venerdì 20 marzo 2015

Come salvare il mercato dal capitalismo- Massimo Amato, Luca Fantacci-Donzelli editore


I due autori del libro, Massimo Amato e Luca Fantacci, insegnano entrambi Storia economica alla Università Bocconi e quindi non possono essere accusati  di essere dei “veterocomunisti”. Il loro libro è un attacco, come recita il titolo, non tanto al mercato bensì al capitalismo ed in particolare alla finanza. Comunque le loro accuse non sono rivolte alla finanza in generale, ma ai mercati finanziari e alla finanza che è emersa negli ultimi decenni. Il loro atto di accusa è molto netto: 
"Il dominio dei mercati finanziari è politicamente illegittimo, economicamente dannoso e umanamente aberrante".
Infatti la finanza dovrebbe servire alla economia reale, le imprese,  mentre è diventata fine a se stessa, fare denaro con il denaro, generando bolle speculative che hanno generato la crisi e inoltre ha  usurpato lo spazio della politica. Gli autori quindi criticano questa finanza che fa "mercato di ciò che merce non è, ossia della moneta e del credito", infatti il credito è essenzialmente una relazione sociale e cooperativa tra creditore e debitore. Gli autori ribadiscono, inoltre, che mercato e capitalismo non sono affatto sinonimi e dire di no ai mercati finanziari non significa rinunciare al mercato, anche  perché l'economia non può crescere senza il sostegno della finanza.
Il problema fondamentale è quello che Keynes definiva "il feticcio della moneta" ovvero per la liquidità, che è il germe di tutti i mali e finisce per far diventare "liquido" anche il lavoro, e che "se si vuole resistere alla mercificazione del lavoro occorre rifiutare la mercificazione della moneta e del credito". Il problema è sopratutto architetturale e quindi  è un problema essenzialmente politico e ideologico, in particolare un ripensamento della dottrina economica si pone con urgenza, bisogna uscire dalla ideologia "iperliberista" senza abolire il mercato. Nella seconda parte, dopo aver mostrato le ragioni e i danni della crisi generata dalla finanza, propongono una serie di misure che vengono dalla "valigia degli attrezzi" keynesiana: la riforma del sistema monetario internazionale lungo le linee indicate, e non attuate, a Bretton Woods, una tassazione delle transazioni finanziarie  (la cosiddetta Tobin tax in realtà proposta inizialmente da Keynes), lo sviluppo di una finanza e anche moneta  locale in grado di servire i reali interessi delle piccole e medie imprese e delle comunità locali. Infine concludono:
"La posta in gioco non è solo la salute economica del sistema economico, ma la ricostruzione e preservazione di spazi politici e di democrazia."
Il libro è molto bello, scritto in maniera appassionata e da cui traspare la profonda conoscenza dei sistemi economici e monetari degli autori. Complessivamente non è di difficile lettura, tranne nella ultima parte dove il discorso si fa più tecnico, e quindi è consigliato a tutti. 





mercoledì 18 marzo 2015

L’economia teutonica e la sua narrazione.

Pubblico integralmente un articolo apparso sul supplemento di Critica Liberale  che trovo molto interessante e che, sopratutto,  smaschera certi luoghi comuni  sulla Germania che ci propinano i media. 

L’economia teutonica e la sua narrazione.
Francesco Ruggeri e Giuliano Toshiro Yajimautore


Nelle società contemporanee, dove la democrazia ha trionfato e si è avuto un aumento delle libertà positive di tutti gli individui (dove con il termine libertà si intende sia la “libertà da” che la “libertà di”) assume un ruolo importante l’informazione, che i cittadini hanno a disposizione per potersi orientare nelle scelte di tutti i giorni e nell’applicazione dei diritti e dei doveri che la democrazia richiede. L’insieme di informazioni a disposizione che vengono assemblate in vari modi creano quello che da alcuni filosofi e psicologi sociali è stato definito come Discorso. Il Discorso è una narrazione della realtà, una sua descrizione, ma allo stesso tempo, per chi si trova fuori dai meccanismi di assemblaggio e di produzione degli stessi esso diviene la Realtà, non una possibile visione o una possibile analisi di ciò che avviene, ma ciò che avviene. Si viene quindi a formare una asimmetria tra chi produce Discorsi e chi semplicemente li consuma, tale asimmetria copre molto spesso relazioni di potere, tra governanti e governati, e può essere definita come un metodo di governo.
