giovedì 9 febbraio 2017

I cazzari non servono.

Non riesco più a vedere la TV, le trasmissioni tipo talk-show sono noiose, trattano di argomenti di politica spicciola: cosa fa Renzi, la Raggi, Grillo, ecc…; temi trattati da giornalisti spesso ignoranti che vogliono fare i tuttologi ma sanno poco, a volte si parla di temi economici e sociali con personaggi che magari sono forti in storia dell’arte (Sgarbi) o di storia (Mieli) ma di economia non capiscono un acca, poi ci sono i politici che sono ancora più penosi. Infatti mi limito a guardare Internet nei siti più interessanti e blog, su twitter seguo qualcuno selezionato che dice cose quantomeno approfondite, su facebook lasciamo perdere è pieno di bufale o stupidaggini. 

Poi dice che l’Italia va male, grazie con questo livello di informazione e bassa propensione a leggere libri (e anche qui ci sarebbe da dire su anche quello che si trova negli scaffali) come possiamo farci un opinione ragionata, come possiamo discutere di cose che realmente ci riguardano e non di sesso degli angeli?
Purtroppo la verità è che non ci servono cazzari a tutti i livelli, dello story-telling ne ho piene le tasche. Prendiamo Renzi per anni ci hanno sbandierato che era un rottamatore e innovatore, che dire sicuramente si è dato da fare ma i risultati sono poca cosa: un job act che ha funzionato dando molti soldi e raccogliendo in proporzione poco per i soldi distribuiti, riforme costituzionali fatte male e bocciate a larga maggioranza, soldi distribuiti a casaccio per elemosine elettorali, una riforma della scuola che non è piaciuta, sul tema Europa solo qualche sfuriata inutile e nessuna strategia o tattica per dare un colpo alle disgraziate politiche europee (per esempio battersi per un piano di investimenti pubblici seri e che fossero fuori bilancio), insomma questo sarebbe un grande statista? E della Raggi? Un pianto, e i giornalisti invece di incalzarla sui temi seri di una città rovinata da decenni di ruberie e incurie (e con una cittadinanza non proprio esemplare per virtù civiche) parlano di assicurazioni o altre menate varie di cui poco ci interessa. Insomma i cazzari non servono, eppure di persone preparate in giro ci sono, ad esempio qualche giorno fa a La 7 sentivo Minenna parlare di economia e di euro e finalmente ho ascoltato qualcuno che diceva cose argomentate e pensavo quanto è cretina la Raggi a farlo andare via, o i vari commissari alle spending review messi li e poi abbandonati e inascoltati. 
Insomma cittadini quando lo volete capire che i cazzari non ci servono, la realtà politica, economica e sociale è complessa, non esistono soluzioni facili e neanche pasti gratis, però qualche studio e passo avanti nella conoscenza sociale ed economica si è fatto negli ultimi secoli e ci facciamo rappresentare da Salvini?

mercoledì 18 gennaio 2017

Commento su:A Modest Proposal for Resolving the Eurozone Crisis-Yanis Varoufakis, Stuart Holland, and James K. Galbraith

