mercoledì 23 dicembre 2015

Le idee dell'economia: La teoria del valore e del plusvalore e ciclo economico-Karl Marx


Karl Marx nacque in Germania, dove si laureò in filosofia. Dedicò inizialmente  la sua vita al giornalismo e, successivamente, alla attività politica  e pubblicistica. A causa delle sue idee girovagò come esule per l’Europa, vivendo a Parigi per un lungo periodo, ma trascorse la parte finale della sua vita a Londra dove scrisse le sua opera principale: Il Capitale[1].
Parlare di Marx è indubbiamente difficile, il suo pensiero molto caratterizzato politicamente è stato oggetto o di grande entusiasmo sino alla mitizzazione da parte dei suoi fautori, e di feroci critiche e attacchi da parte degli avversari. Il suo pensiero e la sua opera, comunque, hanno innegabilmente e pesantemente influito per oltre un secolo sulle vicende storiche europee e mondiali. Forse solo adesso, dopo la caduta dell’Impero Sovietico e la trasformazione economica della Cina, è possibile parlarne in maniera più distaccata.
Marx fu, come accennato, non solo un economista ma anche un filosofo, un sociologo, uno storico e un rivoluzionario, pertanto una trattazione completa della sua opera esula degli scopi di questo testo e quindi ci soffermeremo soprattutto, ben consci dei limiti di tale approccio,  sugli aspetti economici del suo pensiero.[2]
Se da un punto di vista politico fu un rivoluzionario, dal punto di vista economico  il suo pensiero viene comunque inserito, dalla maggioranza degli storici economici, all’interno dell’economia classica.
Per quanto attiene la sua teoria del valore, si può dire che riprende essenzialmente quella di Ricardo, infatti, la sua è una teoria del valore-lavoro. La teoria del valore-lavoro di Marx è molto più articolata e complessa di quella di Ricardo, pertanto  qui ci limiteremo a una sintesi dei principali aspetti.
Il valore di una merce per Marx è la somma di tre componenti. Il costo dei mezzi di produzione,  che  sono comunque lavoro (lavoro morto lo definisce), il quale  viene pagato in anticipo dal capitalista che, d’altra parte, anticipa il pagamento del lavoro (salario), seconda componente. La terza componente è quella che Marx definisce plus-lavoro. Questa è la parte del lavoro che viene impiegata nella produzione ma non viene pagata ai lavoratori, in quanto il capitalista retribuisce  solo una parte del lavoro[3] impiegato nel processo produttivo. Questa componente, quindi,  rappresenta un’appropriazione del capitalista, ovvero un vero e proprio sfruttamento dei lavoratori.
La teoria del valore di Marx può quindi essere così sintetizzata:

Valore della merce = mezzi di produzione + salario + plusvalore.
I mezzi di produzione vengono  definiti anche come capitale costante (C), mentre il salario pagato, che è comunque anticipato come capitale, viene definito come capitale variabile (V), quindi in sintesi:

