martedì 12 luglio 2016

The political economy of liberal democracy

Oggi recensiamo un bellissimo articolo di D. Rodrik (Harvard University)  e S. Mukand (University of Warwick) sulla democrazia e quindi in linea con questo blog, che potete trovare qui in lingua inglese, se volete una esauriente sintesi la trovate di seguito. 
L' articolo inizia con una interessante definizione dei diritti, in particolare si suddividono in:

  • Diritti di proprietà, che proteggono i possessori di beni (assets) e investitori dalle espropriazioni dello Stato o altri gruppi;
  • Diritti politici, che garantiscono libere e corrette competizioni elettorali  e permettono ai vincitori di tali elezioni di determinare la politica soggetti solo alle limitazioni di altri diritti ( qualora ci siano);
  • Diritti civili, che assicurano la eguaglianza davanti alla legge, nella amministrazione della giustizia e la fornitura di altri beni pubblici come la istruzione e la salute.
Segue quindi una classificazione dei regimi politici in base a quale combinazione di questi diritti siano forniti.
Nelle dittature sono protetti solo i diritti di proprietà delle élite. I regimi liberali classici proteggono i diritti di proprietà e i diritti civili, ma non necessariamente i diritti elettorali. Le democrazie elettorali, che costituiscono la maggioranza delle democrazie attuali, proteggono i diritti di proprietà e i diritti politici, ma non i diritti civili. Le democrazie liberali proteggono tutti e tre i diritti. Ciascuno di questi diritti ha un chiaro e ben identificabile beneficiario. Dei  diritti di proprietà   beneficiano principalmente i ricchi, le élite proprietarie. Dei diritti politici beneficia la maggioranza, le masse organizzate e le forze popolari. Dei diritti civili ne hanno beneficio coloro che normalmente sono esclusi dalla spartizione di privilegi o del potere, le minoranze etniche, religiose, geografiche o ideologiche.  
Quando le élite proprietarie possono governare da sole stabiliscono un autocrazia che protegge i loro diritti di proprietà e poco altro. Ciò è stato l'esito usuale lungo l'arco della storia. La democrazia di massa, d'altra parte, richiede la comparsa di gruppi popolari organizzati che possano sfidare il potere delle élite. Nel 19° e 20° secolo i processi di industrializzazione, le guerre mondiali e la decolonizzazione hanno portato alla mobilitazione di tali gruppi. La democrazia, quando è nata, è stata tipicamente il risultato di uno scambio tra le élite e le masse mobilitate. Le élite hanno acconsentito  alle richieste  della massa affinché il diritto di voto fosse esteso (di norma) ai maschi senza limitazioni di ricchezza o proprietà. In cambio i nuovi gruppi, con diritto di voto, hanno accettato limiti nella possibilità di espropriare i proprietari.  In sintesi i diritti elettorali furono scambiati con i diritti di proprietà. La caratteristica di tale accordo politico è che esclude i maggiori beneficiari dei diritti civili, le minoranze senza proprietà, dal tavolo di trattativa. La concessione dei  diritti civili è costosa per la maggioranza e non necessaria per le élite, perciò l'accordo politico favorisce le democrazie elettorali piuttosto che le democrazie liberali. 
Ci sono alcune circostanze che possono favorire la nascita dei diritti civili:
  • non ci devono essere chiare e identificabili divisioni etiche, religiose o di altro tipo che dividano la minoranza dalla maggioranza;
  • le due divisioni che distinguono la maggioranza dalla minoranza e dalle élite alle non-élite devono essere strettamente collegate; in questo caso le élite cercheranno un  accordo  sui diritti civili e politici (vedi il caso del Sudafrica);
  • la maggioranza risulta debole o esigua e quindi cerca un accordo con la minoranza per sfidare la élite.
