giovedì 9 novembre 2017

La disoccupazione tecnologica

Il tema della disoccupazione tecnologica sta diventando sempre più presente nei giornali, mi permetto di dire la mia.
Intanto il tema non è nuovo il problema se lo erano posto già 200 anni fa, in particolare possiamo citare Ricardo e Marx. Inoltre ci sono stati movimenti di rivolta contro la innovazione sempre nello stesso periodo, il cui esempio famoso è quello dei luddisti contro la innovazione del telaio meccanico.

La innovazione tecnologica è comunque inevitabile, anzi è uno dei motori principali dello sviluppo. Infatti le innovazioni tecnologiche permettono di acquisire, a chi le sa sfruttare, un vantaggio competitivo, nuovi prodotti o servizi o minori costi su prodotti e servizi consolidati. E’ quindi evidente che imprenditori e aziende siano spinti ad adottarli, questo ha caratterizzato il capitalismo dalla rivoluzione industriale in poi (vedi post su Technological Revolutions and Financial Capital) .
Da un punto di vista della teoria economica, come abbiamo visto, Ricardo è uno dei primi a porsi il problema, per Marx diventa uno dei fattori chiave della sua teoria, infatti la continua spinta alla meccanizzazione comporterebbe una maggior concentrazione della ricchezza e il progressivo impoverimento delle classi lavoratrici, con conseguente inevitabile necessità della rivoluzione comunista. Per alcuni gli economisti successivi il problema però non si porrebbe secondo il seguente meccanismo, l’aumento della meccanizzazione comporta un aumento dei profitti che si trasforma in aumento di risparmi che, a sua volta, genera un aumento di investimenti che permette la creazione di nuova produzione e lavoro innescando un ciclo positivo. Su questo punto la teoria economica si divide, già Malthus si pone in maniera critica evidenziando la possibile carenza di domanda, ma sarà Keynes, sull’onda della crisi del ‘29 a dare una spiegazione più completa. In sintesi il meccanismo di aumento degli investimenti tramite il risparmio non sarebbe automatico ma incontrerebbe degli ostacoli dovuti anche a fattori soggettivi (aspettative) e altre rigidità pertanto è necessario nei periodi di crisi compensare questa carenza di domanda con gli investimenti pubblici.
Quindi, se fino ad adesso le innovazioni tecnologiche non hanno comportato una disoccupazione di massa lo si deve anche al fatto che, nel tempo, nei paesi più sviluppati il peso e il ruolo dello Stato è decisamente aumentato nel corso del ‘900.
Il problema della attuale situazione è che il meccanismo di redistribuzione del reddito innescato dalle politiche pubbliche si è ridotto. Infatti oggi le aziende multinazionali, che possono beneficiare delle catene produttive globalizzate, riescono a macinare maggiori profitti, questi profitti in parte possono essere reinvestiti all’estero e in parte (vedi paradisi fiscali) possono eludere le tasse. Quindi il problema attuale è che meccanismi di riequilibrio tra redditi da lavoro e profitti operati dagli Stati nazionali sono inceppati dall’indebolimento della forza degli Stati nazionali a vantaggio delle imprese multinazionali. 
Quindi coloro che propongono uno Stato minimo, o comunque molto più leggero, non hanno la minima idea degli effetti perniciosi di tali idee, che possono essere comprese solo alla luce dell’interesse personale, mentre per i lavoratori uno Stato forte e che sappia fare bene il suo mestiere è invece garanzia di una crescita equilibrata e di maggiori opportunità per tutti.