Per portare l’argomento più a contatto con la realtà che viviamo tutti i giorni possiamo prendere in considerazione l’attuale narrazione sui paesi europei economicamente "responsabili" ed "irresponsabili” (unverantwortlich). In una recente intervista il ministro delle finanze tedesco Schäuble ha definito con quest'ultimo aggettivo il governo greco, e si tratta solo dell'ultimo di una serie di attacchi fatti dai governi centro europei ai loro corrispettivi del sud (i famosi Piigs) tesi ad esaltare i loro modelli di sviluppo, Germania in testa, e a mettere sotto accusa quelli della periferia, restii ad adeguarsi alla regolamentazione comunitaria in termini di bilancio governativo e riforme istituzionali. Proseguendo in questa narrazione la Germania avrebbe negli anni adeguato il suo sistema produttivo grazie a riforme innovative, avrebbe mantenuto il bilancio statale ad un livell0 sostenibile e in sostanza sarebbe divenuta la prima della classe nel seguire le direttive comunitarie. La sua bravura sarebbe comprovata dai grandi risultati economici in termini di crescita del prodotto interno lordo e dell’occupazione. I paesi del sud invece farebbero fatica a crescere proprio per l’elevato debito accumulato durante gli anni, l’eccessiva spesa sostenuta e la mancanza di riforme strutturali. In definitiva, quindi, i paesi della periferia dovrebbero prendere spunto dal modello tedesco che è l’unico che può garantire crescita e prosperità nel lungo periodo.
Quello che dovremmo chiederci a questo punto è se questa storia corrisponde a ciò che realmente accade giorno dopo giorno nel vecchio continente. La Germania è il vero modello “austero e riformista” da seguire, o c’è qualche trucco dietro al successo dei teutonici nell’affrontare la crisi economica?
Nelle righe che seguono cercheremo di evidenziare alcune politiche messe in atto dai governi tedeschi che per chi è stato nutrito solo ed esclusivamente con la narrazione precedentemente riportata sicuramente saranno una novità.
Trucco numero uno: La Banca Pubblica.
La Kreditanstalt für Wiederaufbau ( istituto di credito per la ricostruzione) è stata fondata nel 1948 come istituto di credito per facilitare la ricostruzione delle infrastrutture della Germania durante il piano Marshall. Il capitale nominale della KFW ammonta a 3 miliardi e 750 milioni di euro. La repubblica Federale (Bund) partecipa al capitale per 3 miliardi e gli stati federali (Lander) per la restante parte. Tutte le obbligazioni erogate dalla KFW sono garantite dal Bund. Perciò le possibilità che questa banca possa fallire sono estremamente ridotte, visto che il governo tedesco ne garantisce la solvibilità. Essa può emettere titoli e può prendere a prestito. Ha un comitato esecutivo che è nominato da un consiglio di sorveglianza. Il presidente del consiglio di Sorveglianza è niente di meno che il ministro delle finanze tedesco Wolfgang Schäuble. L’intero consiglio è pieno di ministri del governo teutonico, il che è normale visto che si tratta di una banca pubblica che agisce sotto le volontà del governo.