Valore della merce = C+V+S ( dove S è il plus-valore).
Marx definisce composizione organica del capitale il rapporto C/V tra capitale costante e variabile, e come saggio di profitto (S/C+V), il rapporto tra guadagno (plusvalore) e capitale anticipato totale.
Con alcuni  passaggi matematici[4] si può  dimostrare che, date queste relazioni, il saggio di profitto è inversamente proporzionale alla composizione organica del capitale e quindi, se aumenta la composizione organica del capitale, diminuisce il saggio di profitto.
La teoria del valore di Marx, anche se più articolata di quella di  Ricardo, rimane una teoria del valore-lavoro. La differenza è che Marx, in base alla  sua definizione, arriva a dimostrare che il sistema capitalistico fa sì  che il capitalista stesso divenga  espropriatore di una parte del lavoro della classe lavoratrice, pertanto la sua  conclusione è che per porre  fine a questa espropriazione, «sfruttamento dell’uomo sull’uomo», è necessario passare a una società i cui mezzi di produzione siano collettivi.
Uno degli aspetti più  innovativi e con ricadute più importanti negli sviluppi successivi è quella  parte del pensiero di Marx che tratta dello sviluppo economico o, in altri termini, del ciclo economico.
Il punto di partenza è la spinta, nella società industriale, alla concorrenza che determina la ricerca costante, da parte dei capitalisti, alla introduzione di nuove tecnologie e modalità produttive per espandere  la produzione e aumentare i profitti. Marx asserisce che la “composizione organica del capitale” tende a crescere, data la spinta ad accrescere la produttività. Questo aspetto sembrerebbe contrastare  con la precedente relazione che afferma che il saggio di profitto tende a decrescere con l’aumentare della composizione organica. Per spiegare questa apparente contraddizione Marx, nel III capitolo  del Capitale[5], ricorre alla teoria dei prezzi di produzione. La teoria si basa sulla ipotesi che il saggio di profitto e il saggio di sfruttamento[6] per effetto della concorrenza siano uniformi in tutta l’industria.
Si può dimostrare in base a queste ipotesi (vedi nota [7]) che le industrie con una maggiore composizione organica sono proprio quelle che riescono ad ottenere i prezzi (di produzione) più alti e quindi un  profitto maggiore.
A questo punto possiamo illustrare la sua teoria del ciclo economico. In una prima fase l’aumento della produzione conduce a una richiesta di maggiore mano d’opera con conseguenti richieste di aumenti salariali. Tale aumento di costi, e quindi di prezzi, conduce i capitalisti a introdurre ulteriori miglioramenti produttivi e pertanto ad un aumento della composizione organica che, a sua volta, tende a fare uscire mano d’opera dal processo produttivo e a ingrossare le fila di quello che Marx definisce « l’esercito dei lavoratori di riserva».
Marx chiarisce che all’interno dello scenario economico agiscono più “forze antagoniste”[8] che possono contrastare nel breve periodo queste tendenze, di fatto si hanno una serie di cicli economici con fasi di aumenti di produzione, aumenti di meccanizzazione produttiva e con crisi di sovrapproduzione.
La tendenza (Marx infatti afferma  che la legge della caduta dei profitti è tendenziale) come abbiamo visto è  di un continuo aumento della composizione organica del capitale che porta alla diminuzione del saggio di profitto, cosiddetta “legge tendenziale della caduta del profitto, il risultato finale e irreversibile è quello che porta alla concentrazione del capitale e all’impoverimento della classe lavoratrice, e che deve quindi condurre alla caduta del sistema capitalistico con la sua sostituzione con un sistema comunista.
Più precisamente, in una prima fase, si avrebbe la cosiddetta “dittatura del proletariato”, in cui verrebbe attuata la socializzazione dei mezzi di produzione; a questo periodo, una volta abolita la proprietà e quindi anche le classi, sarebbe seguita una società che non avrebbe avuto più necessità dello Stato.
L’opera di Marx è di per sé molto vasta, se a ciò aggiungiamo gli scritti successivi, dei fautori e dei critici, la quantità di documentazione  diventa sterminata, è evidente che non è possibile con i brevi cenni che ho esposto  dare delle sue teorie una rappresentazione esaustiva.
Certo è che l’opera di Marx risulta al tempo stesso “grandiosa” e “seducente”. Grandiosa perché fa rientrare in un disegno complessivo e razionale aspetti economici, storici e sociologici. Seducente perché presenta ad una classe, indubbiamente all’epoca sofferente e maggioritaria, un destino storico eroico e irreversibile. Se a questo uniamo una capacità ed efficacia di linguaggio, appare evidente come le sue teorie, con la loro carica “messianica”, abbiano avuto così presa e diffusione («Marx è un profeta» afferma Schumpeter [9]).
Altrettanto numerosi e forti sono stati, comunque, gli avversari con critiche, sia di natura politica che strettamente tecnica. Ci limiteremo solo ad alcune osservazioni e solo sugli aspetti strettamente tecnico-economici.
La sua teoria del valore, come anche quelle degli altri autori citati, è stata criticata sul piano tecnico e logico, ed in particolare vedremo più avanti i risultati sul tema dell’analisi di Sraffa.
Per quanto riguarda la  previsione di un continuo impoverimento delle classi lavoratrici, questa non è avvenuta, così come predetto da Marx, e neanche la conseguente e inevitabile caduta del sistema capitalistico che, comunque, ha  indubbiamente attraversato crisi profonde come vediamo tra l’altro attualmente.
Se analizziamo poi gli esperimenti di “socialismo reale” che sono stati attuati, questi si sono realizzati  in società prevalentemente agricole e poco sviluppate industrialmente, contrariamente a quanto ipotizzato da Marx:

Il marxismo [...] predisse che il capitalismo avrebbe portato ad una miseria sempre crescente [...] e che ciò sarebbe accaduto, prima che altrove, in nazioni tecnicamente più sviluppate [...] sennonché la (cosiddetta) rivoluzione socialista si ebbe la prima volta in una delle nazioni tecnicamente più arretrate[10].

Per concludere, questo rapido e sintetico accenno alle teorie di Marx, non si può comunque negare la importanza e rilevanza delle sue idee nella storia del pensiero economico, coma hanno riconosciuto anche i più critici, come Karl Popper: «La scienza progredisce attraverso tentativi ed errori. Marx tentò, e benché abbia sbagliato nelle dottrine fondamentali, non ha tentato invano. Egli ci ha aperto gli occhi e ce li ha resi più acuti in molti modi»[11].