Quindi due divisioni giocano un ruole cruciale, la prima è quella tra elite proprietarie e la massa;tale divisone è tipicamente economica (divisione della terra, della ricchezza ecc). La seconda, tra maggioranza e minoranza, è dovuta a differenze identitarie (etniche, religiose, ideologica  ecc... ), questo favorisce la democrazia elettorale piuttosto che quella liberale (la maggioranza può così godere di maggiori beni pubblici). Quando invece l'élite è correlata con la minoranza, le élite possono promuovere i diritti civili. Inoltre, dato che la tassazione è in genere minore in una democrazia liberale, le élite potrebbero supportarla per questo.
Nell Occidente la transizione verso la democrazia è una conseguenza della industrializzazione e della divisione tra capitalisti e lavoratori. Nei paesi in via di sviluppo invece, spesso, la principale divisione è di tipo identitario, per questo è più difficile la evoluzione verso una democrazia liberale. 
Un regime nel quale nessuno dei diritti è protetto è sia una ditattura personale o un anarchia dove lo Stato non ha autorità. Se sono protetti i diritti di proprietà ma non ci sono diritti politici e civili, significa che il regime è una governo oligarchico (autocrazia di destra). Un regime che fornisce solo i diritti politici ma non quelli di proprietà o civili sarebbe controllato da una minoranza e potrebbe somigliare a una ditattutura del proletariato marxista. 
Quando sono protetti i diritti civili e quelli di proprietà ma non quelli poltici siamo in un autocrazia liberale (ad esempio GranBretagna a fine '800). Quando sono mancanti i diritti civili ma non quelli di proprietà o politici siamo in una democrazia elettorale o illiberale (tipica dei paesi in via di sviluppo). Infine, solo quando tutti i diritti sono protetti, siamo in una democrazia liberale. 
Mentre la democrazia ha le radici nell'antica Grecia, la sua variante moderna è emersa a causa della Rivoluzione Industriale in Gran Bretagna e dell'Europa occidentale.
Quando gli agricoltori si sono mossi verso le città, le possibilità di azioni collettive di massa sono aumentate e il lavoro organizzato è divenuto una forza politica. La spinta verso la democrazia nel 19° secolo è dovuta, esssenzialmente, alla domanda di espansione dei diritti elettorali dei non proprietari. I primi liberali facevano parte delle élite propritarie, latifondisti e ricchi, cui obiettivo primario era di prevenire che la massa esercitasse un potere arbitrario su di essi.  Il fatto che i liberali in Occidente erano in larga parte proprietari portò alla unione dei due diritti: di proprietà e civili.
In Occidente il liberalismo ha preceduto le democrazie elettorali. Dove il liberalismo ha preceduto la democrazia, la democrazia si è mostrata più resisitente.  
In altre parti del mondo la politicizzazione delle masse è arrivata non con la industrializzazione, ma con la decolonizzazione o con le guerre di indipendenza nazionali. 
Questo spiega le differenze tra le democrazie occidentali e le altre che non si sono formate  a causa del processo di industrializzazione e le divisioni di classe da questa generate.
Le divisioni di classe e di identità evolvono come risultato di sviluppi esogeni nell'economia e nella società come pure le strategie politiche messe in atto dai gruppi che si contendono il potere.
La democrazia liberale è quindi una strana bestia. Non sorge se non in una particolare situazione politica. Il liberalismo deve avere delle proprie "gambe" per ottenere credibilità. Le condizioni politiche generali che sono ritenute necessarie per una democrazia producono democrazie elettorali piuttosto che liberali.
Dei tre diritti, quelli di proprietà sono importanti per le elite, i diritti politici sono imporatanti per le masse, mentre i diritti civili proteggono le minoranze.Una democrazia liberale richeide tutti e tre i diritti mentre le democrazie elttorali producono solo i primi due.
La transizione verso la democrazia richiede la risoluzione del conflitto tra elite e masse. Divisioni aggiuntive, divisioni di identità in particolare, rendono più difficile la promozione di politiche liberali. Per questo la rarità delle democrazie liberali non è sorprendente.