martedì 24 ottobre 2017

Technological Revolutions and Financial Capital- CarlotaPerez

Quello che segnalo oggi è un bellissimo libro di Carlota Perez un economista venezuelana che insegna attualmente alla London School of Economics. Purtroppo avverto i miei lettori in italiano che questo libro è disponibile solo in lingua inglese, ma vale la pena leggerlo.
Se vogliamo fare una sintesi estrema il suo libro si colloca tra Schumpeter e Kuhn. Infatti da Schumpeter prende la focalizzazione sulle evoluzioni/rivoluzioni tecnologiche come fonte primaria dello sviluppo economico. Da Thomas Kuhn (La Struttura delle Rivoluzioni Scientifiche) prende a prestito il concetto di cambiamenti di paradigma, che per la Perez divengono paradigmi tecno-economici, cioè il fatto che le rivoluzioni tecnologiche (insieme di nuove tecnologie, prodotti e industrie) comportano un grande cambiamento non solo nell’ambito produttivo ma anche in quello organizzativo e istituzionale. 
Le rivoluzioni tecnologiche e i cambiamenti di paradigmi tecno-economici diffondendosi nelle industrie e nell’economia danno vita a grandi ondate di sviluppo che si propagano in tutta la economia portando a cambiamenti strutturali nella produzione, distribuzione, consumo e comunicazione. 
Per la Perez la storia a partire dalla rivoluzione industriale si divide in 5 periodi di rivoluzioni tecnologiche. La prima è la rivoluzione industriale in Gran Bretagna che va dal 1770 sino al 1829, la seconda è l’età del vapore e delle ferrovie ( 1829-1875), la terza è l’età dell’acciaio, della elettricità e della ingegneria pesante ( 1875-1908), la quarta quella della automobile e della produzione di massa (1908-1971) e infine l’ultima, l’attuale è quella della informazione e delle telecomunicazioni.
Queste onde di sviluppo si suddividono in due fasi, la prima fase prende il nome di Installazione, durante la quale le industrie nascenti, quelle che adottano le rivoluzioni tecnologiche, si pongono in contrapposizione con la resistenza del preesistente paradigma. Tra questa fase e la successiva vi è un punto di cambiamento in cui vengono superate le tensioni dando vita alla seconda fase diffusione (Deployment) in cui la trasformazione si diffonde in tutta la economia portando i suoi benefici.
A sua volta ognuna di queste fasi si divide in due periodi. La fase di Installazione comprende un primo periodo Irruption, in cui iniziano a diffondersi nuovi prodotti e tecnologie adottati da giovani imprenditori. Le imprese del vecchio paradigma continuano ad operare ed essere finanziate ma si creano le condizioni per la divergenza tra vecchie e nuove imprese.
Con la successiva fase (Frenzy) il capitale finanziario prende sempre più in mano la situazione cercando sempre più occasioni di guadagno che si trasformano in speculazione. Il denaro si sposta verso le nuove imprese con forme che assomigliano a un gioco d’azzardo che porta ad una inflazione da asset. A questo periodo turbolento segue un processo di cambiamento anche istituzionale per bilanciare la situazione e rendere possibile la fase successiva, in questo periodo si trovano le soluzioni affinché gli interessi individuali e quelli sociali trovino un giusto equilibrio. Se questo accade si pongono le condizioni per la fase di Sinergia in cui lo sviluppo della produzione si avvantaggia delle nuove tecnologie e infrastrutture, permettendo quindi un periodo di crescita equilibrata in cui prevale il capitale produttivo su quello finanziario e speculativo. Segue a questo periodo quello della Maturità in cui appunto i mercati incominciano a saturarsi e le tecnologie divengono mature e diminuiscono le occasioni di profitto, creando quindi le condizioni per la ricerca di nuove tecnologie e quindi di un nuovo ciclo di sviluppo. La durata delle rivoluzioni tecnologiche/cambiamenti dei paradigmi copre un periodo di circa 50/60 anni, cioè è questa la lunghezza del ciclo completo.
Perez sottolinea, in particolare, il ruolo del capitale finanziario come abilitatore del massiccio spostamento degli investimenti richiesto dalle rivoluzioni tecnologiche. Infatti, quando le opportunità di investimento nel vecchio paradigma divengono meno interessanti c’è denaro libero che cerca nuove opportunità di investimento, l’esaurimento del vecchio paradigma crea quindi le condizioni per una nuova traiettoria tecnologica. La diffusione e sviluppo di ogni rivoluzione tecnologica stimola la innovazione finanziaria.
Durante il periodo Frenzy il capitale produttivo diviene oggetto di manipolazione e speculazione. Questa è una fase di tensione tra le nuove produzioni e quelle in ristrutturazione. In questa fase i valori azionari si distaccano dall’economia reale, si creano tensioni tra economia reale e quella di carta e tra chi è socialmente escluso e chi beneficia della bolla, con un processo di redistribuzione del reddito che può portare ad una saturazione prematura del mercato. Il disastro finanziario che segna la fine del periodo di turbolenza è un forte strumento di persuasione per il cambiamento istituzionale.
Si rende quindi necessario un riaggiustamento istituzionale, ponendo le condizioni per porre al centro il capitale produttivo e alla fine di tale periodo i valori di mercato tendono a riallinearsi a quelli reali. Il passaggio tra due fasi a volte comporta crisi finanziarie. La lunghezza del periodo recessivo dipende dalla capacità sociale e politica di ricreare un clima di maggior fiducia. Durante il periodo di Sinergia vengono adottate adeguate legislazioni e regolamentazioni per evitare gli abusi del periodo precedente, e per permettere una crescita più equilibrata.
I cambiamenti tecno-economici implicano alti costi sociali. Le ondate di cambiamento infatti non sono solo fenomeni economici ma eventi sistemici che implicano fattori sociali e istituzionali. Il quadro socio istituzionale ha un inerzia maggiore di adattamento ai cambiamenti, ma il ruolo dello Stati e delle forze sociali è indispensabile per modellare la direzione verso cui si muoverà la società.
La autrice avverte che il modello per quanto sia ben rappresentativo della storia passata è ovviamente una modellizzazione solo indicativa e che non va visto in maniera troppo rigida, ma può aiutare a meglio interpretare la complessità reale.
In sintesi comunque un libro veramente molto interessante e ricco di analisi molto approfondite; mi pare anche che, visto che è stato scritto nel 2001, sia stato in grado in qualche modo di prevedere la crisi del 2008, come tipica crisi di un periodo di cambiamento tecnologico e conseguente frenesia finanziaria.
Nelle conclusioni ritroviamo le idee di Polanyi (La Grande Trasformazione), per cui le rivoluzioni tecnologiche e i cambiamenti di paradigma, con le conseguenti innovazioni anche del capitale finanziario, portino alla necessità di modificare anche il quadro istituzionale come unico modo per permettere uno sviluppo più equilibrato.