[1] K.Marx, Il Capitale, Critica dell’Economia Politica, Editori Riuniti, Roma,1964.
[2] Lo storico Mark Blaug sostiene, comunque in, Great Economists before Keynes, che la opera di Marx è principalmente un’opera economica.
[3]Marx per precisione fa una distinzione sottile tra ”forza-lavoro”, capacità potenziale dei lavoratori di dispiegare il lavoro, che è la “merce” che acquistano i capitalisti, e il “lavoro” inteso come lavoro effettivamente svolto nel processo produttivo. Per Marx inoltre, come per tutti gli economisti classici, i lavoratori vengono pagati al “livello di sussistenza” cioè  al livello in grado  di garantire i loro bisogni e  mantenersi in grado di lavorare, livello che risulta dipendente dalle condizioni storiche.
[4] Saggio di profitto = S/C+V, se dividiamo numeratore e denominatore per V otteniamo S/V/q+1 , ove q=C/V ovvero la composizione organica del capitale.
[5]Tale parte del Capitale fu terminata dopo la morte di Marx a cura di Engels, suo amico, compagno di lotta e benefattore
[6] Il saggio di sfruttamento è il rapporto tra plusvalore e capitale variabile S/V.

[7] Grazie a questa teoria, Marx, dimostra che il  prezzo a cui si vendono le merci non è esattamente il valore definito dalla teoria del valore (!), ma  determinato dal  costo di produzione (C+V), a cui si aggiunge una quota di guadagno che è proporzionale al profitto medio o prevalente  dell’intera industria (R), il prezzo di produzione risulta quindi essere = C+V+R*(C+V), dove C capitale costante, V capitale variabile e R è il profitto medio o prevalente nell’industria. Esempio in tabella seguente.

[8]  Come “forze antagoniste” possiamo citare l’aumento dell’orario di lavoro che aumenta il “plusvalore”, o l’aumento di produttività e quindi diminuzione dei costi nel settore, ad esempio, di produzione dei macchinari (capitale costante).
[9] A.Schumpeter, Capitalismo, socialismo e democrazia, Etas, Milano,2001.
[10] K.Popper, The philosophy of Karl Popper, The library of living philosophers, Open Court Publishing Co,U.S., 1977, II vol.
[11]  K.Popper, La società aperta, Armando, 1996, cap. II, pp. 414-415 .

venerdì 18 dicembre 2015

Le idee dell'economia:la legge degli sbocchi-Jean Baptiste Say e Malthus

 Jean Baptiste Say (1767-1832) nacque in Francia, ma passò una parte della sua vita in Inghilterra dove ebbe l’opportunità di leggere le opere di Smith, oltre che studioso di economia fu dedito ad attività pratiche sia come  imprenditore sia come giornalista.
Il suo nome, molto meno noto ai non economisti rispetto ai precedenti autori, è legato alla cosiddetta “legge degli sbocchi”[1], che nella forma più semplice può essere così enunciata: l’offerta crea la sua domanda. In altri termini tale legge afferma che chi produce i beni produce anche il reddito per acquistarli, ovvero che ogni venditore è anche compratore. Come conseguenza, per J.B.Say, non dovrebbero esistere  crisi di sovrapproduzione.
Abbiamo visto come già in Ricardo si incontrino i primi dubbi sul fatto che non esistano crisi di sovrapproduzione, altri autori, tra cui anche J.S.Mill, espressero delle teorie sulle crisi.  Comunque, in generale, possiamo dire che tale legge fu assunta come  valida, almeno sul lungo periodo piuttosto che sul breve, dalla maggioranza  gli economisti successivi.
Chi fu invece molto critico con questa legge fu Malthus (1766-1834), sacerdote anglicano che fu docente di storia ed  economia politica, amico di Ricardo con cui intrattenne un lungo rapporto epistolare, dove esprimeva posizioni spesso contrastanti a quelle di Ricardo stesso.
Il suo nome è legato alla teoria della popolazione, sostenuta nel suo libro Saggio sul principio della popolazione, dove sostanzialmente sosteneva che, se non limitata, la crescita della popolazione sarebbe stata maggiore della crescita del suo sostentamento con tutte le problematiche conseguenti.
Le sue  idee più interessanti, a mio parere, sono comunque quelle relative all’ assorbimento della produzione.
Il suo punto di vista, contrario alle idee di Say, è che l’aumento della produzione spinto dall’ utilizzo dei profitti reinvestiti piuttosto che dedicati al consumo e l’aumento della popolazione, che  sarebbe comunque  rimasta con i redditi fermi a livello di sussistenza, avrebbero determinato, di conseguenza,  una carenza di  domanda sufficiente ad assorbire la produzione stessa  e ciò avrebbe provocato una crisi innescando una spirale negativa.
La sua soluzione, da conservatore, era riposta nella necessità di classi improduttive (proprietari terrieri, funzionari pubblici, ecc…) che potevano, con la loro domanda aggiuntiva, garantire uno sbocco sufficiente alla produzione.
Come vedremo più avanti, sarà J.M.Keynes a riprendere le idee di Malthus sulla carenza della domanda con il concetto di domanda effettiva.