martedì 28 giugno 2016

Brexit

Non posso non aggiungermi anche io ai commenti sul referendum sull'uscita dalla Unione Europea della Gran Bretagna. Ovviamente il risultato è stato insapettatato, anche se comunque se avesse vinto il "remain" con poco scarto non poteva non essere un segnale importante.  Diciamo che non mi spello le mani dalla gioia ne mi strappo i capelli dalla testa per disperazione, sinceramente se adesso i mercati si agitano dovrebbe preoccuparci meno del fatto che i cittadini sono da anni "agitati" con l'Europa. Infatti il problema è che per troppi anni sono state dimenticate le esigenze  dei cittadini per seguire scelte dettate dalle "cosiddette" élite; ora queste scelte non mi sono sembrate troppo intelligenti o dettate da superiori visioni, anzi sono state fatte scelte contrarie ad ogni logica economica oltre che sociale, tanto che poi si è dovuto ammettere che forse erano sbagliate. Nel frattempo si sono combinati disastri: dalla crisi greca, dove si è ridotto un paese già messo male alla fame e senza prospettive di crescita e, quasi ovunque, si è ridotta la prosperità adottando politiche di austerità quando servivano politiche espansive, cose che conosce bene anche un universitario del primo anno. Insomma un errore e un orrore continuato che ha portato l'Europa al ristagno, un gran massa di persone alla povertà, alla indigenza e alla disoccupazione. Se questo è il quadro a chi dobbiamo dare la colpa? Ai populismi, naturale conseguenza o alle scelte di chi è al comando? Detto tutto ciò adesso l'Europa è in crisi, anche se le conseguenze disastrose che sono state pronosticate sono tutte balle, fra poco finita la buriana si tornerà a una quasi normalità e i mercati torneranno a valori normali. La parola crisi nel suo significato originale etimologico significa valutare/ giudicare  quindi un accezione positiva, pertanto se i nostri politici europei sapessero valutare e giudicare bene potrebbe essere che la Brexit assuma un effetto tutto sommato positivo. La domanda è sarà così? Visto il livello di alcuni personaggi e alcuni commenti a caldo direi di no, mi sono sembrate reazioni stizzite piuttosto che razionali. Quindi a questo punto o si verifica un rinsavimento della politica europea oppure l'esito inevitabile è il dissolvimento dell'Unione Europea e dell'euro. Per alcuni questa è la situazione auspicabile, io continuo a sperare che invece si imbocchi un altra strada ovvero, attesi gli errori del passato, si passi ad una costruzione istituzionale dell'Europa che sia più funzionale e per questo anche più democratica e solidale. Sono convinto che il futuro è aperto, tutto può succedere anche se il recente passato ci induce da essere pessimisti. 

Scegliere i vincitori, salvare i perdenti - Marsilio editore

Il libro che recensiamo oggi è Scegliere i vincitori, salvare i perdenti di Franco Debenedetti, fratello del più noto Carlo. E un libro molto ricco di argomenti, forse anche troppo. In larga parte è la storia della cosiddetta “politica industriale” in Italia, soprattutto dal dopoguerra in poi, dove l’autore è stato protagonista essendo stato manager anche dell’Olivetti e poi anche senatore per alcune legislature. Questa parte è la più interessante con i retroscena, ovviamente di parte, su molte delle vicende che riguardano la industria, e non solo, di Stato. Ricostruisce quindi la storia degli interventi statali per poi descrivere il successivo periodo, quello delle privatizzazioni, con l’abbandono di molte attività da parte dello Stato. Il suo giudizio è chiaro, per lui è “insana” e “ideologica” la natura della politica industriale. Che lo Stato si sia occupato a lungo di attività non proprie, ad esempio auto e alimentare, e che gli interventi della Cassa per il Mezzogiorno siano stati in larga parte sprechi di denaro sono perfettamente d’accordo. Debenedetti non nasconde di essere “dall’altra parte del cielo” ovvero il mercato, e che la eccessiva invadenza dello Stato abbia inibito la iniziativa privata in molte occasioni, anche su questo sono perfettamente d’accordo. Quello che non condivido è la sua evidenziazione dei fallimenti dello Stato mentre sorvola sui fallimenti di mercato. Che la nostra politica industriale, soprattutto da un certo punto in poi, sia stata negativa è abbastanza evidente, mi pare anche evidente che comunque il nostro capitalismo è stato abbastanza asfittico sia per mancanza di capitali (capitalismo straccione) e sia per il blocco imposto da e per conto dei cosiddetti “salotti buoni”. Quello che non dice è che tutte le nazioni sviluppate hanno fatto e fanno “politica industriale” (intendendo in senso lato), e l’intervento dello Stato è comunque molto presente in tutte. Sicuramente ci sono modi diversi di concepire la politica industriale, ma nessuna nazione è stata completamente ferma su questo fronte. Nel libro cita l’esempio della Germania, che comunque fa una sua politica industriale, ma stranamente non cita la Francia molto interventista, che tra l’alto ha difeso strenuamente le sue imprese quando qualcuno (come il fratello Carlo) ha tentato delle incursioni oltralpe. Poi va considerato che il nostro paese è il secondo per livello industriale in Europa, possibile che questo non sia anche dovuto ad alcune iniziative dello Stato vista appunto la sua presenza? Non tutte le esperienze statali sono state infatti negative, molto è dipeso dagli uomini, ad esempio Mattei all’Eni, e anche l’IRI ha avuto alcune eccellenze (ad esempio le telecomunicazioni, dove per inciso i privati non avevano inizialmente voluto entrare). Non parliamo delle privatizzazioni, che in alcuni casi non sono state un successo, con situazioni di evidente distruzione di valore o, in alcuni casi, di regali di monopoli naturali ai privati. Insomma il quadro che fa mi pare condivisibile solo in parte, inoltre al suo posto non mi avventurerei in affermazioni come: “la capacità del mercato di autoregolarsi sembra ancora meritevole di fiducia” infatti, oltre a non essere suffragata da nessuna teoria economica, basterebbe ricordare il disastro combinato dei mercati lasciati a se stessi con l’ultima crisi per non essere così sicuri che si sappiano autoregolare.

