conseguenza le banche. Pur capendo l’obiettivo della bilancia pagamenti si doveva evitare una così massiccia dose di austerità e ci dovevamo allegramente fregare dei limiti del deficit, tanto una volta che massacri il PIL anche il rapporto debito/PIL peggiora come infatti è stato.



lunedì 24 luglio 2017

Macron -10% nei sondaggi

Un post molto breve, quando avevo parlato delle elezioni di Macron avevo espresso forti dubbi che, un uomo dell'establishment, potesse rappresentare il cambiamento, scommettiamo che entro dicembre calerà ancora vistosamente? Le sue politiche si riveleranno le solite politiche liberiste lato offerta e nel solco del fiscal compact, e non cambierà molto nel rapporto (di sudditanza) Francia-Geramania. Alla prossima.

sabato 22 luglio 2017

Impero

Ho letto questo libro perché considerato uno dei migliori di Antonio Negri (scritto insieme a M.Hardt professore di letteratura alla Duke Univeristy), la cui vicenda ai meno giovani è nota.
Purtroppo devo dire che il mio giudizio è negativo e non vi consiglio di leggere il libro. Il problema di questo libro è che ci sono anche spunti interessanti e di rilevo ma sono nascosti e oscurati da una nuvola di verbosità e ridondanza di paroloni filosofici e citazioni, spesso inutili, che rendono la lettura difficile e indigeribile. Le prime 250 pagine di ricostruzione storica e sociologica si possono saltare, nell’ultima parte analizza la evoluzione moderna della società; le cose che dice sono anche condivisibili: la trasformazione del lavoro dovuta alla informatizzazione, il potere internazionale delle grandi multinazionali, la perdita di potere degli Stati nazionali, ma non sono poi così originali. Anche le conclusioni su cosa deve fare la “moltitudine” contro il nuovo potere vigente (Impero) sono piuttosto fumose e filosofiche.
Se lo confronto con il libro che abbiamo recensito di Polanyi ( La grande trasformazione) il confronto è impietoso, quest’ultimo è un affresco molto più concreto della storia moderna (sino alla prima guerra mondiale) e della evoluzione economica sociale e politica. Sulla globalizzazione e sulla trasformazione del capitalismo vi consiglio mille volte i libri, già indicati, di Rodrik, Reich e anche Stiglitz.

I have a dream

Anche’io ho un sogno, un poco particolare e ve lo descrivo. Come ho spesso affermato siamo in una società complessa, difficile da governare e servono leadership illuminate. Credo nel valore della democrazia ma la guida non può che essere in mano a pochi,  anche se il compito di sceglierli e di controllarli spetta a noi cittadini. Compito della società e di educare e permettere a tutti di sviluppare  le proprie potenzialità, questo non è un bene solo per l’individuo ma per la  società, pensate a quanto spreco di intelligenze c’è. Non credo che si possano programmare a tavolino le leadership, ma creare le condizioni migliori perché emergano si. Abbiamo ottime  università, meno di quanto servirebbe, ma nessuna paragonabile ad esempio alla ENA francese. La mia proposta  è di creare in Italia una università multidisciplinare di alto livello, con insegnanti  di grande spessore provenienti da tutto il mondo, oggi  con le tecnologie  è possibile farlo senza spostare neanche le persone. In tale università dovrebbero  affluire i ragazzi meno abbienti  con grandi potenzialità sia in termini intellettuali  e sia possibilmente «etiche», dotati anche di una certa personalità (lo so che qualsiasi  criterio di selezione sarebbe incompleto e difficile da realizzare ma vale la pena tentare utilizzando le conoscenze che abbiamo). Cosa si dovrebbe insegnare in questo percorso, almeno 5 anni complessivi, lo dico sulla base della mia personale esperienza, una formazione che non sia solo scientifica o solo storico/letteraria: una base scientifica  per educare alla razionalità senza specialismi eccessivi, teoria della probabilità e statistica, storia e sociologia per capire i contesti, psicologia soprattutto sociale, economia e management, una base di logica e informatica, una infarinata di diritto anche costituzionale, elementi di comunicazione; oltre a una perfetta  conoscenza di almeno l’Inglese, il completamento della formazione dovrebbe essere su base individuale attingendo anche a corsi di altre università, con stage in istituzioni rilevanti a livello nazionale e internazionale. Tale università dovrebbe essere finanziata in modo misto privato e statale, con meccanismi anche di fund raising per esempio, il vantaggio per tutta la comunità sarebbe molto alto rispetto ai costi, con la  possibilità di avere un bacino di persone di alto livello sia per le imprese e sia  per lo Stato. Forse sarà anche una idea utopistica, ma sono convinto che sarebbe una piccola cosa in grado di generare grandi benefici per la nostra nazione, che necessita di una classe dirigente all’altezza dei difficili compiti che ci aspettano.