mercoledì 20 settembre 2017

Dagli all'untore

Faccio una premessa non credo che, come Italia, dovremmo fare i buonisti e accogliere senza controlli e regolamentazione gli immmigrati. Il nostro welfare è gia abbastanza in difficoltà, sovraccaricarlo e renderlo poco efficace non serve a noi italiani ne ai nuovi entranti. Capisco che l'italiano medio che ha visto il suo reddito reale ridursi, che magari ha un figlio disoccupato e che vede gironzolare immigrati sotto casa che, tra l'altro non avendo grandi speranze di trovare un lavoro, finiscono anche per delinquere, gli immigrati  non li veda proprio di buon occhio (soprattuto se molti media ci acciungono un carico di notizie spesso ad arte confezionate). Sono anche in accordo con Salvini quando dice aiutiamoli a casa loro, salvo non dire che ci costerebbe molto di più (dei famosi 35 euro) ed è molto più complicato, sarebbe più onesto dire quello che realmente pensa: cioè statevene a casa vostra. Ma la domanda importante che bisogna porsi è chi ci guadagna in tutto ciò? Sicuramente direttamente chi gestisce i viaggi della speranza e chi gestisce la accoglienza (bel business), ma non va dimenticata la massima latina: divide et impera, cioè dividi e comanda, ever green delle elite dominanti. Infatti da che mondo e mondo la cosa più semplice, quando le cose vanno male, è di scaricare la colpa su un bel soggetto da mettere in mostra e alimentare la guerra tra poveri distogliendo l'attenzione dal vero obiettivo e creando anche competizione al ribasso. Come se la moderna peste (crisi economica) non fosse determinata dai batteri portati dai topi (sistema economico finanziario ed elite economico-politiche prone alla ideologia liberista) ma dagli untori.

martedì 19 settembre 2017

Paul Mason- Postcapitalism- A guide to our future (Postcapitalismo-una guida al nostro futuro- Il saggiatore)