mercoledì 15 giugno 2016

Prima vennero.... versione aggiornata del sermone del pastore Martin Niemöller

Oggi riprendo un pezzo famoso del pastore Martin Niemoller, e usato anche  da Bertlot Brecht, sulla innattività contro l'ascesa del nazismo, adattato alla inattività e silenzio di fronte a questa crisi economica, colpa anche della nostra acquiescienza.

"Prima di tutto vennero licenziati i giovani ma non dissi nulla perchè erano precari;

Poi licenziarono gli operai e stetti zitto perchè tanto erano sindacalizzati;
Poi licenziarono gli statali e fui contento perchè erano tutti fannulloni;
Poi licenziarono me e non c'era rimasto nessuno a protestare."

giovedì 2 giugno 2016

La spinta gentile- R.H.Thaler, C.R.Sunstein

I due autori del libro sono rispettivamente professore di Economia e Scienza del comportamento (Thaler) e di legge alla Harvard School (Sustein). All'inizio del libro spiegano qual è la loro filosofia: "paternalismo libertario", cioè lasciare liberi gli individui di scegliere, ma indirizzarli al meglio per migliorarne le condizioni di vita nelle scelte più complesse. Infatti per gli autori, mentre i cosiddetti "econi" della scienza economica sono individui perfettamente razionali e in grado di effettuare le scelte migliori, gli "umani" sono soggetti ad errori come ci insegna la scienza comportamentale. I primi reagiscono solo agli incentivi mentre i secondi sono influenzati anche dai pungoli ( o spinte). Nella prima parte ci ricordano quali sono i tipici errori di noi umani, ad esempio:
  • eccessi di ottimismo che espongono al rischio;
  • tendenza a prediligere la situazione in cui vivono o avversione alle perdite; 
  • prendere decisioni in modo passivo e incurante;
che possono distorcere le nostre scelte.
Pertanto se si vuole indirizzare le scelte, soprattutto nelle questioni complesse e insolite, gli "architetti delle scelte" devono scegliere i pungoli più adeguati. Una buona architettura delle scelte deve aiutare le persone ad aumentare la capacità di comprendere le decisioni e di scegliere le opzioni.
Nella seconda parte del libro illustrano esempi di applicazione di queste idee e di quali potrebbero essere le soluzioni in vari ambiti: le  scelte finanziarie, la scelta del fondo pensionistico o sanitario sino ad arrivare al matrimonio. 
L'architettura delle scelte è comunque invetabile, i pungoli sono ovunque, e caratteristiche apparentemente trascurabili delle situazioni sociali possono avere un effetto sostanziale sul comportamento individuale.
Pertanto concludono: 
"La complessità della vita moderna e il ritmo vertiginoso del progresso tecnologico sconsigliano ordini amministrativi rigidi o un approccio dogmatico al lasissez-faire. I nuovi sviluppi dovrebbero rafforzare, al tempo stesso, un sano impegno a difendere la liberta di scelta e gli argomenti a favore di una spinta gentile".
 Un libro molto piacevole e ben scritto, l'unico difetto che è gli esempi sono troppo legati agli Stati Uniti.