Riparliamo di euro, tema che riprendiamo dopo un pò di tempo. La situazione non è cambiata e il mio pensiero riamane lo stesso, fondare l’Europa sull’euro è stato un errore, ultimo a confermarlo è stato A. Sen ieri a otto e mezzo su La7 (vedere la faccia di Giannino è stato impagabile per il resto c’è Mastercard).
Cominciano ad essere sempre meno coloro che pensano che l’euro si salvi, comunque oggi parliamo di una delle proposte più articolate per salvarlo fatta da Y. Varufakis ed altri. La proposta si  compone di 4 parti perché quattro sono i problemi per gli autori dell’area euro, li metterò in ordine diverso dalla proposta, ordine a mio parere per importanza e  fattibilità.
Il primo problema è la recessione per cui serve un piano di investimenti per rilanciare l’economia, investimenti che invece sono in calo dappertutto. Qui le istituzioni ci sono è sono rispettivamente la Banca Europea per gli investimenti e il Fondo Europeo per gli Investimenti.
La Banca Europea per gli investimenti finanzierebbe con emissioni di bond che avrebbero tassi più bassi di quanto non potrebbero se fossero emessi dalle nazioni stesse, tra l’altro la BCE potrebbe aiutare a mantenerli bassi con acquisti sul mercato secondario. I flussi di guadagni provenienti dagli investimenti ripagherebbero poi i bond emessi, in ogni caso queste spese non  graverebbero sui bilanci degli stati nazionali. Quanto dovrebbe essere investito non lo dicono, considerando che il piano Junker prevedeva 600 miliardi di cui solamente 20 pubblici, per essere veramente efficace stiamo parlando di un piano di investimenti pubblici di qualche centinaio di miliardi almeno inizialmente.
Questa è la misura secondo il mio parere più urgente e anche quella che potrebbe essere più facilmente applicata  a livello europeo, su questo si dovrebbero battere i nostri governanti, e non solo,  invece di fare “la moina” con la Commissione Europea.
La seconda proposta è quella relativa al sistema bancario, tema caldo in Italia ma anche in tuta Europa.
La proposta è che le banche che necessitano di essere ricapitalizzate invece di farlo per il tramite dei governi nazionali e poi da questi tramite ESM (Meccansimo Europeo di Stabilità) vengano ricapitalizzate dall’ESM stesso acquisendo quindi le azioni delle banche direttamente, scegliendo il nuovo board della banca. Su questa proposta gli autori non si dilungano, quindi quali sarebbero  i vantaggi non sono esplicitati, al contrario non credo che tale proposta venga ben accolta dai governi nazionali che perderebbero un ulteriore elemento di controllo del sistema bancario.
Terza proposta è quella di rifinanziare  il debito degli stati che non supera il limite del 60%del PIL. Questo debito in ECB bond potrebbe essere convertito ad un tasso di interesse minore ma comunque di competenza degli stati stessi. E’ chiaro lo scopo della proposta ridurre il peso del debito e dei suoi interessi senza dover ricorrere al meccanismo OMT, che significa poi sottostare ai diktat della troika che hanno significato di fatto austerità e recessione. Che dire la proposta non è totalmente nuova ed è sicuramente uno strumento utile per ridurre il peso del debito ma credo proprio che su questa proposta la Germania e altri non ne vogliono sentire parlare, per cui anche addolcendo un poco la pillola non credo che nessuno la voglia prendere in considerazione.
Infine l’ultima, in cui raccomandano che l’Europa adotti immediatamente un programma di solidarietà per l’emergenza sociale (ESSP) che garantisca l’accesso alla nutrizione e ai beni di prima necessità per tutti gli europei, e che si traduca in un Programma Europeo di Buoni Alimentari modellato sull’equivalente degli USA. 
Questi programmi dovranno essere finanziati dalla Commissione Europea utilizzando gli interessi accumulati mediante ad esempio il sistema europeo delle banche centrali, dal bilancio del sistema TARGET2, dai profitti realizzati attraverso il mercato delle obbligazioni nazionali o altro.
Da un punto di vista umanitario non c’è dubbio che sarebbe una misura necessaria, ma visto che coloro che ne sarebbero i beneficiari non contano niente a livello politico europeo proprio nessuno ne avrà a cuore le sorti.

Insomma nel complesso un buon esercizio teorico ben fatto e che contiene un certo sforzo di realismo che, comunque date le attuali condizioni politiche dell’area euro, rimane in pratica irrealizzabile, l’unico punto su cui si potrebbe aver un minimo di speranza è quello sugli investimenti, ma anche questo richiederebbe dei politici europei avveduti e con uno sguardo aldilà del mero tornaconto elettorale di breve periodo.