La KFW ha avuto un doppio ruolo molto importante dalla nascita dell’euro e dallo scoppio della crisi: ha agito in modo anticiclico concedendo ampie linee di credito (spendendo per il governo) al settore produttivo tedesco, principalmente le industrie dell’export, piccole e medie imprese, il business delle start-up, e ha permesso al governo di portare avanti “politiche fiscali” senza che esse andassero a pesare sul deficit governativo che è controllato dai trattati europei. Questa banca pubblica sta fornendo “capitale paziente” alle industrie esportatrici tedesche e alle piccole e medie imprese, a tassi d’interesse molto bassi per progetti a lungo periodo. Siffatto tipo di politiche, in un momento di crisi economica dove le banche diventano restie a concedere prestiti vista la sfiducia nel sistema produttivo, è di cruciale importanza e ha dato un grande aiuto al governo nella risposta alla crisi economica. Ciò però ci porta ad una considerazione importante: la Germania è più brava perché più austera degli altri paesi europei o perché ha solo trovato un altro modo di attuare spesa governativa con l’aiuto della sua banca pubblica?
Trucco numero due: la Bundesbank
La Bundesbank è la banca centrale tedesca nonché parte integrante del Sistema Europeo delle Banche Centrali (come lo sono le banche centrali di tutti i paesi membri), e la sua azione si conforma agli indirizzi e alle istruzioni della BCE e dei trattai europei. Una delle normative più importanti legate al ruolo delle banche nazionali è quella che vieta l’acquisizione di titoli di debito pubblico dei paesi membri sul mercato primario, ovvero sia quando questi contratti vengono emessi per la prima volta nel mercato tramite le aste apposite. Mentre a questo tipo di operazioni hanno accesso solo particolari categorie di investitori, a questi istituti è lasciata la possibilità di intervenire sul cosiddetto mercato secondario, dove è possibile scambiarsi i titoli che sono già stati collocati. Sennonché la Bundesbank è riuscita di fatto ad aggirare questa norma apparentemente molto stringente; infatti essa agisce per conto dell’agenzia responsabile dell’emissione di bund, la Finanzgentur, con lo scopo di eliminare le eccedenze invendute nelle aste del debito pubblico tedesco.
La sottile differenza che separa questa manovra con una vera e propria “monetizzazione” sta nel fatto che tale agenzia non acquista ma conserva i titoli non richiesti, per collocarli nel mercato secondario in un momento successivo. Tutto ciò è stato giustificato con la necessità di evitare che turbolenze temporanee nel giorno dell’emissione influenzino negativamente le vendite, spingendo al rialzo i rendimenti e rendendo più oneroso il debito ed il suo servizio; ma questo intervento lascia spazio nuovamente all’azione della Bundesbank, che come da trattato è libera di effettuare compravendite proprio sul mercato secondario. Come alcuni importanti commentatori hanno osservato, grazie a questo complicato meccanismo l’istituto monetario del paese che è stato più fortemente ostile al varo del Quantitative easing ha agito di fatto come prestatore di ultima istanza in maniera sistematica nel momento in cui sembrava che il mercato dovesse penalizzarlo per l’assenza di domanda per le sue securities, evitando la trappola dello spread in cui sono caduti invece Grecia, Spagna e Italia. Pertanto sorge spontanea una questione; davvero questi differenziali che dovevano descrivere i rischi del paese potevano essere abbattuti solo tramite profonde riforme strutturali al fine di accrescere la fiducia degli shareholders? O tale fiducia poteva essere influenzata da una banca centrale che si fosse assunta impegni anticiclici stabilizzando il valore dei suoi rendimenti e di quelli della sua economia?
Trucco numero tre: un bilancio “eterogeneo”
Nel 2009 anche la Germania ha introdotto il pareggio di bilancio in costituzione, così come è avvenuto in Italia ed in Grecia. Tuttavia mentre per paesi come il nostro l’introduzione dell’obbligo di pareggiare entrate e uscite deve essere applicato a livello sia nazionale che locale, coinvolgendo sia regione che comuni, la Germania grazie alla sua struttura federale può differenziare quest’obbligo per i suoi livelli governativi; così per il governo federale i conti pubblici dovranno essere gestiti in questa maniera dal 2016, mentre per i vari lander l’introduzione verrà procrastinata addirittura al 2020. In più per gli enti locali non ci sarà obbligo di perseguirlo e quindi essi potranno continuare ad aumentare il peso delle proprie passività finanziarie, diversamente dai bilanci dei comuni italiani, molti dei quali dal 2012 hanno incontrato crescenti difficoltà a gestire l’ordinaria amministrazione, in nome del rispetto del principio di equilibrio dei conti.