[1] Gli storici dell’economia  distinguono tra due versioni della legge, una più forte, detta “identità di Say” e una meno forte della legge, vedi ad esempio: Storia e critica della teoria economica di Mark Blaug.

venerdì 11 dicembre 2015

JOBS ACT E OCCUPAZIONE

Riprendiamo a parlare di disoccupazione e del Jobs Act, visto quello che è contenuto in uno studio in cui sembrerebbe che gli effetti del Jobs Act nel diminuire la disoccupazione non siano cosi esaltanti, cosi come riportato anche nei dati trimestrali ISTAT. Diciamo che  la cosa non mi sorprende, vedi precedente post infatti come ha spiegato bene Keynes la occupazione non si determina  solo nel mercato del lavoro, ma sopratutto nel mercato dei beni. Se c'è domanda e offerta di prodotti/servizi  e sopratutto queste aumentano, allora aumenta l'occupazione. In generale è chiaro che una diminuzione del costo del lavoro abbia effetti sull'offerta di lavoro, ma se diminuisco i redditi del lavoro ho anche una diminuzione dei consumi e della domanda, cioè un cane che si morde la coda. A meno che ad una diminuzione generalizzata dei costi del lavoro non ci sia una contemporanea e sostenuta diminuzione dei prezzi in modo da lasciare invariato il potere di acquisto dei lavoratori, cosa che sostengono i fautori del liberismo ma che non sempre, anzi forse raramente, accade. Quindi se si vuole un aumento della occupazione bisognerebbe agire su domanda (aumento dei consumi e/o maggiore spesa pubblica), aumento degli investimenti privati, maggiore competitività dei prodotti (ad es. maggiore ricerca e altro), insomma tutta una serie di interventi che sono complessi, lunghi e non facili da realizzare. Parliamo poi di flessibilità, non nego che l'evoluzione tecnologica e dei mercati non diano luogo a un maggior ricambio del tipo e modalità di lavoro, quindi è chiaro che strutturalmente è difficile pensare che le persone possano mantenere a lungo un certo tipo di lavoro, dato che le condizioni cambiano, e quindi una maggiore  flessibilità è comunque un fatto assodato. Altra cosa è la flessibilità, "parculesca", cioè quella che costringe i lavoratori a situazioni sempre più precarie, questa sinceramente è evitabile, anche perchè dannosa per la società in generale e alla fine non consente neanche di fare investimenti sulle persone e sulla loro crescita professionale, quindi non va neanche troppo a vantaggio delle imprese, su questo credo che ci siano degli elementi nel Jobs Act positivi ma in alcuni casi contraddittori. Insomma quello del Jobs Act era un tentativo un po limitato e sbrigativo per risolvere il problema, mentre i problemi veri rimangono sul tappeto. Certo la situazione in cui ci siamo cacciati, euro e politiche controproducenti  della Commissione  europea, non facilita le scelte, comunque qualcosa di più a parità di condizioni si poteva fare, ma come al solito i vincoli elettoralistici e la scarsità di spessore del panorama politico italiano non aiutano. 

giovedì 26 novembre 2015

Le idee dell'economia-Teoria dei vantaggi comparati e legge dei rendimenti decrescenti: David Ricardo

David Ricardo (1722-1823), a differenza di Adam Smith, fu dedito nel corso della sua esistenza ad attività pratiche, in particolare fu agente di cambio, si dedicò solo in età matura agli studi economici  grazie anche ai buoni guadagni raggiunti con il suo lavoro.
Ricardo  è considerato uno degli economisti più influenti dell’economia classica, per gli scopi di questo testo evidenzieremo solo alcune delle sue idee quelle che, a parere dello scrivente, diedero vita a importanti  filoni di ricerca successiva.
Il primo aspetto di cui tratteremo è quello relativo agli scambi internazionali. In particolare mi riferisco alla teoria dei vantaggi comparati. In questa teoria Ricardo dimostra che, in determinate condizioni, conviene lo scambio tra nazioni, in quanto ognuna, date certe caratteristiche particolari naturali o di altro tipo, risulta avvantaggiata nella produzione di determinati prodotti.
In pratica questa teoria estende il concetto di divisione del lavoro di Adam Smith a livello internazionale, stabilendo la convenienza per le nazioni a specializzarsi nella produzione di determinati tipi di beni.
Per capire tale teoria dovremmo ricorrere ad un esempio pratico, semplificato, tratto dal libro di Ricardo: Sui principi dell’economia politica e della imposta.[1]
Si supponga di avere due nazioni, Inghilterra e Portogallo, e di trattare solo due tipologie di prodotto: vino e tessuto, e inoltre di considerare come componente di costo di produzione solo il lavoro.
Nella tabella seguente si riportano il numero di ore necessarie per produrre una unità dei suddetti beni in ciascuna delle due nazioni.
PORTOGALLO
INGHILTERRA
TESSUTO
90
100
VINO
80
120