venerdì 21 luglio 2017

La moneta incompiuta

Il libro di oggi è un libro per “stomaci forti”, sono quasi 500 pagine su temi tecnici finanziari, comunque con scopo divulgativo e di rendere le cose più semplici possibili, anche se sempre in modo rigoroso.
L’autore è Marcello Minenna che dirige l'ufficio analisi quantitative della Consob e inoltre docente, non accademico, all'Università Bocconi, e PhD Lecturer alla London Graduate School of Mathematical Finance.
Il volume come abbiamo detto si concentra su questioni di natura finanziaria, fornendo all’inizio della trattazione una serie di concetti di base, quali rischio di credito, debito sovrano, derivati creditizi ecc., facendo uso di belle infografiche che agevolano la lettura per un pubblico di non esperti
Introduce poi alla comprensione dell'architettura dell'Eurozona e dei legami tra finanza ed economia reale. Descrive gli elementi caratterizzanti la politica monetaria europea, ripercorrendo l’esplosione della crisi finanziaria nel 2007-2008 e analizzando l’impatto che questa ha avuto sull’Eurozona. Vengono inoltre approfonditi i diversi tipi di intervento e strumenti finanziari messi in atto dai governi e dalla Banca Centrale Europea (BCE) a fronte del rischio di rottura dell’euro.
Le economie europee sono comunque in una fase di stallo. Il ciclo economico positivo globale che nel 2014-2015, grazie anche al basso prezzo del petrolio e all’Euro debole, ha tenuto a galla l’unione monetaria volge al termine con il rischio di una recessione alle porte di un’Europa frammentata e indebolita da squilibri strutturali. Rinunciare alla propria moneta senza un bilancio e un debito pubblico europeo fa dell’Euro un regime di cambi fissi incompleto
Nella parte conclusiva del lavoro vengono proposti diversi interventi di policy volti a superare la crisi e mettere mano a questa architettura disfunzionale. Infatti la crisi greca, il fallimento dell’austerità, i problemi del sistema bancario, del debito pubblico e della Brexit stanno mostrando che il tempo guadagnato dalle «soluzioni-tampone» della BCE sta volgendo al termine. Tra le proposte elenco: una politica della BCE imperniata sull’azzeramento degli spread, la mutualizzazione di una parte del debito o anche il suo congelamento da parte della BCE.
Il tema di fondo  del libro non è nuovo: l’integrazione dei paesi UE non è stata così profonda e forte come si era auspicato, e che i paesi membri erano e sono ancora caratterizzati da grandi differenze strutturali. La creazione dell’euro e la rinuncia da parte dei nazioni aderenti alla area euro alla propria moneta, senza un bilancio e un debito pubblico europeo e tutta una serie di altri meccanismi istituzionali, fa dell’euro un regime di cambi fissi incompleto
Ne esce fuori pertanto un ritratto complesso della realtà europea, dove spicca l’incapacità dell’euro-burocrazia di gestire l’integrazione economico-finanziaria. Rimane il problema di fondo che è politico e non finanziario, una volta stabilito che la costruzione dell’area euro è incompleta e disfunzionale c’è la volontà politica per rimediare agli errori fatti? Arrivati al punto in cui siamo mi piacerebbe avere la speranza che qualcosa cambi, vedendo però l’atteggiamento delle nazioni europee sulla immigrazione non vedo la capacità e la volontà di affrontare in maniera coordinata i problemi. La fine probabile del quantitative easing, che peraltro come rileva Minenna non ha sortito grandi effetti sulla economia reale, a parte la diminuzione del valore dell’euro e quindi un miglioramento del PIL, e la fine del mandato di Draghi, grande artefice dal salvataggio dell’unione monetaria, pongono seri dubbi sul futuro dell’Eurozona.
Visti gli alti costi politici e economici per proseguire in una costruzione più consona dell’unione monetaria vedo difficile una soluzione coordinata, tanto per fare un esempio gli Stati Uniti ci hanno messo 160 anni per costruire un efficace sistema federale con continue modifiche (vedi ad esempio costituzione e statuto della FED) e avendo fissato a monte  un sistema costituzionale.
Comunque, tornando al libro, è sicuramente un libro interessante e ben scritto, ovviamente da leggere un pò alla volta, non è proprio un romanzo avventuroso, ma può ulteriormente chiarire i difetti e le assurdità di queste unione monetaria e delle politiche implementate.


