venerdì 24 ottobre 2014

Supercapitalismo- Robert Reich

Il libro di cui parliamo oggi è  Supercapitalismo (Fazi editore) di Robert Reich, economista dell’Università di Berkeley, ex Segretario del Lavoro di Clinton e anche consigliere di Barack Obama. Nel libro l’autore presenta una ricostruzione, molto ben documentata, sulla evoluzione del capitalismo, soprattutto USA  dal dopoguerra ad oggi, che lo trasforma in quello che appunto lui definisce “supercapitalismo”. 
Nel dopoguerra, periodo che l’autore definisce “età proprio non dell’oro” per sottolineare un epoca positiva ma anche con alcune ombre, si concretizza un certo equilibrio tra democrazia e capitalismo. Infatti il mercato è caratterizzato da una moderata competizione internazionale e quindi da poche imprese oligopolistiche che, quindi, riescono a spuntare dei prezzi che gli consentono adeguati  profitti, ma  la presenza di un forte Stato nazionale e anche la forza dei sindacati garantisce che anche l’occupazione e i salari aumentino  con conseguente crescita di una classe media. Questo equilibrio che ha i suoi difetti per il consumatore, minore possibilità di scelta, si spezza a partire dagli anni 70. Le cause di questo sono molteplici e interdipendenti. Tra queste cause ci sono: la evoluzione tecnologica, l’aumento della globalizzazione e concorrenza internazionale. Ci sono anche componenti più ideologiche e politiche, come l’affermazione delle teorie liberiste e la loro adozione da parte di politici (Reagan e Thatchter per esempio), con l’attuazione  di politiche di deregulation. Tutto ciò rende la competizione sempre più forte, ma  consente anche  alle imprese di allargare le catene produttive  verso altri paesi, a minor costo. Con il collasso dell’Unione Sovietica e, quindi, la sparizione dello spauracchio anche del comunismo, si compie l’atto finale comportando anche l’ingresso dei  paesi dell’area dell’est nell’arena competitiva. Questo comporta la sempre maggiore internazionalizzazione delle imprese, con conseguenti minori vincoli verso gli  Stati nazionali e le comunità locali. Da una parte questo comporta alcuni benefici per i consumatori ed investitori, con maggiori possibilità di scelta e riduzioni di costo (si pensi ad esempio ai mercati delle telecomunicazioni e a quello del trasporto aereo), questi vantaggi sono comunque più che bilanciati dalla perdite come cittadini in termini di sicurezza del lavoro e riduzione delle retribuzioni, in sintesi l’autore afferma:
Il capitalismo  è diventato più sensibile alle nostre richieste individuali in quanto consumatori, ma la democrazia è sempre meno sensibile alle nostre richieste collettive in quanto cittadini.

La trasformazione del capitalismo ha anche  comportato   un crescente  peso delle aziende nelle decisioni politiche, rappresentato dall’autore dalla crescente opera e spesa per l’attività di lobbying.  Inoltre, il processo di trasformazione del capitalismo, ha innescato una crescita della diseguaglianza distributiva, con la impennata delle retribuzioni dei manager e la riduzione dei salari degli altri e, quindi, anche una  maggiore concentrazione della ricchezza.  L’autore però, in parte, assolve le aziende in quanto  rispondono solo alla richieste di maggiore   competitività e di realizzare profitti e, quindi, in buona parte  è soprattutto colpa nostra e  del nostro atteggiamento “schizofrenico”,  che come consumatori e investitori spingiamo per risparmiare sui consumi o guadagnare di più con gli investimenti. Nel finale, Reich,  da alcune indicazioni, ma l’aspetto più rilevante per l’autore, è che dobbiamo aumentare la consapevolezza del nostro duplice ruolo di cittadini e consumatori e quindi che il cambiamento dipende da noi e dalla nostra volontà di contare di più come cittadini, infatti conclude:
possiamo farcela solo se ci assumiamo seriamente le nostre responsabilità in quanto cittadini, e salvaguardiamo la nostra democrazia
Nel complesso  il libro  è dunque molto interessante e ben scritto  e consente di aumentare la nostra conoscenza  sulla evoluzione del capitalismo con i suoi vantaggi e i suoi limiti. Ritengo che evidenzi comunque poco l’aspetto della enorme crescita del capitalismo finanziario che, con le su aberrazioni, ci ha regalato la crisi in cui adesso ci ritroviamo. Inoltre, manca anche un elemento evidenziato da Stiglitz nel suo libro, La globalizzazione e i suoi oppositori, ovvero che mancano quelle istituzioni globali in grado, viste  ormai le difficoltà degli stati nazionali, di rappresentare la volontà dei cittadini e limitare lo strapotere del "supercapitalismo".