Questo libro, uscito solo recentemente in Italia, ha avuto un grande successo internazionale, l’autore è un giornalista esperto di economia. Il libro si svolge su piani diversi affrontando tematiche storiche, sociologiche ed economiche. Il tema di fondo da cui parte è che la nuova economia dell’informazione e di rete, fondata sulla conoscenza, mina i presupposti stessi del capitalismo abbassando sempre più i costi di produzione ed erodendo la capacità del mercato di formare correttamente i prezzi; perché se il mercato si basa sulla scarsità, l’informazione è invece abbondante. Dato che il capitalismo è in crisi l’autore analizza le teorie sul capitalismo e le sue crisi, da Marx a Schumpeter passando per Kondratiev, giungendo ad una sua sintesi. Il capitalismo è un sistema adattativo complesso che però ha raggiunto i limiti della propria capacità di adattamento; infatti è stato sempre in grado di adattarsi alle crisi grazie alle resistenze della forza lavoro, ma i successi di queste trasformazioni si devono principalmente allo Stato, che ha un ruolo fondamentale per la nascita di un nuovo paradigma.
In questa ultima fase però la resistenza dei lavoratori è debole e l’economia si è sbilanciata a favore del capitale e quindi viene meno la spinta alla trasformazione. Il capitale cerca di resistere alle spinte della rivoluzione tecnologica con nuovi monopoli,  il problema è che la tecnologia che sostiene il capitalismo, e che lo ha reso globale, sta minando il capitalismo stesso. Mason prevede che:
 “Il capitalismo non sarà abolito con una marcia a tappe forzate ma grazie alla creazione di qualcosa di più dinamico, che inizialmente prenderà forma all’interno del vecchio sistema, passando quasi inosservato, ma che alla fine aprirà una breccia, ricostruendo l’economia intorno a nuovi valori e comportamenti. Lo chiameremo postcapitalismo”.
L’ultima parte del libro indica quindi una serie di passi e soluzioni che ci porteranno al postcapitalismo, ed è questa la parte più debole del libro, come spesso succede ai libri che affrontano temi così globali. Le soluzioni sono in linea di principio condivisibili ma, a mio parere, poco praticabili.  Mason sostiene in sintesi che ci vuole più intervento dello Stato che deve assumere anche il controllo totale della distribuzione dell’energia e della produzione a carbone (per risolvere anche il problema ecologico) e controllare profondamente la finanza e il sistema bancario, anche se non ciò non significa un completa sparizione del mercato.
Complessivamente è un libro che ho trovato molto valido, pieno riferimenti e considerazioni interessanti, Mason riesce soprattutto  ad affrontare tematiche complesse rendendole piacevoli e quasi avvincenti come in un romanzo.

Alcune mie considerazioni. Credo che Mason nelle conclusioni cada in contraddizione, perché da una parte sostiene che il capitalismo è un sistema molto complesso, mentre le sue soluzioni sono troppo semplicistiche. La tesi della resistenza dei lavoratori  e della società ai cambiamenti non è nuova, la troviamo nel libro di Polanyi, La grande trasformazione, in cui afferma che le società sono cambiate ma lo Stato è dovuto intervenire per evitare le distruzioni sociali da parte dei meccanismi di mercato lasciati a se stessi. Quindi sono d’accordo che lo Stato, al contrario di quello che dicono  i liberisti, è la soluzione e non il problema. Ma quale Stato? Quello nazionale sta perdendo potere nei confronti di un economia globalizzata e un sistema di regolazione e controllo globale non esiste ed è di difficile realizzazione. Non credo poi che sia così facile eliminare o sostituire certi meccanismi di mercato, credo invece che il capitalismo abbia ancora un ruolo nel futuro, anche se è un istituzione umana e come tale ha una sua fine, ma a mio parere non così a breve termine. Credo che il problema della modificazione del clima non possa essere risolto dai meccanismi di mercato, che non sono così efficienti come ci contrabbandano. Sicuramente la tecnologia è un potente agente del cambiamento ma serve anche la politica. Mancano soprattutto élite illuminate e preparate in grado di interpretare la volontà dei cittadini e non condizionate dalle forze economiche e dalle ideologie dominanti. Le sfide aperte sono molte, come ho indicato nel mio libro, dalla gestione dei flussi finanziari e monetari internazionali, gli squilibri economici tra i paesi, le crescenti diseguaglianze, sino ad arrivare ai problemi di compatibilità tra sviluppo ed ecologia. Serve un nuovo equilibrio tra democrazia e capitalismo, passando attraverso il ruolo dello Stato, ma non esistono soluzioni facili e globali, anzi credo che dovremmo porci obiettivi semplici e mirati di volta in volta e affrontarli. Le conoscenze ci sono, i cittadini sono consapevoli in larga maggioranza di quali siano i loro interesse reali. Fino ad ora è mancata una lungimiranza delle élite, negli ultimi tempi ha trionfato il liberismo sfrenato, il ritorno ad ideologie marxiste non è la soluzione, ma servono persone nuove e, soprattutto, preparate a gestire la complessità senza preconcetti.

giovedì 14 settembre 2017

Intervista esclusiva a John Maynard Keynes sull'Europa.