Trucco numero quattro: surplus eccessivo della bilancia dei pagamenti
Negli accordi che prevedono le soglie di controllo del debito pubblico (60% del Pil) e del deficit (il 3% del suo Pil) è prevista anche un tetto agli avanzi commerciali, che non dovrebbero superare più del 6% della produzione nazionale. Uno sforamento per tre anni consecutivi di quest’ultimo parametro comporterebbe l’attivazione di una procedura simile a quella a cui sono stati sottoposti i paesi che avevano superato le soglie di indebitamento e di disavanzo. Tuttavia la Germania nel 2014 ha fatto segnare il record nel surplus commerciale, toccando quota 217 miliardi, e questo per l’ottavo anno consecutivo. Tale squilibrio macroeconomico sembra però non ricevere la stessa attenzione da parte dei membri della commissione europea, rispecchiando forse un “bias” verso i paesi con spese più alte, considerati forse un pericolo maggiore per la tenuta dell’eurozona. Tuttavia, come ha fatto notare Vito Lops sul Sole 24 Ore: questo è: “Un atteggiamento che pone la Germania in una posizione opposta all’appellativo che spesso riceve, ovvero quello di locomotiva d’Europa. Una locomotiva dovrebbe, infatti stando alla definizione, trainare dei vagoni (nella metafora, quindi, altri Paesi). Invece esportando più del consentito la Germania tecnicamente sottrae ricchezza agli altri Paesi anziché darla, incrementando così i forti squilibri tra i Paesi dell’Eurozona che sono uno dei motivi, se non il più importante, per cui alcune economie (comprese quella italiana) non sono ancora riuscite a reagire convintamente alla shock esterno generato dalla crisi finanziaria globale e di debito privato dell’Eurozona originata nel 2008.” Squilibri che, come ha scritto recentemente Sergio de Nardis, capo economista di Nomisma, sono tanto ampi quanto quelli di quattro anni fa.
Questa situazione si è verificata anche perché la Germania ha deciso di percorrere una strada di compressione della domanda interna. Così, invece di favorire l’allineamento dei prezzi e dei salari ha continuato ha spostare li proprio benchmark di riferimento, riducendo i salari per addetto del 2,5%. Ciò è stato possibile grazie alle riforme portate avanti dal ministro Peter Hartz sotto il governo Schröder il quale nel Gennaio del 2005 al forum di Davos dichiarò: “Dobbiamo e abbiamo già liberalizzato il nostro mercato del lavoro. Abbiamo dato vita ad uno dei migliori settori a basso salario in Europa”. Il settore in questione conta salari da 450 euro per 15 ore di lavoro settimanali e sono molto appetibili per i datori di lavoro perché consentivano fino al 2013 di non pagare i contributi. Ad oggi invece è il lavoratore che può scegliere se il datore di lavoro debba versare i contributi, tuttavia sembra che la maggior parte dei lavoratori non stia chiedendo che ciò venga fatto. La quota di minijob è impennata drasticamente dal 2003 al 2011, passando da 5,5 milioni a 7,5 milioni di lavoratori. Questo pacchetto di riforme ha creato in Germania un mercato del lavoro che può essere definito duale, con i lavoratori della grande industria tedesca che percepiscono salari molto alti e lavoratori assunti nei mini-jobs che devono ricorrere ad un secondo lavoro o ai sussidi governativi per sopravvivere. Nel 2012 ben 8,4 milioni di lavoratori tedeschi percepivano un salario lordo inferiore ai 9,30 all’ora.
Marcel Fratzscher, presidente del German Institute for Economic Research (DIW), ha dichiarato che l’eredità delle riforme Hartz è stato quello di creare un “sotto-proletariato” di più di 7 milioni di persone che ricevono paghe da fame. L’introduzione di tali riforme ha colpito anche chi si trovava a fare lavori con un contratto “normale”, poiché si è avuto un effetto sostituzione. Le imprese hanno sempre più preferito impiegare lavoratori tramite un minijob ; ciò è avvenuto principalmente nel terzo settore.