giovedì 16 ottobre 2014

Le lezioni della storia comprese a metà

Se guardiamo alla situazione recente, ma diamo uno sguardo al passato, possiamo vedere come alcune lezioni della storia a volte vengano comprese ma, invertendosi le parti, a volte no. Partiamo da lontano, siamo nel 1919 conferenza di pace, i vincitori della prima guerra mondiale richiedono alla sconfitta Germania pesantissimi risarcimenti di guerra. Keynes, che partecipa alla conferenza, non è d’accordo e sbatte la porta, scriverà poi un libro: « Le  conseguenze economiche della pace», dove prevede chiaramente che questi pesanti pagamenti metteranno in ginocchio la Germania e quindi si rischia di innescare dei pericolosi risentimenti e voglia di rivincita. Qualche anno più tardi. in seguito alla pesante situazione economica e sociale, sale al potere Hitler. Nel secondo dopoguerra gli alleati, compresi Grecia e Italia,  cambiano strategia e cancellano buona parte dei debiti di guerra e i restanti vengono diluiti in 30 anni e praticamente mai saldati. In compenso alla stessa Germania  dopo la riunificazione viene anche concesso di derogare ai limiti imposti dai trattati sullo sforamento del debito pubblico. Adesso a  parti invertite invece la Germania, dimentica di quello che gli è stato concesso, assume un atteggiamento molto severo e inflessibile con gli altri alleati europei. Le conseguenze sono un generale ristagno della economia. Conosco già l’obiezione dei soliti saputoni, ma adesso siamo in tempo di pace e i tedeschi sono stati solo più bravi. Bè evidentemente in parte è vero, la Germania ha fatto delle mosse che le hanno consentito di diventare l’economia forte  che è, ma come?  Hanno attuato una politica mercantilistica basata sull’export, principalmente verso  i suoi partner dell’euro, sfruttando il cambio fisso dell’euro e facendo una politica di contenimento salariale. Ora voi direte che i nostri politici sono dei mascalzoni perché hanno continuato a spendere  e  aggravare la spesa pubblica. Ora diciamo che sicuramente hanno delle colpe, e in particolare quella di non rispondere adeguatamente alla sfida della Germania, ma mi chiedo non siamo una unione europea? Non dovremmo coordinare le nostre azioni  per  rendere tutta la nostra  area più forte e competitiva verso gli USA o la Cina, o dobbiamo fare ognuno la politica del «frega il tuo vicino» ? E qui sta il punto sulla costruzione europea che è completamente carente sia da un punto di vista economico e sia  da un punto di vista politico, invece di essere una politica del tipo win-win, ovvero collaboriamo per vincere insieme,  sta diventando una politica loose-loose, perché anche se è vero che la Germania sta meglio, ora che i suoi partner  non possono più spendere, comincia a  rallentare vistosamente. La Germania ha perso due guerre e vuole vincere la terza guerra economica ? Vogliamo che il sud europa subisca un processo di completa deindustrializzazione e impoverimento? Se sono su una scialuppa di salvataggio e qualcuno sta cercando di accaparrarsi tutti i viveri e l'acqua che faccio, continuo a rispettare delle regole asimmetriche che chiaramente mi svantaggiano? 