mercoledì 1 giugno 2016

Il difficile equilibrio tra mercato, Stato e democrazia


Qual'è la situazione più favorevole per il benessere e sviluppo di una nazione? Domanda difficile a cui oggi cercherò di rispondere. La storia ci ha mostrato che le nazioni che sono riuscite a progredire in termini di sviluppo economico e di benessere, per la maggioranza della popolazione, sono quelle che hanno saputo coniugare il mercato con lo Stato per mezzo della democrazia, ovvero raggiungere un delicato equilibrio tra questi tre elementi. In altre parole ancora quelle che sono riuscite a contemperare la esigenza della libertà individuale e di impresa, con la necessità di salvaguardare il benessere complessivo della società. Ma andiamo con ordine. I tentativi di società totalitarie di traguardare obiettivi di crescita sostenuta e un livello di reddito pro capite elevato sono miseramente falliti. Non nego che una società non democratica non possa incrementare, nel breve, il benessere di una società e realizzare un primo grado di sviluppo, i fatti dimostrano che nel lungo periodo non ci riescono. Alcuni esempi: il sistema dell ex URSS e anche la Cina hanno consentito di portare nazioni prevalentemente agricole a società industrializzate, con elevati costi sociali. Raggiunto un certo stadio, non sono comunque riuscite  ad estendere i benefici a tutta la popolazione e la crescita è rimasta  limitata in termini di PIL; infatti la ex Urss si è dissolta mentre la Cina, pur rimanendo un regime centralizzato, sta evolvendo verso un sistema misto, dove comunque c'è una certa libertà di impresa e di localizzazione delle scelte, e non sappiamo dove condurrà questo percorso. Ho citato sistemi totalitari marxisti, ma se prendiamo la Spagna franchista mi sembra evidente che l'economia ha cominciato a crescere in maniera significativa da quando si è avviata alla democrazia. D'altra parte, le nazioni ove generalmente si è avuto più sviluppo e godono di un maggior PIL pro capite sono quelle che hanno implementato la democrazia con un economia di mercato, con gradi diversi di intervento dello Stato nell'economia, ma comunque con uno Stato importante (Negli stessi Stati Uniti non si può far finta di negare il ruolo dello Stato sia nelle spese militari con le sue ricadute sulle imprese e la tecnologia, sia nella ricerca di base, ecc..). Il problema è che questo equilibrio non è facile da raggiungere e, come tutti gli equilibri, nel tempo è difficile mantenerlo perchè cambiano le condizioni. Se l'equilibrio tende, come sta succedendo negli ultimi decenni in quasi tutto l'occidente, dalla parte del mercato la democrazia si indebolisce. Infatti l'aumento della globalizzazione ha reso più deboli i lavoratori e le organizzazioni sindacali, ricattati dalle minacce di delocalizzazioni e dal "dumping" salariale dei paesi in via di sviluppo, con conseguente diminuzione della quota lavoro sul totale del reddito e una sempre maggiore diseguaglianza di reddito e ricchezza. Inoltre, visto che uno dei ruoli più importanti dello Stato è quello di regolare il mercato, quello che succede è che le forze economiche e finaziarie riescono a condizionare le regole a loro favore, portando a un "capitalismo truccato" e dove le redistribuzioni di ricchezza non avvengano dall'alto al basso ma viceversa. 
Gli Stati nazionali, che avevano svolto il ruolo di mediazione tra le forze sociali, hanno visto ridotte le possibilità di agire, anche qui minacciate dalla finanza internazionale e globalizzata che stabilisce le regole, pena il rischio di mettere in crisi il paese. Viceversa negli Stati dove il ruolo dello Stato è troppo forte, stati totalitari o di tipo peronista/populista, la democrazia è imbrigliata e anche  la crescita dell'economia è limitata e il benessere non è diffuso e in mano alle oligarchie. 
In ogni caso, come si vede, non è facile stabilire un equilibrio e mantenerlo. Una delle prime cose da ammettere è che sostenere che il mercato si autoregola è un pericoloso "mito", come dice Stiglitz: "Il capitalismo può essere forse il miglior sistema economico inventato finora dall’uomo, ma nessuno ha mai detto che avrebbe creato stabilità" . Un altro mito da sfatare è che il libero commercio sia sempre positivo, le teorie del commercio internazionale ci dicono che ci sono vincitori e vinti e, se guardiamo alla  storia, le nazioni sviluppate sono state protezioniste a lungo (vedi post su Cattivi Sammaritani). Per quanto riguarda la democrazia, che non è retoricamente il "governo del popolo", ma propriamente un metodo, cioè il modo con cui, tramite le elezioni, gli elettori possono scegliere e cambiare chi governa. Pertanto è importante la possibilità degli elettori di essere informati e consapevoli e, inoltre, è necessario un sistema istituzionale adeguato ma che sia sempre in grado di adattarsi ai mutamenti sociali, economici e anche tecnologici. Quindi una delle condizioni della democrazia è la crescita culturale di un paese, tanto più i cittadini sono capaci di capire i difficili processi di una democrazia e quanto più divengono consapevoli dell'importanza di essere informati e partecipi. Altro punto dolente di alcune democrazie è l'informazione, quanto meno l'informazione è libera e indipendente tanto peggio  è per la democrazia; su questo punto in Italia non siamo messi benissimo con la carta stampata spesso soggetta a potentati economici e la informazione televisiva sotto il controllo del potere politico di turno.  Insomma la democrazia non è un punto di arrivo, ma è un costante lavoro di adattamento alla evoluzione della società e richiede un costante impegno da parte dei cittadini di controllare ed essere vigili.