venerdì 13 gennaio 2017

Weitzman-L’economia della partecipazione: sconfiggere la stagflazione

Il libro che recensiamo oggi non è recentissimo, è uscito nel 1985 e non facilmente reperibile nuovo, comunque interessante perché mi consente di parlare di un tema sempre attuale ovvero cercare di trovare forme di retribuzione salariale che siano partecipative ovvero legate alle performance della impresa.
Nella prima parte l’autore riesce in maniera semplice e brillante a delineare i fondamenti della microeconomia e quindi del funzionamento della impresa; la situazione normale dell'economia è comunque caratterizzata da eccedenza di offerta e le imprese tendono a reagire, in presenza di incrementi di costi, aumentando i prezzi e riducendo la produzione. D'altra parte il modello salariale prevalente è sostanzialmente rigido, per cui lo scenario macroeconomico è che l'impresa a fronte di problemi tende principalmente a ridurre la produzione e meno i prezzi, con  un salario rigido si ha quindi  aumento di disoccupazione (ovvero salario rigido e occupazione variabile). Inoltre la soluzione keynesiana di una aumento della domanda per risolvere i problemi di disoccupazione comporta il rischio della inflazione che se unita alla stagnazione diventa stagflazione ( tipico problema del periodo in cui esce il libro). Per uscire da questa impasse la soluzione, per Weitzman, che consente di mantenere maggiormente stabile l'occupazione senza incorrere nel rischio di inflazione  è quella di un salario che sia in parte legato alle performance dell'impresa (ad es. ricavi). I vantaggi teorici di un sistema del genere sono vari, uno è che l'impresa tenderebbe ad assumere di più perchè il costo marginale del nuovo assunto risulterebbe più basso, quindi in definitiva il sistema crea maggiore domanda e soprattuto in un momento di crisi tende a licenziare meno in quanto i salari si adeguerebbero automaticamente ad un calo dei ricavi, oltre al fatto che tendenzialmente i sistemi a partecipazione tendono a coinvolgere maggiormente i lavaratori e quindi ad aumentare la produttività. Il problema, come evidenzia l'autore,  è che tali sistemi non risultano attrattivi per i lavoratori già impiegati, perchè il sistema comparta una potenziale riduzione del salario (rischio), tipico problema di una vantaggio pubblico (maggiore occupazione) in contrasto con il vantaggio individuale. La sua proposta è pertanto di favorire l'adozione di tali contratti con delle agevolazioni fiscali per i lavoratori per la parte variabile che quindi dovrebbe spingerli a trovare convenienza in questi contratti. Tutto apparentemente molto chiaro e sembrerebbe l'uovo di colombo. In realtà questo libro mi ha spinto a documentarmi su questo argomento e il conseguente dibattito  tra gli economisti. In particolare un altra proposta interessante avanzata sul tema è quella di Meade in cui, ad una quota di  salario fisso, ai lavoratori vengono aggiunte della azioni (azioni di lavoro non negoziabili sul mercato);  non mi dilungo oltre segnalo invece, per chi vuole approfondire, un analisi su questi sistemi di Giulio Zanella dell'Universita di Siena -Partecipazione con avversione al rischio e coordination failures: riconsiderazione e tentativo di sintesi dei modelli di Weitzman e Meade, che trovate su internet.

Credo che comunque in Italia su questi temi  e sulla partecipazione alla impresa il nostro sindacato sia rimasto per troppo tempo arrocato su posizioni troppo arretrate rispetto ad altri paesi europei, ed è anche uno dei motivi per cui la nostra produttività  è cersciuta poco o meno di quanto avrebbe potuto. 

mercoledì 14 dicembre 2016

Thomas Fazi, Guido Iodice –La battaglia contro l’Europa- Fazi Editore



Questo libro è scritto da due giornalisti e saggisti, divulgatori di economia, di cui Iodice animatore del blog Keynesblog.


Il libro ripercorre nella prima parte le vicende politico-economiche di questi ultimi decenni dell’area euro, con molteplici riferimenti e richiami agli aspetti decisivi di questo lungo periodo di  crisi: dalla crisi bancaria, alle fallimentari politiche di austerità e al fiscal compact. 

Nella seconda parte analizzano le soluzioni proposte per uscire dal pantano in cui si è arenata l’Europa. In particolare criticano la ipotesi di uscita dall’euro: quella unilaterale troppo pericolosa e destabilizzante, e anche quella di un uscita concordata in quanto richiederebbe un forte coordinamento tra gli Stati europei la cui mancanza è invece una delle cause della crisi dell’area euro. Non sono altresì favorevoli alla maggiore integrazione (“più Europa”) perché rischierebbe di desertificare ulteriormente le nazioni più deboli dell’euro.

Secondo gli autori, la via d’uscita dalla crisi quindi non passa né per una maggiore integrazione né per l’uscita dall’euro, quanto piuttosto per l’apertura di un conflitto tra periferia e centro sulle attuali politiche e limiti imposti dalla troika e che arrivi quindi a delineare un’ alternativa all’attuale assetto istituzionale dell’unione monetaria. Per gli autori l’alternativa migliore rimane restare nell’euro e combattere politicamente per una maggiore flessibilità a livello nazionale. 

Il libro è ben scritto anche se richiede un minimo di conoscenza economica, la prima parte comunque è relativamente interessante ma non innovativa, in quanto molte delle analisi le trovate in molti dei libri che vi ho già segnalato. 