Grazie a questa serie di riforme la Germania è riuscita a comprimere la domanda interna, poiché una diminuzione dei salari si trasforma in una diminuzione dei consumi. In questo modo la quota delle importazioni è calata, vista la correlazione positiva tra crescita dei salari e aumenti dei beni acquistati dall’estero. La continua diminuzione delle importazioni rispetto alle esportazioni ha permesso alla Germania di crescere con maggiore intensità, in più la diminuzione del costo del lavoro ha permesso anche di giocare sulla diminuzione dei prezzi in alcuni settori; aumentando in questo modo la competitività dei beni tedeschi rispetto ai competitor comunitari che non hanno seguito la dottrina della deflazione salariale.
Così facendo la Germania ha costruito un modello vincente all’interno della zona euro, sia in termini di crescita del PIL che in termini di occupazione. Ma a quale costo?
Le problematiche che si presentano sono due: per seguire il proprio modello la Germania sta minando la sua coesione sociale interna e la sua prosperità. Ciò è dimostrato dal continuo aumento di persone che si trovano vicino la soglia di povertà. Il coefficiente di Gini, che misura la disuguaglianza nella distribuzione del reddito e della ricchezza in Germania è aumentato notevolmente dall’inizio degli anni duemila a oggi. La seconda problematica si avverte a livello comunitario, il modello di export-led tedesco ha spinto gli squilibri di bilancia dei pagamenti a livelli mai visti in Europa. La Germania continua a succhiare denaro dagli altri paesi, i quali non potendo contare sulla possibilità di applicare politiche fiscali espansive per poter rilanciare il proprio settore produttivo non hanno altra strada da seguire se non la deflazione interna, con il conseguente aumento delle disuguaglianze, senza neanche essere sicuri di riuscire a “battere” la Germania nella corsa alle esportazioni, poiché la superiorità tedesca non è solo di prezzo ma anche di qualità del sistema produttivo (“drogata” grazie agli interventi delle KFW).
Insomma la narrazione che ci viene riportata dai maggiori media nazionali e dai politici nostrani ed Europei sembra abbastanza distante dalla realtà. Emerge inoltre una differenza tra quella che utilizzando il termine di Noam Chomsky possiamo chiamare dottrina di mercato teorica e dottrina di mercato reale. La Germania nelle sedute europee spinge perché tutti i paesi della zona euro si adeguino a delle misure che possiamo definire influenzate dalla visione neoliberista dell’economia. Nello stesso momento però il governo tedesco a casa propria porta avanti politiche economiche in cui il governo interviene fortemente nell’economia, dando così la possibilità alla propria nazione di primeggiare mentre ad altri paesi viene imposto di applicare misure che stanno peggiorando sempre più la situazione europea.
Le élites tedesche si trovano ad un bivio: perseverare sulla linea odierna che conduce dritta verso la dissoluzione dell’Ue o decidere di accantonare l’approccio neomercantilista e “aggressivo” rispetto agli altri paesi della zona euro, consentendo l’aumento dei deficit governativi dei paesi del sud Europa. Tali politiche potranno prendere la forma di investimenti per rilanciare il sistema produttivo dei paesi periferici così da stimolare il recupero dei gap competitivo con i paesi del centro e nello stesso momento di poter raggiungere la piena occupazione tramite il lancio di programmi di occupazione garantita. Allo stesso tempo la Germania dovrà permettere ai suoi salari più bassi di crescere, così da ridurre gli squilibri commerciali intra-europei e consentire agli altri paesi di beneficiare delle importazioni di una delle aree geografiche più grandi e più popolose d’Europa.
Se non si realizzeranno queste riforme l’Europa andrà in contro alla desertificazione industriale del sud Europa, alla formazione di sacche di povertà sempre più grandi e alla completa disgregazione dell’ancora esile senso di appartenenza al sogno europeo.
"Tertium non datur", come dicevano i latini.