D. Buongiorno Lord Keynes, ci dispiace disturbarla ma vorremmo porgergli alcune domande, in primo luogo cosa ne pensa della situazione dell’Europa e in particolare dell’eurozona e delle politiche attuate?
R. Il problema che mi affligge di più nella situazione attuale è la disoccupazione, la deflazione è disastrosa per l’occupazione, l’inutilizzata capacità produttiva dei disoccupati non si accumula a nostro credito in banca, si tramuta in spreco, è irrimediabilmente perduta.
D. Quindi quali sono i rimedi ?
R. L’intensità della produzione è determinata in gran parte dalla previsione dei profitti reali. Il diffuso timore di prezzi cadenti può bloccare il processo produttivo; la situazione può aggravarsi ulteriormente in quanto la previsione del corso dei prezzi tende , ove sia diffusa, a dare risultati ad un certo punto cumulativi. L’ammontare complessivo degli investimenti è lungi dall’essere necessariamente pari al volume complessivo dei risparmi, lo squilibrio fra i due è la radice di molti nostri guai.
D. Scusi ma in questo momento in Europa si vede un poco di ripresa quindi il QE di Draghi ha funzionato?
R. Un espansione del credito non è scevra di rischi per la banca centrale fintanto che non si abbia la certezza che esistono operatori interni pronti ad assorbirla. Un paese si arricchisce per l’atto positivo di utilizzare il risparmio per aumentare la attrezzatura produttiva del paese.
D. Quindi se ho capito bene lei propende per maggiori investimenti, ma non c’è rischio di inflazione?
R. L’idea che una politica di spesa per investimenti deve tradursi in inflazione avrebbe del vero se operassimo in condizioni di boom, cosa da cui siamo ben lontani. Un maggior volume di credito bancario è probabilmente condizione sine qua non per aumentare la occupazione, ma un piano di investimenti che lo assorba è condizione sine qua non per perché l’espansione del credito non presenti rischi. Inoltre un periodo di prezzi crescenti agisce da stimolo sull’impresa ed è vantaggioso per gli imprenditori mentre la caduta dei valori monetari scoraggia l’investimento e discredita l’impresa.
D. Quindi lei è contrario alle politiche di austerità adottate?
R. Ciò di cui abbisogna in questo momento non è stringere la cinghia ma creare una atmosfera di espansione di attività. Non potete dare lavoro alla gente contraendo la spesa, mi piacerebbe che si attuassero progetti di grandezza e magnificenza. I profitti dei produttori di beni di consumo potrebbero ricostruirsi quando aumenti la quota dei beni capitali, ma la quota di beni capitali non aumenterà se i redditi dei produttori non riescono a conseguire un profitto.