Sulle soluzioni proposte, molto pragmatiche ma neanche innovative, nutro forti dubbi che siano attuabili, visto anche la situazione politica che si va delineando, con la forte protesta e insofferenza nei cittadini di molti paesi manifestate alle elezioni e referendum. Concordo invece (e direi ormai purtroppo) con molti economisti (ad es Stiglitz) che, appunto visto lo stato in cui versa l’area euro, sono convinti dell’inevitabilità della fine di questa unione monetaria.

martedì 6 dicembre 2016

Commento sul referendum costituzionale

Non posso esimermi dal commentare l’esito dei referendum. Anche qui il risultato è stato in parte sorprendente, infatti pensavo che ci sarebbero stati  maggiori consensi per il SI a causa della ragionevole paura di una caduta del governo, dall’altra nel fronte del No c’era una larga maggioranza dei partiti e sicuramente la pancia dell’elettorato.



Io ho votato NO per i contenuti, pur sapendo che c’era un aspetto fortemente politico, sinceramente vista la situazione sarebbe stato meglio evitare tutto ciò. Quelli del SI, invece di criticare gli altri, dovrebbero però ammettere che gli errori sono tutti di Renzi. Primo non c’era necessità di varare la riforma costituzionale, ci sono moltissimi altri aspetti che sono più urgenti, secondo la riforma poteva essere fatta meglio e con maggior coinvolgimento, terzo non si doveva porla sul piano personale soprattutto dopo tre anni di governo; insomma come Cameron con Brexit ha preso un rischio e ha sbagliato conducendo il paese nella confusione, non mi sembra un gran risultato. 


Se poi vediamo i risultati del suo governo sono piuttosto deludenti, l’aumento del PIL è minimo e bisognerebbe capire quanto dovuto ai fenomeni internazionali (ripresa degli altri paesi, QE di Draghi e calo del petrolio) e quanto di suo. La riforma del lavoro in proporzione a quanto speso ha ottenuto ben poco, d’altra parte se da un lato è giusto rendere più flessibile il lavoro non è con lo svilimento dei diritti che si aumenta la occupazione, al massimo si può ridurre la disoccupazione frizionale e non quella strutturale. Sul piano internazionale con l’Europa è stato debole, gli aspetti internazionali e dell’area euro sono fondamentali in questo periodo e si è accorto con molto ritardo, con le sue prese di posizione elettoralistiche, che questa Europa non va e vanno cambiate molte cose e si doveva spendere molto di più su questo fronte, non solo sugli immigrati ma per promuovere una vera politica di investimenti europei.
Non sono comunque contento perché purtroppo non ci sono grandi alternative, nel PD non vedo altri grandi leader, nella destra ancor meno tra il bollito di Berlusconi e la inconsistenza di Salvini. Il Movimento 5 stelle non ho capito che programma abbia e la sua leadership è piuttosto deludente, basta guardare i contenuti dei profili di Di Maio e DiBattista per vedere che non hanno alle spalle un grande curriculum. Per guidare un grande paese in una situazione economica e internazionale complessa ci vuole molto di più dell’onestà, ci vogliono competenze economiche e storiche che Grillo farebbe bene a far crescere nei suoi adepti, anche perché ci basta già Salvini con gli slogan.
Io ribadisco il punto che la democrazia è una scelta di leadership, la democrazia diretta è una “stupidaggine”, quindi quello che abbiamo bisogno è di buone leadership; Renzi è bravo dal punto di vista comunicazionale e decisionale, ma politicamente e culturalmente anche lui ha molta strada da fare e, soprattutto, dovrebbe avere l’umiltà di circondarsi di persone di spessore che fortunatamente ancora in giro ci sono. 
Insomma siamo nel caos e ormai sono vari decenni che non abbiamo più una classe dirigente: politica, giornalistica, imprenditoriale, ecc…, decente.