Come si vede il numero di ore necessarie è minore, per entrambe le tipologie di bene, per il Portogallo (vantaggio assoluto), dovendo però trattare di scambio dovremmo ragionare in termini relativi.[2]
Al Portogallo sembrerebbe, a prima vista, non conveniente effettuare lo scambio. In realtà a ben vedere, se impiegasse il tempo  in cui produce  tessuto per produrre vino, ne potrebbe produrre 1,2 unità, quindi una quantità maggiore. Se esportasse il vino in Inghilterra il prezzo che ne potrebbe ricavare è maggiore di quello che otterrebbe nel mercato interno, questo perché Ricardo assume che il  prezzo è proporzionale al  costo e che il valore di scambio è  quindi a metà strada tra i costi di produzione dei due paesi. Pertanto il Portogallo ricaverà di più a vendere vino sul mercato esteso, comprendente l’Inghilterra, potendo a questo punto importare tessuto dall’estero guadagnandoci (differenza tra ricavo totale e spesa totale), cosi come pure l’Inghilterra stessa nella esportazione di tessuto.
Questa teoria segna un ulteriore punto a favore della teoria del libero scambio e delle politiche di abolizione dei dazi,  in opposizione a quanto espresso dalle politiche mercantilistiche e, pur con le sue limitazioni e semplificazioni, rappresenta il punto di partenza per le successive teorie del commercio internazionale.
E’ da notare che le critiche a questa teoria saranno  mosse successivamente da altri economisti, in particolare da parte dell’economista tedesco Friedrich List (1789-1846) verrà messo in evidenza che tale teoria non tiene conto della necessità di salvaguardare, con provvedimenti di tipo protezionistico, dalla concorrenza estera le industrie nascenti nei paesi in via di sviluppo industriale, questo atteggiamento dell’economista tedesco è più che comprensibile pensando al fatto che la Germania ha iniziato lo sviluppo industriale successivamente all’Inghilterra. In particolare List accuserà esplicitamente l’Inghilterra, una volta arrivata a un maggior sviluppo economico, di «voler buttar giù la scala» per impedire agli altri paesi di raggiungere un egual livello di sviluppo.
Per quanto riguarda la teoria del valore, Ricardo sostanzialmente  esprime una teoria del valore lavoro contenuto che, contrariamente a quanto sosteneva Smith, vale per lui anche in un economia capitalista avanzata. Ricardo infatti cerca di dimostrare i limiti  della teoria del valore comandato, ma anche la sua teoria del valore-lavoro ha molte contraddizioni, di cui in parte ne è consapevole.   Sul filone della teoria del valore-lavoro proseguirà Karl Marx, con la sua teoria, portandola alle estreme conseguenze.
L’altra “legge”  che vorrei evidenziare di Ricardo è quella che va sotto il nome di legge dei rendimenti decrescenti. Tale legge deriva per Ricardo  dal fatto che, all’aumentare della popolazione e del benessere, vengono messe a coltivazione terre sempre meno fertili. Il rendimento (rendita) di questa terra, a parità di altre condizioni, sarà inferiore a quelle più fertili o meglio posizionate logisticamente. Da questo Ricardo  deriva che, essendo la terra il fattore di produzione di base, input di tutti i successivi  processi produttivi,  anche la produzione industriale  tenderà ad avere dei rendimenti (o saggio di profitto)  decrescenti.[3]
Il tema dei rendimenti dei fattori produttivi, decrescenti/crescenti/costanti, sarà un argomento molto dibattuto dagli economisti successivi.
Infine vorrei accennare ad un altro tema affrontato da Ricardo,  che è quello della evoluzione tecnologica e dei suoi riflessi sulla occupazione.
Su questo punto Ricardo  ha due posizioni distinte nel tempo, inizialmente  afferma  che, nel breve periodo,  una maggiore meccanizzazione dei processi produttivi, necessaria per ridurre i costi per l’effetto della concorrenza e ridurre quindi la tendenza ai rendimenti decrescenti, genera inizialmente un aumento della disoccupazione che viene successivamente riassorbita da nuove necessità produttive.
In un secondo momento, a dire il vero solo nell’ultima revisione dei suo libro Sui principi dell’economia politica e della tassazione ,Ricardo cambia idea sostenendo che i lavoratori, essendo  in numero minore nel periodo successivo  a causa delle innovazioni tecnologiche, non sono in grado di consumare tutto quanto viene prodotto nel periodo precedente di maggiore occupazione, dando quindi luogo a una carenza di domanda che blocca il processo virtuoso che conduce ad una sempre maggiore produzione.
Abbiamo quindi con Ricardo, un primo esempio di crisi da domanda, anche se fondamentalmente nel breve periodo.





[1] D.Ricardo, Sui principi dell’economia politica e della imposta,  Isedi, Milano, 1976.
[2] E’ chiaro che in assoluto sarebbe più  conveniente  produrre in Portogallo, ma questo significherebbe in pratica spostare capitali e lavoro ed esula dalla teoria di Riccardo ed è anche coerente con il  periodo storico considerato, probabilmente adesso con la globalizzazione tale vincolo sarebbe meno stringente. 