D Quindi il piano di investimenti dovrebbe essere pubblico, ma non si crea deficit?
R. Le conseguenze immediate di una riduzione del deficit da parte del governo sono esattamente l’opposto di quelle che si avrebbero se finanziassimo lavori pubblici. L’importante è che l’indebitamento si affronti allo scopo di finanziare investimenti in opere che presentino un minimo di utilità. L’indebitamento pubblico è il rimedio naturale per impedire che le perdite imprenditoriali diventino una grave recessione, così forte da portare a una stasi della produzione. (NDR: ad esempio in Italia abbiamo perso nella crisi  il 25% della produzione industriale).
D. E delle riforme strutturali che ne pensa?
R. Ma se tutti tagliano i salari il potere d’acquisto complessivo della comunità si riduce di tanto quanto si siano ridotti i costi e nessuno ne tare vantaggio. E’ un illusione che gli imprenditori possano automaticamente ristabilire l’equilibrio riducendo i costi complessivi, la riduzione delle somme erogate a titolo di costo contraggono il potere di acquisto dei percettori di reddito che sono gli acquirenti; non è vero che quanto gli imprenditori erogano come costo di produzione rientri necessariamente come ricavo da vendita dei beni prodotti, è caratteristica di un boom che i ricavi eccedano i costi ed è caratteristica di una recessione che i costi eccedano i ricavi.
D. Quindi più intervento dello Stato?
R. Le agenda più importanti dello Stato riguardano le funzioni che cadono al difuori della sfera dell’individuo, le decisioni che se non le assumesse lo Stato nessuno prenderebbe. L’importante per il governo non è fare le cose che gli individui stanno facendo ma fare le cose che non vengono fatte per niente. L’attuale organizzazione del mercato degli investimenti di distribuire il risparmio non dovrebbe essere lasciata interamente alla casualità del giudizio e del profitto privato. Migliorare la tecnica del capitalismo moderno attraverso l’operare dell’azione pubblica.
D. Ma che ne pensa della creazione della moneta unica?
R.  Per i paesi che l’hanno adottata è stata un rischio, la creazione di moneta legale è stata ed è l’ultima riserva dei governi, nessuno Stato o governo decreterà la propria bancarotta fino a che disporrà di questa sovranità. Inoltre il tasso di cambio dipende dal rapporto dei prezzi interni e quello dei prezzi esterni, ne consegue che il tasso di cambio può mantenersi stabile soltanto se entrambi i livelli dei prezzi si mantengono stabili; ma il livello dei prezzi esterni è fuori dal nostro controllo quindi dovremmo accettare che il livello dei prezzi o il tasso di cambio subiscano l’influenza esterna, ma se il livello dei prezzi esteri è instabile non potremmo mantenere stabili il livello dei prezzi interni sia il tasso dei cambi. ( NDR: cioè se siamo vincolati a una  moneta troppo forte rischiamo di dover compensare con una svalutazione dei salari ).
D Quindi lei è pessimista?
R: No, le risorse e gli artifici dell’uomo sono ancora fecondi e produttivi non meno di ieri. Il problema politico della umanità consiste nel mettere insieme tre elementi: l’efficienza economica, la giustizia sociale e la libertà individuale. Alla prima sono necessari senso critico, prudenza e conoscenza tecnica; alla seconda spirito altruistico, entusiasmo ed amore per l’uomo comune; alla terza tolleranza, ampiezza di vedute, apprezzamento dei valori, della varietà e della indipendenza. Non dobbiamo avere paura, non dobbiamo rinunciare ad essere aperti ad esperimenti nuovi, liberi di intraprendere attività, di provare tutte le possibilità della vita.

Nota: tutte le frasi in corsivo sono originali di John Maynard Keynes tratte da Esortazioni e profezie.

venerdì 1 settembre 2017

L’euro-Come una moneta comune minaccia il futuro dell’ Europa- J.E. Stiglitz-Einaudi

Come si intuisce dal titolo il tema è l’euro e la Europa, ora chi legge questo blog e le recensioni sa che di questo tema ne abbiamo ampiamente parlato, pertanto il libro non contiene particolari novità su tema.
La prima parte è una critica alla creazione della moneta unica con le modalità adottate e delle successive politiche attuate dal 2008 per far fronte alla crisi, alcune citazioni:
L’integrazione economica è progredita  ma a maggiore velocità rispetto a quella politica;
L’euro è controproducente. L’eurozona ha fallito miseramente;
La Bce è nata con un difetto congenito […] il problema più grave è la assenza di controllo democratico. La Bce ha contribuito ad aggravare la crescente diseguaglianza;
La totale incapacità della Troika di comprendere l’economia soggiacente alla situazione;
L’austerità non ha mai funzionato. I salvataggi della Spagna, della Grecia e degli altri paesi sono apparsi mirati più a salvare le banche europee;
Le soluzioni sono per l’autore due, perché continuare a  galleggiare in questa situazione non serve.
La prima è “più Europa” intesa non per forza una unione federale ma una serie di misure indispensabili: unione bancaria, mutualizzazione del debito, politica fiscale comune, distinguere spesa per investimenti da consumi, e molto altro ancora.
La seconda divorzio consensuale con la creazione di più aree euro, da una parte la Germania e alcuni suoi alleati (la Francia ?) e il resto da un'altra parte con la creazione di tutta una serie di strumenti per evitare ulteriori disastri.
Si intuisce che, anche preferendo la prima soluzione, Stiglitz capisca che sia politicamente irrealizzabile, ma anche la seconda non è così immediata e indolore, non si capisce bene nel libro la posizione che dovrebbero assumere in particolare la Francia e anche forse l’Italia.
Insomma  la analisi delle criticità dell’eurozona  è abbastanza nota, quella sulle soluzioni contiene degli spunti comunque interessanti anche se alcune proposte sono forse poco realistiche. 