mercoledì 23 novembre 2016

La grande trasformazione- K.Polanyi

Oggi parliamo di un libro non certamente nuovo, infatti la prima edizione è uscita nel 1944, quindi di un bel pò di tempo fa, ma tale libro contiene alcune riflessioni che sono comunque attuali e vale la pena di essere letto, anche se non è di facile reperimento in lingua italiana, mentre lo trovate facilmente anche in rete in lingua inglese.
Diciamo subito che è un libro complesso pieno di argomenti e argomentazioni, una sua sintesi è quindi da escludere al massimo cercherò di esporre alcune sue idee. 
E’ un libro complesso abbiamo detto, è infatti un pò storico, sociologico, economico e politico, ovvero ricostruisce la storia della evoluzione (la grande trasformazione) della società occidentale evidenziando la interrelazione profonda tra i piani economici, politici e sociali.
Si parte da una visione del periodo che va dal 1815 alla prima guerra mondiale un periodo di sostanziale pace (la pace dei cent'anni) tra le grandi potenze con solo  qualche guerra a carattere locale.
Quali erano le forze che hanno determinato tale situazione di pace? Per Polanyi sono quattro: l’equilibrio del potere delle grandi potenze, la base aurea, il mercato autoregolato e lo stato liberale. Di questi elementi quello fondamentale era il mercato autoregolato, la cui idea per l’autore è che sia puramente utopica perché la sua istituzione porta come conseguenza alla distruzione della società, per questo la società stessa genera delle forze che cercano di contrastare il mercato
Tornando al periodo di pace questo terminò quando i contrasti tra le grandi potenze per il dominio coloniale superarono la capacità, soprattutto della alta finanza, di contrastare le rivalità tra i paesi. Il periodo successivo tra le due guerre sancì la fine del sistema aureo, infatti i tentativi di mantenerlo in piedi costringevano i paesi alla deflazione che a sua volta generava problemi di produzione e quindi povertà e ulteriore chiusure al commercio. Ma il problema maggiore per Polanyi resta l’idea del mercato autoregolato, il cui sviluppo fu favorito storicamente dallo Stato, ma liberare i mercati metteva in pericolo la organizzazione sociale, di fatto mentre il sistema economico precedentemente era assorbito dal sistema sociale, si tendeva a separare politica ed economia con la mercificazione progressiva del lavoro e della terra (terra e lavoro sono per Polanyi merci fittizie ). Interessante è anche la parte in cui espone le differenze tra la moneta-merce ("vitale per l'esistenza del commercio estero") e la moneta-segno che "si diffuse per proteggere il commercio dalle deflazioni forzate". La moneta merce sarebbe quindi incompatibile con la produzione industriale e con la disgregrazione della base aurea cessò di esistere.

Aggiunge " il crollo della base aurea rappresentò anche il fallimento definitivo dell'economia di mercato". La sua diagnosi della crisi politica che ha condotto alle guerre mondiali è :
" La tensione sorgeva dal mercato di lì passava alla sfera politca e quindi a tutta la società. Quando la base aurea cadde la tensione all'interno delle nazioni si liberò".
Quali sono le lezioni ancora valide di Polanyi? 
Primo che il mercato autoregolato è una pericolosa illusione, infatti se il secondo dopoguerra è stato anche caratterizzato da una certà stabilità e prosperità lo dobbiamo alle politiche keynesiane del dopoguerra e dall'intervento dello Stato come regolatore e moderatore dell'economia. Quando la furia iperliberista, dagli anni '70 ha cominciato a propagandare  l'idea che lo Stato è male e sarebbe meglio ridurlo al minimo le crisi economiche e sociali sono aumentate. 
Secondo l'idea che la moneta non sia neutrale, come succede per l'euro che di fatto rappresenta il gold standard europeo e infatti costringe i paesi deboli del sud alla deflazione e svalutazione del lavoro.
Inoltre, l'idea che il mercato autoregolato costringa la società a trovare soluzioni per evitare le conseguenze negative che questo comporta lo vediamo con l'avanzata del cosiddetto populismo, che non è altro che una normale reazione della società a forze che tendono a distruggerla.
Concludo con un suo monito alle classi dirigenti :
"Nessuna classe che difenda rozzamente soltanto i suoi interessi può mantenersi al potere."