mercoledì 12 luglio 2017

Socialismo Liberale


Quelle che sotto riporto sono frasi  tratte dal libro Socialismo Liberale di Carlo Rosselli.


Il problema italiano è essenzialmente problema di libertà.
Senza conoscenze emancipate, nessuna possibilità di emancipazione delle classi.
La libertà inizia con l’educazione dell’uomo e si conclude con il trionfo di uno Stato….in cui la libertà di ciascuno è condizione e limite della libertà di tutti.
L’italiano medio oscilla ancora tra l’abito servile e la rivolta anarchica. 
Il concetto della vita come lotta e missione, la nozione di libertà come dovere morale.
Gli italiani hanno più spesso l’orgoglio della loro persona che della loro personalità.
La lunga serie di governi paterni hanno esentato, per secoli, gli italiani dal pensare in prima persona.
Gli italiani sono pigri moralmente, c’è in loro un fondo di scetticismo e «macchiavellismo» di basso rango che gli induce a contaminare irridendoli tutti i valori.
L’intervento del Deus ex machina risponde sovente ad una loro necessità psicologica.
La nostra storia non offre sinora nessuna rivoluzione di popolo.
In tutte le epoche della sua storia il popolo italiano ha sprigionato dal suo seno punte altissime, solitarie e inaccessibili: minoranze eroiche…., ma non ha mai saputo realizzare se stesso.
La stessa lotta per la indipendenza fu opera di una minoranza , non passione di popolo.
Se gli uomini non hanno né senso di dignità ne quello della responsabilità, se non sentono la fierezza della loro autonomia, se non si sono emancipati nel loro mondo interiore non si fa il socialismo (nota mia qui direi il progresso di una società).
E’ innanzitutto un problema di educazione morale.
L’abitudine a considerare  il problema economico come il problema chiave, il problema determinate e a misurare tutti i valori in termini utilitari fa si che sfuggano i valori profondi e permanenti.
La cultura non è borghese, né proletaria.
La cultura ….di una nazione è un patrimonio di valori che trascende il fenomeno economico della classe.
La straordinaria complessità e intensità della vita del mondo moderno, dove continuo è l’alternarsi delle posizioni, delle scuole, dei metodi, dove rapidissimo è il logoramento di credenze ritenute incontrovertibili.
Alcune brevi considerazioni, il testo è stato scritto negli anni ‘30 e pubblicato in francese, solamente nel dopoguerra pubblicato in italiano. Nelle prima parte è un critica al socialismo massimalista e marxista, mentre i brani sopra riportati fanno parte delle conclusioni finali. A dispetto degli anni trascorsi  queste considerazioni rimangono ancora  in buona parte condivisibili. Forse il giudizio sugli italiani è troppo tagliente, ma è ancora profondamente vero che gli italiani spesso aspirino a cercare il deus ex machina (leaderismo personalistico) che sovente è solo un arringatore di popolo (Berlusconi, Grillo ecc.) e che non siamo stati mai in grado di fare una rivoluzione.