In definitiva il libro è comunque scritto bene anche se a volte ripetitivo, lo consiglio a chi non ha letto nessuno dei precedenti libri sul tema come buona sintesi.

giovedì 10 agosto 2017

Esortazioni e profezie

Riporto di seguito alcuni frasi tratte dal libro Esortazioni e profezie, raccolta di scritti di J.M.Keynes e in particolare dal brano: Collasso dei valori monetari e le conseguenze sul sistema bancario,  scritto nel 1931 nel periodo della grande depressione.
Esiste al mondo una quantità enorme di beni reali che costituiscono il nostro capitale: case, scorte di merci, ecc.. Per entrarne in possesso tuttavia i proprietari nominali non di rado hanno preso in prestito denaro. Finanziamento che avviene attraverso il sistema bancario che frappone la sua garanzia fra i depositanti ed i prenditori di fondi. Il frapporsi di questo schermo in denaro fra il bene reale e il proprietario di ricchezza è una caratteristica peculiare del mondo moderno.
Un mutamento del valore del denaro può sconvolgere le posizioni di quanto vantano crediti in denaro o sono debitori di denaro. Infatti una caduta dei prezzi […] significa trasferimento di ricchezza dal debitore al creditore.
Quando il deprezzamento dei beni  termini reali in termini monetari riamane contenuto all’interno di percentuali convenzionali le banche non se ne preoccupano troppo.
La inflazione […] non ha nulla di minaccioso per le banche poiché aumenta l’entità dei loro “margini”.
Negli ultimi mesi […] il deprezzamento ha superato in moltissimi casi l’entità dei margini convenzionali. Finché la banca mantiene un atteggiamento di serena attesa di tempi migliori e ignora il fatto che la garanzia di gran parte dei suoi prestiti non ha più il valore che aveva al momento della concessione non si crea motivo di panico
Ciò nonostante anche a questo stadio la posizione di fondo può aver effetto assai negativo.
Le banche infatti sapendo che molti capitali da loro anticipati sono di fatto “congelati” e che comportano un rischio latente superiore a quello che sono disposte a sostenere, si preoccupano di tenere in forma più possibile liquida e libera da rischi il resto della loro disponibilità.
Il che […] significa che le banche sono meno disposte a finanziare progetti che comportino immobilizzo delle loro risorse.
I crediti e gli anticipi che le banche hanno concesso a fini imprenditoriali, sono nelle condizioni peggiori . Qui la garanzia principale è costituita dai profitti  correnti o previsti […] ma per molte categorie di produttori […] non esistono profitti bensì solo prospettive di insolvenza.
Una flessione dei valori monetaria grave come quella che stiamo registrando minaccia la solidità di tutta la struttura finanziaria. Banche e banchieri sono per loro natura ciechi. Un “bravo” banchiere non è colui che prevede il pericolo e lo evita ma colui che quando va in rovina, ci va nel modo più tradizionale.
Il capitalismo moderno si trova di fronte ad una scelta: o aumentare i valori monetari riportandoli verso i livelli precedenti oppure al diffondersi di insolvenze e fallimenti con il collasso di gran parte delle struttura finanziaria.
Che dire considerato che queste cose sono state scritte più di 80 anni fa sono proprio “profetiche” sulla attuale situazione bancaria italiana.
Qualche commento:
1)     Come si vede queste cose sono note da molto tempo e quindi potevano essere previste per tempo da una classe dirigente più preparata ed avveduta;
2)     Certo essere nell’euro ci consente minori margini di manovra ( ad esempio sul cambio) però si poteva e doveva intervenire prima, soprattutto della introduzione della norma del “bail-in” per salvare ( e in questo caso intendo nazionalizzare) alcune banche;
3)     Le politiche di austerity di Monti con il loro inasprimento fiscale erano dirette, in mancanza di svalutazione monetaria, a risolvere il problema della bilancia dei pagamenti, ma hanno dato un ulteriore botta ai consumi e quindi messo in ancor maggior difficoltà le imprese e di conseguenza le banche. Pur capendo l’obiettivo della bilancia pagamenti si doveva evitare una così massiccia dose di austerità e ci dovevamo allegramente fregare dei limiti del deficit, tanto una volta che massacri il PIL anche il rapporto debito/PIL peggiora come infatti è stato.