[4] Per precisione, Ricardo in un secondo momento rivedrà la sua teoria rendendola più elaborata, ma che implica comunque una caduta del saggio di profitto del settore industriale.

venerdì 20 novembre 2015

Le idee dell'economia: la nascita della economia classica-Adam Smith

Adam Smith (1723-1790) viene generalmente considerato il primo degli economisti classici e anche, da molti,  il fondatore della scienza economica. In realtà molte delle sue idee, se non tutte secondo alcuni, sono rilevabili  negli autori precedenti. Sicuramente la sua peculiarità consiste nell’averle inserite in un quadro organico e sistematico all’interno del suo libro più famoso: La ricchezza delle nazioni[1]. Questo è dovuto, almeno in buona parte, al fatto che è il primo economista accademico, ha infatti ricoperto per molti anni la cattedra di filosofia morale a Glasgow, al contrario dei predecessori che erano per la maggior parte uomini dediti a qualche attività pratica.
Il suo pensiero è influenzato indubbiamente dall’Illuminismo scozzese, in particolare da Hume. Adam Smith fa una personale sintesi di tali influenze che, nella complessità delle motivazioni all’origine dei comportamenti umani, lo porta da un lato a individuare come movente principale l’interesse personale: «non è dalla generosità del macellaio, del birraio o del fornaio che noi possiamo sperare di ottenere il nostro pranzo, ma dalla valutazione che essi fanno dei propri interessi».[2]
D’altra parte, questo non è per Smith l’unico aspetto, infatti nel comportamento umano vede anche il desiderio di ricevere l’approvazione altrui (“principio di simpatia”), concetti che troviamo esposti nel suo altro grande libro: Teoria dei sentimenti morali.[3] In qualche modo, questo atteggiamento lo fa essere allo stesso tempo  realista, come vedremo sulla situazione sociale, ma anche ottimista sugli sviluppi della società.
Adam Smith, nel suo libro La ricchezza delle Nazioni, si propone di identificare le cause della ricchezza delle nazioni, ovvero quale sia sostanzialmente il “motore” dell’economia, individuandolo nella industria. In questo si distingue dalle due correnti economiche precedenti: il mercantilismo, che poneva al centro dell’attività economica il commercio e dei fisiocratici  per i quali, invece, era l’agricoltura.
Come elemento principale dello sviluppo economico, e quindi industriale, Smith pone la divisione del lavoro, ovvero una migliore organizzazione del lavoro che prevedendo  la specializzazione dei compiti consente, a parità di altre condizioni, di aumentare la produttività[4] del lavoro, definibile come quantità di prodotto per singolo lavoratore od ora lavorata.
L’aumento della produzione (offerta)  ha come conseguenza la necessità della ricerca di mercati di sbocco (domanda). Questo spiega il suo atteggiamento a favore del libero commercio (libero scambio) e quindi favorevole all’abolizione dei dazi, in contrasto con le politiche mercantilistiche.
Per Smith si crea, in questo modo, un meccanismo  virtuoso che porta ad un aumento del benessere generale. Anche  in questo si differenzia dai mercantilisti, che avevano posto come fine economico l’aumento della potenza dello Stato, mentre per Smith  il fine è quello di elevare quello che, in termini moderni, è il reddito pro capite.
La posizione di Smith in merito al ruolo dello Stato, in opposizione al mercantilismo, è che allo Stato competa comunque  un ruolo importante:  giustizia, difesa, istruzione, lavori pubblici, ecc…, ma che  dall’altra parte, nel campo economico, il suo intervento debba  essere limitato (laissez-faire), lasciando che le dinamiche del libero mercato  (la cosiddetta “mano invisibile”) portino alla migliore allocazione delle risorse.
Dal punto di vista sociale Smith suddivide le classi sociali in tre: proprietari terrieri, capitalisti e lavoratori,  a cui corrispondono rispettivamente  le tre categorie di reddito: rendita, profitto e salario. La sua posizione, pur critica su qualche aspetto,  è sostanzialmente di accettazione della situazione sociale al  contrario di Marx
Non possiamo a questo punto non parlare della teoria del valore, argomento complesso su cui non ci potremo soffermare in dettaglio, in quanto è uno degli aspetti più dibattuti dell’economia classica.
Prima di tutto Smith  chiarisce la differenza tra valore d’uso (ovvero l’utilità del bene) e valore di scambio   (ovvero il potere  di acquistare un altro bene) di una merce. L’esempio che riporta è quello dell’acqua che, pur avendo un alto valore d’uso, ha un basso valore di scambio, al contrario del diamante che pur avendo un basso valore d’uso ha un alto valore di scambio. Pur ammettendo che il valore d’uso è essenziale, pre-condizione, per avere un valore di scambio, concentra la sua attenzione sul valore di scambio.
La teoria del valore che enuncia nel suo libro sono in realtà due, nella prima afferma che il valore di scambio di una merce è pari al valore del lavoro contenuto nella merce stessa (teoria del valore-lavoro, che verrà ripresa da Ricardo e Marx). Tale teoria, precisa Smith, vale solo in una fase primitiva dell’economia cioè una fase pre-capitalistica. L’altra teoria del valore esposta,  non del tutto chiarita nel  libro per cui  molti autori danno delle interpretazioni diverse, è che il valore sia determinato dai cosiddetti fattori di produzione (terra, capitale e lavoro) e dal loro reddito e quindi, sostanzialmente, sia derivante dal costo di produzione (“teoria del valore comandato o acquistabile”): «Salario, profitto e rendita sono le tre fonti originarie di ogni reddito cosi come di ogni valore di scambio».[5]
Smith chiarisce ulteriormente che, nel breve periodo, questo valore può oscillare per effetto delle variazioni della domanda e dell’offerta[6] ma, nel lungo periodo, tale valore tende a diventare quello “naturale” ovvero correlato al costo di produzione. Tali teorie, comunque, non risultano soddisfacenti da un punto di vista teorico, come vedremo nelle evoluzioni successive del pensiero economico.
Per concludere su Smith, vorrei sfatare il mito che lo vede come un liberista conservatore, in realtà per i suoi tempi può essere  considerato un non tradizionalista. La sua è una visione piuttosto realistica della società, convinto che la classe lavoratrice in quel periodo sia  più debole contrattualmente, non lesinando comunque critiche ai mercanti e padroni manifatturieri:
I padroni, essendo in numero minore,  possono coalizzarsi più facilmente;
I mercanti e padroni sono comunemente rivolti al loro interesse [...] che all’interesse della società.[7]
Rimane comunque ottimista, e l’evoluzione economica gli darà sostanzialmente ragione, sul fatto che l’aumento della produzione industriale debba portare a un miglioramento delle condizioni di vita anche delle classi lavoratrici.
Si rende conto, altresì, che la divisione del lavoro comporta un peggioramento della qualità lavorativa, ma rimane convinto che il bilanciamento che deve avvenire, tra interessi e atteggiamenti di “simpatia”, possa condurre a un progresso delle condizioni economiche generali della società.