venerdì 3 ottobre 2014

Articolo 18 parole e fatti

Sull'articolo 18 mi sembra che si applichi il contrario di quello che dice il criterio di Pareto [http://it.wikipedia.org/wiki/Principio_di_Pareto], che infatti afferma che si dovrebbe concentrare sul 20% di argomenti per risolvere l'80% dei problemi. Infatti parlare di articolo 18 significa spendere energie su un falso problema. L'articolo 18, come sapete, di fatto è già stato ampiamente ridotto dal governo Monti e dal Ministro Fornero. Come afferma uno studio del 2006 di Oliver Blanchard, del FMI quindi non proprio marxista,  non esistono comunque  evidenze certe di correlazione tra aumenti di flessibilità del lavoro e aumenti della occupazione e infatti la disoccupazione in Italia dopo la riforma Fornero è aumentata. Inoltre  da i dati OCSE. si rileva che il grado di flessibilità del lavoro in Italia è ormai, dopo tutte le riforme attuate, non meno flessibile della media  paesi industrializzati. Quindi parlare di articolo 18 significa parlare del nulla, se poi andiamo a chiedere a 100 imprenditori in questo momento quali sono le priorità credo che quelli che metterebbero l'articolo 18 in prima fila sarebbero pochissimi, a riprova che la maggioranza degli imprenditori punta al sodoCiò non vuol dire che il Job Act non contenga anche cose utili, ad esempio il contratto a tutele progressive, c'è da capire, quando si sapranno i dettagli, come ad esempio questo contratto sarà incentivato rispetto alle attuali forme di precarietà che il governo Renzi ha addirittura aumentato. Insomma sul modo del lavoro c'è molto da fare, e come dice Blanchrad nel suo studio dobbiamo passare dalla difesa del posto di lavoro alla difesa del lavoratore. Infatti  non ci possiamo illudere che il mercato del lavoro sia quello di 50 anni fa, con la possibilità di avere il posto fisso a vita, questo, dato il ritmo di cambiamento tecnologico che modifica sempre più rapidamente le condizioni del mercato, non è più pensabile e quindi, ci vorrà più flessibilità. Tale flessibilità però non deve essere scaricata solo sul lavoratore, anche perchè, da che mondo e mondo, proprio il mercato ci dice che ciò che è più flessibile si paga di più. Allora perchè Renzi ha imboccato questa strada? Non credo che sia matto o stupido, probabilmente la motivazione è esclusivamente politica: attuare un ulteriore strappo con la vecchia guardia del PD e del sindacato e prendere ulteriori consensi al centro e a destra. Ma tornando ai temi veri, quelli economici, la strada è invece quella di ottenere una deroga sul limite del 3% del deficit, che ormai quasi tutti i paesi di fatto non rispettano. Questo ci può consentire un minimo di respiro in più ma, il problema di fondo è che, per uscire dalla crisi, ci vogliono politiche espansive della domanda aggregata che possono attuare principalmente i paesi che sino ad esso l'hanno risucchiata dagli altri (Germania), se vogliamo veramente costruire un progetto europeo. In parallelo l'Italia ha bisogno di uscire dalle secche dove l'ha portata una politica miope e di scarsa visione. In particolare ridefinire la spesa pubblica incentivando la ricerca e chi crea lavoro. Ribilanciare il welfare, meno spesa in pensioni ingiustificate, e più sussidi di disoccupazione per chi perde o non trova lavoro. Una burocrazia che favorisca l'impresa e non crei solo lacci e lacciuoli, compresa una vera riforma della giustizia come si deve. Rivedere la scuola, ma non con le solite riforme che cambiano tutto per non cambiare niente, bisogna ripensare alla formazione anche e sopratutto nell'ottica di favorire l'incontro con la domanda attuale, ma sopratutto prospettica, evitando spreco di risorse in direzioni poco utili (abbiamo bisogno di tutti questi avvocati?) e verso una formazione anche più tecnica ( vedi esempio della Germania), va bene la cultura ma un po di sano realismo serve.