martedì 4 luglio 2017

Debunking economics- Steve Keen

Il libro che oggi presento ha due problemi: non è tradotto in italiano ( considerando quanto e cosa viene pubblicato in Italia  mi domando: perché?) ed è di oltre 500 pagine, se siete in grado di superare questi due scogli ne vale la pena, è uno dei libri più interessanti e completi che abbia letto recentemente.
La prima parte (destruens) è finalizzata a dimostrare le fallacie delle teorie economiche tradizionali.
Fondamentalmente le teorie neoclassiche presumono di capire il funzionamento dei mercati quando, invece, sono profondamente ignoranti dei fondamenti delle loro teorie.
Nelle loro teorie non esistono le crisi finanziarie, i loro modelli si basano sull’equilibrio, inoltre ciò che cercano derivare dal comportamento individuale non può valere per i comportamenti aggregati, a livello aggregato i sistemi complessi presentano fenomeni “emergenti” dalle interazioni di molti agenti individuali ( la società non è la semplice somma degli agenti).
In particolare la legge della domanda e dell’offerta non si applica all’intero mercato, che può dar luogo a curve di domanda che non sono esattamente decrescenti.
Anche i costi e i ricavi delle imprese reali sono differenti da quelli assunti dalla teoria neoclassica (teoria dei costi e ricavi marginali), cioè le imprese non massimizzano i profitti quando costi e ricavi marginali si eguagliano. I costi di produzione sono, per molte imprese, normalmente costi costanti o decrescenti piuttosto che crescenti. Le imprese sono limitate più che nella produzione dalla domanda, cioè espandersi a spese dei competitors.
Un'altra assunzione sbagliata della economia neoclassica è quella di considerare il rischio (calcolabile), mentre in economia le cose sono incerte e quindi non calcolabili.
La dinamica dei processi viene ignorata in quanto la teoria neoclassica considera solo fenomeni transitori di breve termine, inoltre l’assunzione che il punto finale di un processo dinamico è un equilibrio statico è semplicemente sbagliata, un economia di mercato non può rimanere in una posizione ottimale perché gli equilibri sono instabili.
L’economia neoclassica tende a un marcato “riduzionismo”,  mentre nei sistemi ove le variabili interagiscono in maniera non lineare i comportamenti a livello aggregato non possono essere ricavati dai comportamenti a livello elementare.
Un altro aspetto rilevante è che l’economia tradizionale tende a ignorare il ruolo del credito che è invece fondamentale in una moderna economia capitalistica ( Keynes-Schumpeter-Minsky).
La ossessione dell’economia neoclassica verso l’equilibrio è in realtà un ostacolo per comprendere le forze che permettono ad un economia di crescere.
Successivamente fa un elenco di ulteriori fallacie dell’economia mainstream, ma la più grave è quella di non essere stata in grado di prevedere la crisi economica del 2008.
Critica poi l’ipotesi dei mercati efficienti (Fama), la realtà dei mercati finanziari è più complessa e si rivela molto più instabile del previsto.  
Anche il modo di fare economia con la matematica è errato, infatti da una parte si utilizza la matematica sbagliata dall’altra non si comprendono i limiti dell’utilizzo della matematica, infatti il futuro non è prevedibile e la matematica non può risolvere ogni problema.
In conclusione, nell’ultima parte del libro, elenca alcune teorie che potrebbero rappresentare un alternativa alla attuale visione dell’economia. Le teorie elencate (Economia austriaca, Post-keynesiani, Sraffiani, Econofisici, Economia evolutiva) hanno ognuna degli elementi interessanti, ma anche limiti e quindi nessuna può essere considerata coma la “teoria economica” del XXI secolo.
Ovviamente nel libro c’è molto di più di quanto questa sintesi offra, quindi se avete la possibilità leggetelo!