[1] Il titolo completo dell’opera è:  Un indagine sulla natura e le cause  della ricchezza delle nazioni.
[2]A.Smith, La ricchezza delle nazioni, Grandi Tascabili Economici Newton, Roma.
[3] A.Smith, Teoria dei sentimenti morali, Rizzoli, Milano, 2001.
[4] La produttività in economia è in generale il rapporto tra il prodotto (output) e la quantità di risorse impiegate nel processo produttivo, quindi nel caso del lavoro è il rapporto tra quantità prodotte e numero di lavoratori (Q/L), nel caso dell’altro fattore produttivo, il capitale, la produttività del capitale  sarà il rapporto tra quantità prodotte e capitale impiegato (Q/K).
[5] A.Smith, La ricchezza delle nazioni, cit, cap.V.
[6]Sulla legge  della domanda e offerta, uno degli aspetti fondamentali dell’economia, torneremo più avanti. I termini generali della teoria erano conosciuti anche dagli economisti antecedenti a Smith. La definizione formale e sistematica di tali idee avviene successivamente, in particolare grazie ad Alfred Marshall.
[7]  A.Smith, La ricchezza delle nazioni, cit,cap.VIII.

mercoledì 18 novembre 2015

Giorgio La Malfa - John Maynard Keynes- Feltrinelli

Il libro che recensiamo è da poco uscito nella collana Eredi di Feltrinelli, scritto da Giorgio La Malfa, noto come politico e figlio del forse più noto Ugo, che comunque ha studiato economia anche all’estero (Cambridge, M.I.T) ed ha insegnato Economia politica in varie università italiane. Il libro è dedicato al grande economista inglese,nella prima parte ricostruisce la evoluzione del pensiero di Keynes, dalle prime opere sino ad arrivare a quella più conosciuta: La teoria generale. Nella seconda parte cerca di spiegare quale siano le parti del pensiero dell’economista inglese ancora attuali, anche alla luce della recenti crisi. Complessivamente il libro è molto piacevole da leggere e anche breve, poco più di 100 pagine. La prima parte contiene una bella ricostruzione storica, con molti aspetti su Keynes meno noti e interessanti; la seconda parte di analisi, visto anche il carattere sintetico del libro, è solo accennata e poco approfondita e, a mio parere, meno riuscita. Sicuramente comunque un libro che consiglio a chi vuole farsi un idea del pensiero e della attualità del messaggio keynesiano.

lunedì 16 novembre 2015

La tecnologia può risolvere tutti i nostri problemi?