venerdì 27 maggio 2016

Shadow Elite- How the world’s new power undermine democracy, government and the free market.

Il libro di Janine Wedel, antropologa sociale che insegna a School of Public Policy della George Menson University, riguarda, come dice il sottotitolo, nuove forme di potere che sono emerse negli ultimi decenni. 
In particolare definisce questi nuovi gruppi di potere “flexians”, ovvero i flessibili. Sono gruppi che svolgono vari ruoli, spesso interagenti tra loro, operando nelle connessioni tra potere pubblico e privato e potendo modificare le politiche in base ai loro scopi. Sono in grado, quindi, di riorganizzare le relazioni tra burocrazia e business a loro vantaggio, ma per il tipo di ruolo, “non ufficiale”, hanno la possibilità di essere meno controllati e sottoposti a verifica delle loro responsabilità.

Tali gruppi sono qualcosa di più complesso, e sfuggente ai controlli, dei gruppi di interesse o dei lobbisti. I “flessibili” operano tramite relazioni personalizzate all’interno e attraverso strutture ufficiali, e si basano sulla lealtà al gruppo e non all’organizzazione. Essi formano un rete informale di un limitato numero di persone che interagiscono, nel tempo, in molteplici ruoli, uniti dalla condivisione di storie personali e attività. I membri di questa rete agiscono come una unità che si auto rafforza, per raggiungere gli obiettivi che sono basati su una comune visione del mondo. Inoltre, agiscono in ruoli interagenti e ambigui per massimizzare la loro influenza; come rete riescono ad esercitare più influenza che se agissero individualmente. La rete è comunque elusiva e riesce ad evitare, se non a riscrivere, le regole; tutto al fine di governare i processi e la burocrazie per raggiungere gli scopi del gruppo. Questa nuova forma di potere è meno omogenea e trasparente delle convenzionali lobbies e gruppi di potere e quindi meno controllabile, le persone che ne fanno pare sono più elusive ma onnipresenti