giovedì 1 giugno 2017

Can we avoid another financial crisis- Steve Keen

Steve Keen, economista australiano che insegna Economia alla Kingston University, è un economista controcorrente impegnato a combattere contro il mainstream economico. Nella prima parte del libro critica i suoi colleghi economisti incapaci di prevedere la crisi perché ignorano alcuni aspetti fondamentali presi in considerazione da economisti ”eterodossi”, come H. Minsky, in particolare la importanza e il ruolo del debito privato in un economia capitalistica.
Critica inoltre l’approccio microeconomico alla macroeconomia che non coglie la complessità: fenomeni a livello macro non possono essere estrapolati dai comportamenti micro. Pertanto bisognerebbe partire da alcune proposizioni macroeconomiche, che sono indubbiamente vere, per costruire un modello che può essere più realistico e che spieghi i cicli economici (endogeni).
In particolare il debito gioca una ruolo fondamentale nella crisi, in quanto più volatile del PIL, quando il tasso di crescita del debito precipita inizia la crisi, a supporto di tale tesi mostra i dati degli USA negli anni precedenti la crisi.
Successivamente illustra la importanza della moneta e del circuito bancario nella creazione del credito. Il nesso causale corretto è quello che va dal credito e porta alla disoccupazione e all’aumento della spesa pubblica e non il viceversa. Il credito infatti sostiene il livello della domanda e del reddito. Dimostra anche come le colpe della crisi di debito innescate da politiche sbagliate finiscano per cadere erroneamente sulle spese governative che sono invece l’effetto. Mostra inoltre che attualmente molti paesi trovano con livelli di debito privato molto alti (tra cui la Cina).
Le conclusioni sono piuttosto pessimistiche, risolvere tali situazioni non è semplice tenuto conto anche dello stato del pensiero economico, come possibili rimedi cita l’aumento del offerta di moneta che riduce indirettamente il peso del debito o, ancor più difficile, una riduzione diretta del debito.

Il libro è molto interessante e di piuttosto facile lettura (mentre il suo Debunking economics che tratteremo in seguito è molto più complesso), comunque rilevo che evidenzia poco il legame tra l’aumento della diseguaglianza e la la riduzione dei redditi da lavoro con l’aumento indotto del debito.

martedì 30 maggio 2017

Fundations of democracy –Hans Kelsen

Oggi faremo una sintesi di uno dei contributi più famosi sulla teoria della democrazia, si tratta di un articolo pubblicato su Ethics dal titolo "Fundations of democracy” di Hans Kelsen, tradotto in italiano nel libro La democrazia, edito dal Mulino.