sabato 12 novembre 2016

elezioni americane

Sulle elezioni americane e la vittoria di Trump ormai hanno scritto tutti e di tutto, ammetto che pur avendo molti dubbi su Hillary Clinton non pensavo che alla fine Trump vincesse. Ora sulle ragioni che hanno determinato la vittoria ce ne sono sicuramente molte: voglia di cambiamento, delusione verso il cambiamento promesso da Obama e quanto realizzato o percepito, insoddisfazione per a situazione attuale, ecc ecc... E’ indubbio che le risposte del cosiddetto establishment alle criticità attuali sono state in parte deludenti. Rispetto alle colpe a ai disastri causati da Wall Street pochi hanno pagato e poco è cambiato e la Clinton non rappresentava un deciso cambiamento in questo senso, che la classe media americana stia peggio di prima è indubbio e parimenti stia sparendo quella classe operaia che ne faceva parte o era contigua. E’ inutile continuare a barare sulla globalizzazione, la verità ammessa dalla teoria economica è che può essere un vantaggio nel complesso ma per molti significa un passo indietro, e all’elettore americano se sta un pò meglio l’operaio cinese poco interessa se a pagare è lui. Delle straordinarie potenzialità della tecnologia ancor meno se significa essere cacciato dal posto di lavoro. I problemi di una società in termini economici in realtà si possono ricondurre a pochi aspetti: la domanda e l’offerta e la distribuzione del prodotto nazionale. Aumentare l’offerta è il primo passo per far partire il meccanismo di crescita che porta ad ulteriore aumento di produzione e di offerta. Come diceva Marshall domanda e offerta sono le due lame di una forbice che quindi funziona se ci sono entrambe. Quindi un economia funziona bene se all’aumentare della offerta aumenta la domanda e questo succede se la distribuzione del prodotto avviene in maniera tanto più equilibrata tra i fattori produttivi. Tale equilibrio non è naturale ma dipende da i rapporti di forza, se il lavoro perde forza perché il capitale può far ricorso al lavoro esterno a più basso costo c’è poco da fare, il fattore produttivo lavoro poco qualificato perde potere contrattuale e valore di mercato, se poi aggiungiamo la possibilità di sostituire lavoro con macchine è chiaro che la situazione non può che peggiorare. Ora queste dinamiche dovrebbero essere chiare a chi si pone il compito di fare da leader di un Paese. La evoluzione tecnologica e della società porta a dei sconvolgimenti, la rivoluzione industriale in Inghilterra non è stata una passeggiata di salute per chi l’ha subita, ma siamo nel XXI secolo e mi aspetto che un pò di strada nella comprensione dei fenomeni sia stata fatta. E’ evidente che la situazione sia difficile ma gestibile se le 3 forze in campo sono forti ed equilibrate: Stato, Democrazia e Mercato. Il problema è che per quanto lo Stato, le sue istituzioni e meccanismi siano migliorati rispetto a qualche secolo fa, le forze economiche sono sempre più transnazionali e tendono a eludere i loro doveri nazionali; la democrazia è anche schiacciata, le forze di mercato hanno cercato sempre più di imporre le proprie regole tramite l’attività di lobbying e a pagare il conto sono sempre le classi medio e basse, infatti la ricchezza si sta concentrando sempre di più. Quindi mi pare anche giusto che il "popolo" dei paesi sviluppati (ovvero l’elemento centrale della democrazia) voglia contare di più e rompere gli equilibri attuali che lo stanno mettendo sempre di più ai margini delle decisioni e della ricchezza. Il problema è quindi dove cercare la soluzione a questi problemi che a mio parere viene indirizzata in maniera sbagliata, d’altra parte se le classi dirigenti, in senso lato politiche ed economiche, non sono in grado di capire cosa sta succedendo e danno risposte parziali o addirittura sbagliate, come sta avvenendo in Europa, non deve sorprendere la crescita dei populismi di vario genere. I fallimenti o i successi delle leadership sono quello che definiscono il corso della storia e degli avvenimenti, il fallimento delle leadership europee dagli inizi del ‘900 hanno portato in Europa a due guerre mondiali e negli Stati Uniti a due recessioni micidiali di cui la seconda, quella recente, almeno attutita dalle conoscenze accumulate. Non credo che Trump sia la soluzione,
se infatti pensa di risolvere i problemi con minori tasse per i ricchi, basta guardare il grafico per capire come il cosiddetto trickle-down non abbia funzionato, anzi la concentrazione di ricchezza è la causa anche dei problemi dell'economia americana e non solo. Ha promesso maggiori investimenti in lavori pubblici e questo è senza dubbio positivo, in realtà cosa fanno i presidenti americani una volta eletti è difficile dire spero tanto di sbagliarmi su Trump. Il problema di fondo resta: dove sono finite le leadership (politiche ed economiche) illuminate in grado di contrastare una deriva innescata principalmente dalla insipienza delle leadership degli ultimi tempi?