L’inizio di questa nuova forma di potere si può datare con la fine della Guerra Fredda e con l’ascesa al potere di Reagan e Thatcher, con la ideologia di un governo più leggero, più privatizzato. Di fatto, la lotta contro lo Stato troppo invadente e grande, si è risolto in uno Stato forse ancora più grande, ma meno controllabile in alcune parti rilevanti; con l’assunzione di consulenti privati al posto di impiegati pubblici, con molte decisioni rilevanti che vengono assunte dai privati. La burocrazia è divenuta multilivello e più diffusa, e i confini dell’autorità divengono meno chiari e sfumati. 
In questo ha giocato un ruolo anche la evoluzione tecnologica che ha cambiato alcune regole del gioco. 
Tutto ciò ha profondamente cambiato il profilo di coloro che hanno influenza, e anche la loro natura. Una specie di ritirata dello Stato, uno spostamento di potere dallo Stato a poteri condivisi con il business e organizzazioni di gruppi di cittadini.
E nato quindi un periodo in cui alla verità si è sostituita la “verosimiglianza”, i “flessibili” sono infatti esperti nell’individuare cosa il pubblico troverà convincente, anche se non vero e reale. 
Di fatto il governo degli Stati Uniti ha negli ultimi decenni cambiato profondamente aspetto, tre quarti del lavoro del governo federale è attualmente contrattualizzato verso l’esterno; i privati sono interdipendenti con il governo e la loro interazione ha forgiato nuove forme istituzionali di governo, dove Stato e privato sono mescolati e con molte funzioni governative che sono all’esterno dell’ambito governativo.
Il governo federale americano è diventato il più grande cliente di beni e servizi, di cui il Dipartimento per la Difesa è il più grande acquisitore di servizi, con una diminuzione della capacità del governo di supervisionare le attività. Il governo è divenuto completamente dipendente dai privati per portare avanti molte delle funzioni tipicamente governative e, inoltre, con molte informazioni vitali nella mani dei contractors, piuttosto che in quelle degli ufficiali governativi. Pertanto un governo che non conosce cosa sta facendo può essere difficilmente efficace e inoltre diventa vulnerabile su molti fronti.
Gli esempi che esamina e mette in luce di queste reti sono vari.
Il primo è quello relativo al gruppo che definisce i “privatizzatori”, ovvero del gruppo formato da Chubais ed esponenti di Harward che ha operato in Russia nella fase di governo di Eltsin, e che ha cercato di determinare le modalità di formazione del nuovo Stato e le sue regole soppiantando le autorità ufficiali, avendo anche la possibilità di condizionare i finanziamenti Stati Uniti.
L’altro esempio è quello relativo ai cosiddetti “commaders”, ovvero il gruppo di conservatori che hanno operato a lungo nell’amministrazione americana, in particolare alla Difesa e soprattutto nel periodo di Bush figlio. In particolare hanno condizionato la politica estera americana con la creazione di una “intelligence" alternativa, estromettendo la burocrazia. Tra le loro principali attività si evidenza la vendita delle armi all’Iran (Iran-Contras), e di aver favorito la guerra in Iraq per rimuovere Saddam Hussein, manipolando le informazioni per motivare l’intervento con la minaccia delle armi di distruzioni di massa, rivelatasi infondata.
In definitiva la nuova era si caratterizza per un declino nella lealtà alle istituzioni, e i nuovi giocatori sono meno visibili, accrescendo la vulnerabilità delle istituzioni stesse, con le istituzioni occupate da giocatori che giocano per conto proprio, secondo propri obiettivi e finalità. Come afferma Wedel: "quando le informazioni sono infatti ridotte in piccole parti la conoscenza, saggezza e memoria istituzionale sono ostacolate". I membri delle reti flessibili riescono così ad evadere eventuali responsabilità, attraverso il ruolo collettivo e flessibile che riescono a svolgere. 
L’autrice conclude che pertanto la regolazione deve rendersi più intelligente e anticipare i cambiamenti; la sfida è quella di preservare la controllabilità e la trasparenza che sono necessarie in una società democratica.