Nella prima parte descrive cosa significhi democrazia. Esclude che esista e sia oggettivamente determinabile il cosiddetto “bene comune” (vedi anche Schumpeter) e che il popolo sia in grado di conoscerlo, la volontà del popolo rimane una figura retorica. Pertanto la definizione corretta di democrazia è come governo “del popolo”, che non presuppone una sua volontà e che designa un governo nel quale il popolo partecipa, direttamente o indirettamente, mentre non condivide la dizione governo per il popolo (che presuppone una definita volontà popolare).
La rappresentanza del popolo (democrazia indiretta) avviene tramite i suoi rappresentanti eletti in elezioni democratiche ( libere, universali e a suffragio segreto) 
La essenza della democrazia è quindi la partecipazione nel governo e la creazione e applicazione di norme generali e individuali dell’ordine sociale, che costituisce la comunità.
Per il popolo va inteso il più grande numero possibile di membri della comunità capaci di partecipare nel processo di rappresentanza democratica.
Per democrazia si intende laddove il potere del popolo non è limitato, mentre il liberalismo prevede la restrizione del potere del governo (i principi di democrazia e liberalismo non sono la stessa cosa). Comunque la democrazia deve garantire alcune libertà intellettuali (libertà di stampa, ecc.).
Bisogna inoltre distinguere tra cosa è la rappresentanza in democrazia dalla questione se la rappresentanza democratica assicura la esistenza (soddisfacente) dello Stato.
Il principio generale è che l’ordine legale costituente lo Stato è valido se e solo se è rispettato dagli individui il cui comportamento è da esso regolato.
Solo un valido ordine legale può determinare i rappresentanti e solamente un effettivo ordine legale è valido. Il principio di validità si riferisce all’ordine legale e non agli organi dello Stato. Sono quindi le norme e non gli organi politici validi, quindi solo un valido ordine legale costituisce la comunità chiamata Stato.
Solamente sulla base di tale ordine legale sono possibili gli organi dello Stato e ciò significa rappresentanza. La validità come qualità di un ordine costituito è una condizione di ogni tipo di rappresentanza. La rappresentanza del governo dipende solo dal fatto se agisce in conformità a un valido ordine legale costituente lo Stato. Un governo è democratico, solamente ed esclusivamente, se è stabilito in un modo democratico, cioè su base di un suffragio universale e libero. Solo in una democrazia il governo rappresenta l’intera società perché rappresenta la società includendo il governo, che rappresentando il popolo rappresenta lo Stato.
L’ordine legale determina non solamente la funzione ma anche l’individuo che deve attendere a tale funzione. Nella democrazia rappresentativa gli organi rappresentano lo Stato rappresentando la popolazione dello Stato. Sottolinea poi la importante differenza tra il concetto di essenza della rappresentanza democratica da quello delle condizioni sotto le quali un sistema democratico funziona in maniera soddisfacente. 
Per quanto attiene gli aspetti filosofici per Kelsen una convinzione politica è coordinata con una definita visione del mondo. 
L’assolutismo filosofico è la visione metafisica per cui vi è una realtà assoluta.
Il relativismo filosofico difende dottrina empirica che la realtà esiste solo nella cognizione umana, la realtà è relativa al soggetto conoscente.
Ma se c’è una realtà assoluta deve coincidere con un valore assoluto, e tale valore immanente nella realtà è una creazione o emanazione di un assoluta bontà; mentre il relativismo separa realtà e valore e distingue tra le proposizioni inerenti la realtà e i giudizi di valore.
La libertà di cognizione, nel senso di auto-determinazione, è un pre-requisito del relativismo, e gli individui come soggetti della conoscenza sono uguali. Quindi, se libertà ed uguaglianza sono elementi essenziali della filosofia relativistica, la sua analogia con la democrazia politica diventa evidente.
Il dualismo tra natura e società che è in stretta connessione con la distinzione tra realtà e valore è caratteristico della filosofia relativistica. La società come un sistema differente dalla natura è possibile solo con un ordine normativo del comportamento umano. La esistenza di un ordine normativo presuppone la libertà metafisica dell’ uomo (indeterminismo).
La filosofia assolutistica non separa la realtà dal valore, la natura dalla società, la causalità dalla normatività. La relazione tra l’oggetto della conoscenza (assoluto) e il soggetto della conoscenza, l’individuo umano, è molto simile a quello tra governo assoluto e i suoi soggetti. Esiste un parallelismo tra assolutismo politico e filosofico, il primo ha di fatto la tendenza a usare il secondo come strumento ideologico. 
La democrazia non può essere una dominazione assoluta, neanche di una maggioranza. Il governo non può interferire in certe sfere di interesse individuali.
Il carattere razionalistico della democrazia si manifesta specialmente nella tendenza a stabilire l’ordine legale dello Stato come un sistema di norme generali create da una procedura ben organizzata allo scopo.
Un ordine sociale in generale e un ordine legale (la legge dello Stato) presuppongono la possibilità di una differenza tra il contenuto dell’ordine e la volontà degli individui soggetti ad essa. La libertà dunque è compatibile con l’essere soggetto alla volontà generale, la trasformazione della libertà naturale in una differente libertà la “libertà civile”( Rosseau).
Il principio del voto della maggioranza è previsto nel contratto sociale come norma basilare dell’ordine sociale. Se il principio di maggioranza per lo sviluppo dell’ordine sociale è accettato, la idea di libertà naturale non può essere completamente realizzata, solo una sua approssimazione è possibile. La libertà politica significa accordo tra volontà individuale e volontà collettiva espressa nell’ordine sociale. La negazione totale del valore della libertà è l’idea di autocrazia.
Nella ideologia autocratica il sovrano è un autorità che rimane fuori dalla comunità, di origine divina, la usurpazione della sovranità è velata dal mito del leader.
Nella democrazia la sovranità non ha caratteristiche soprannaturali e il governante è stabilito attraverso una procedura razionale e pubblicamente controllabile, la sovranità non può essere monopolio permanente di una singola persona.
Tolleranza, diritti delle minoranze, libertà di parola e di pensiero, caratteristiche della democrazia, non hanno posto in un sistema politico basato sulla fede in valori assoluti.
Nell’articolo segue un analisi del rapporto di democrazia e religione analizzando le idee espresse in proposito da alcuni teorici cristiani; per Kelsen la religione è per sua natura una fede in un valore, ideale perfetto in quanto crede in Dio, ciò va in conflitto con la necessità di una visione relativistica, cioè il conflitto tra un idea di giustizia assoluta contrapposta a quella di giustizia di un ordine dinamico che si applica a una realtà sociale in continuo cambiamento. Infatti una delle condizioni essenziali della democrazia è la tolleranza che presuppone relativismo, la relatività della verità o dei valori implica che verità o valori opposti non possano essere completamente esclusi. La volontà di un Dio assolutamente non conosciuto e non conoscibile agli uomini non può essere applicata alla società umana. Per Kelsen è difficile capire come possa essere il Cristianesimo la vera essenza della democrazia se il Cristianesimo come religione è indifferente ai sistemi politici in accordo con la distinzione effettuata da Cristo tra cose politiche e religiose.