Che la scienza e la conseguente tecnologia, a sua volta applicata nel mondo industriale e del business, ci hanno dato un buona parte della prosperità e del benessere di cui ora godiamo, almeno nei paesi sviluppati, è indubbio. Da un punto di vista del pensiero economico, Schumpeter ha evidenziato bene il ruolo della innovazione, applicata da audaci imprenditori, nel creare lo sviluppo economico. Anche tutte le teorie dello sviluppo economico successive hanno messo in luce il ruolo della innovazione tecnica, in particolare il modello di Solow afferma che nelle economie sviluppate è proprio lo sviluppo tecnico a poter garantire margini di sviluppo ulteriori. Quindi lungi da me voler sottovalutare il ruolo della innovazione tecnologica, visti anche i miei studi, vorrei sottoporvi una delle mie solite provocazioni, uno dei miei ragionamenti al limite, una specie di esperimento ideale. Supponiamo di essere in un futuro molto lontano, dove le capacità tecnologiche dell'uomo si siano ulteriormente progredite, e si sia riusciti a costruire robot in grado di compiere la maggioranza dei compiti più gravosi e ripetitivi, cioè in grado ad esempio di sostituire l'uomo in quasi tutte le mansioni, dalla agricoltura all'industria e anche nei servizi. Supponiamo anche che la proprietà di tali fantastiche macchine sia nelle mani di poche multinazionali, a loro volta possedute solo da una minoranza di persone. Ora rimarrebbero sicuramente alcuni compiti non automatizzabili, ad esempio nel campo artistico o della ricerca, insomma nel campo strettamente intellettuale, ma  se sono pochi a possedere le macchine il reddito sarebbe concentrato nelle loro mani, quindi si pone il problema di come si procurerebbe da vivere la maggioranza delle persone e quindi a  chi venderebbero i prodotti le ricche multinazionali? Le soluzioni sono o che il reddito dei ricchi possidenti viene pesantemente redistribuito dallo Stato o viene redistribuita la proprietà delle multinazionali  e ognuno possiede una quota o, soluzione drastica, si statalizza la produzione. Insomma comunque la mettete la distribuzione della ricchezza è un punto fondamentale di qualsiasi economia che voglia mantenersi in equilibrio economico e sociale. Non so se vi ho convinto, ma vorrei avervi messo qualche dubbio sul fatto che basta la evoluzione tecnologica, questa pone, inevitabilmente, anche delle questioni diciamo istituzionali e di sitema che devono essere opportunamente gestite e affrontate, insomma l'economia può essere pericolosa se lasciata a se stessa e anche la tecnologia, come dare un immenso armamentario nucleare ad un pazzo scatenato, io non mi sentirei cosi tranquillo.












La tecnologia può risolvere tutti i nostri problemi?

Che la scienza e la conseguente tecnologia, a sua volta applicata nel mondo industriale e del business, ci hanno dato un buona parte della prosperità e del benessere di cui ora godiamo, almeno nei paesi sviluppati, è indubbio. Da un punto di vista del pensiero economico, Schumpeter ha evidenziato bene il ruolo della innovazione, applicata da audaci imprenditori, nel creare lo sviluppo economico. Anche tutte le teorie dello sviluppo economico successive hanno messo in luce il ruolo della innovazione tecnica, in particolare il modello di Solow afferma che nelle economie sviluppate è proprio lo sviluppo tecnico a poter garantire margini di sviluppo ulteriori. Quindi lungi da me voler sottovalutare il ruolo della innovazione tecnologica, visti anche i miei studi, vorrei sottoporvi una delle mie solite provocazioni, uno dei miei ragionamenti al limite, una specie di esperimento ideale. Supponiamo di essere in un futuro molto lontano, dove le capacità tecnologiche dell'uomo si siano ulteriormente progredite, e si sia riusciti a costruire robot in grado di compiere la maggioranza dei compiti più gravosi e ripetitivi, cioè in grado ad esempio di sostituire l'uomo in quasi tutte le mansioni, dalla agricoltura all'industria e anche nei servizi. Supponiamo anche che la proprietà di tali fantastiche macchine sia nelle mani di poche multinazionali, a loro volta possedute solo da una minoranza di persone. Ora rimarrebbero sicuramente alcuni compiti non automatizzabili, ad esempio nel campo artistico o della ricerca, insomma nel campo strettamente intellettuale, ma  se sono pochi a possedere le macchine il reddito sarebbe concentrato nelle loro mani, quindi si pone il problema di come si procurerebbe da vivere la maggioranza delle persone e quindi a  chi venderebbero i prodotti le ricche multinazionali? Le soluzioni sono o che il reddito dei ricchi possidenti viene pesantemente redistribuito dallo Stato o viene redistribuita la proprietà delle multinazionali  e ognuno possiede una quota o, soluzione drastica, si statalizza la produzione. Insomma comunque la mettete la distribuzione della ricchezza è un punto fondamentale di qualsiasi economia che voglia mantenersi in equilibrio economico e sociale. Non so se vi ho convinto, ma vorrei avervi messo qualche dubbio sul fatto che basta la evoluzione tecnologica, questa pone, inevitabilmente, anche delle questioni diciamo istituzionali e di sitema che devono essere opportunamente gestite e affrontate, insomma l'economia può essere pericolosa se lasciata a se stessa e anche la tecnologia, come dare un immenso armamentario nucleare ad un pazzo scatenato, io non mi sentirei cosi tranquillo.