Nell’ultima parte del saggio affronta la questione se esista una relazione essenziale tra la democrazia e i due sistemi economici in competizione: capitalismo e socialismo.

Per Kelsen né il socialismo né il capitalismo implicano una procedura politica definita e pertanto entrambi sono, in principio, compatibili con la democrazia come pure con l’autocrazia. In base alla esperienza storica si potrebbe ritenere più favorevole il capitalismo del socialismo ma questa non è una risposta scientificamente fondata.
Il socialismo marxista è politicamente anarchico (nella fase finale) piuttosto che democratico. 
In un sistema capitalistico il governo può essere sotto la influenza decisiva dei possessori dei mezzi di produzione, così che il governo solo apparentemente dirige il processo legislativo ed esecutivo.
La pianificazione economica non comporta necessariamente un sistema autocratico, lo stesso liberalismo classico non significa una completa libertà economica. Non è la libertà economica, piuttosto la libertà intellettuale ( libertà religiosa, di scienza, di stampa, ecc.) che è essenziale per la democrazia. Per Kelsen è sostanzialmente vero che la libertà della soddisfazione delle necessità non economiche in una società capitalistica è la libertà del ricco piuttosto che del povero.
Le libertà umane garantite da una costituzione democratica in una democrazia capitalistica potrebbero essere solo formali o legali, d’altra parte non ci sono ragioni per assumere che tali garanzie formali e legali non siano possibili in un sistema socialista.
Conclude, infine, che anche tra libertà e proprietà privata non esiste una connessione essenziale al contrario di quanto sostenuto da Locke ed Hegel.