martedì 16 gennaio 2018

INTRODUCTION TO POST-KEYNESIAN ECONOMICS- MARC LAVOIE

In questo libro, l’autore Marc Lavoie economista post-keynesiano e autore di diversi saggi, presenta una introduzione alle teorie post-keynesiane.
Nel primo capitolo introduce i principali elementi delle teorie economiche neoclassiche e di quelle eterodosse.
Nel secondo capitolo illustra le principali caratteristiche della macroeconomia nelle teorie post-keynesiane, in particolare la teorie delle scelte e le teorie sui costi e la formazione dei prezzi.
Nel terzo capitolo affronta il tema del circuito monetario: tassi di interesse, il credito e le banche, la creazione della moneta.
Nel 4 capitolo analizza i temi  della domanda effettiva e  del mercato del lavoro, con particolare evidenza delle teorie di Kalecki.
Infine il 5 capitolo è dedicato ai modelli di crescita e, anche in questo capitolo, si sofferma sui modelli di Kalecki.

In conclusione, per quanto il libro dedichi molta enfasi alle teorie di Kalecki e non faccia menzione di molti altri filoni di ricerca eterodossi più moderni, rimane un libro interessante di introduzione alle principali tematiche economiche eterodosse ovvero non mainstream.

lunedì 11 dicembre 2017

Siamo prigionieri del dilemma del prigioniero

La teoria economica ha come fondatore riconosciuto Adam Smith, il quale era convinto che in fondo la spinta dell’uomo al proprio interesse poteva essere conveniente per tutti , secondo la famosa metafora della “mano invisibile” per cui le azioni interessate e non coordinate degli esseri umani alla fine producevano una situazione positiva per la società. Ovviamente Smith era un filosofo non banale e non era tenero con le élite produttive e dominanti (“I mercanti e padroni sono comunemente rivolti al loro interesse [...] che all’interesse della società”) e che si rendeva conto che i lavoratori avevano meno forza contrattuale (“I padroni, essendo in numero minore, possono coalizzarsi più facilmente”) ma alla fine era moderatamente ottimista sul futuro della società. Molti anni dopo Nash ( quello del bel film di Haward: A beautiful mind ) riusciva a dimostrare che non era cosi scontato che perseguire gli interessi personali porti a situazioni vantaggiose per tutti. Le sue conclusioni sono rappresentabili dal cosiddetto dilemma del prigioniero in cui due ladri sono indagati e indotti a confessare i reati. La soluzione teorica è che dati i vantaggi e svantaggi prospettati, e non potendo accordarsi prima, gli indiziati ( o prigionieri) finiscono per tradire il compagno. Tale soluzione è razionale, ma di fatto non confessando i due complessivamente prenderebbero meno anni di prigione. Questo dimostrerebbe che non è vero che perseguendo i propri interessi si facciano meglio i propri interessi o l’interesse generale. Questo è anche il motivo che spinge alcune aziende in competizione, non potendo eliminare il concorrente, a fare accordi collusivi sui prezzi. Ovviamente questa è una strategia vincente per le imprese che non sono costrette a farsi competizione al ribasso sui prezzi, mentre non lo è per i clienti. 
Insomma chi crede che il mercato sia un bene assoluto nega la realtà. D’altra parte le élite dominanti dovrebbero essere sufficientemente consapevoli che un eccessiva avidità e arricchimento a danno degli altri cittadini non è cosi conveniente. Un esempio di lungimiranza è rappresentato da Henry Ford che pagava bene i suoi dipendenti per farli divenire acquirenti delle automobili da loro prodotte. D’altra parte la storia ha mostrato che nel tempo i lavoratori si sono coalizzati ( sindacati) per ottenere maggiori salari o hanno cercato di influire sulle politiche adottate dallo Stato come elettori, politiche che portavano anche una redistribuzione dei redditi o a regolamentazioni del lavoro e della sua remunerazione. 
Al momento siamo vittime del dilemma del prigioniero, infatti grazie alla globalizzazione le aziende multinazionali possono cercare le condizioni di lavoro al minor costo e fare sempre più profitti, tra l’atro godendo anche dei vantaggi di eludere il fisco grazie alla elusione legale rappresentata da nazioni che fanno dumping fiscale se non ricorrendo proprio ai paradisi fiscali. Infatti, quello che si vede da alcuni decenni è che aumenta la quota profitti e diminuisce la quota salari e la ricchezza tende sempre di più a concentrarsi. Le élite dominanti dovrebbero essere più lungimiranti e capire che, se limitano la loro avidità, avrebbero la possibilità di stare comunque bene e una situazione sociale meno drammatica, ma a quanto pare il monito di Polanyi (“Nessuna classe che difenda rozzamente soltanto i suoi interessi può mantenersi al potere”) non li scalfisce e questo stato di cose potrebbe perdurare o forse anche peggiorare. Siamo noi cittadini che invece di arrabbiarci con le solite vittime sacrificali (emigranti) dovremmo riprenderci il nostro potere e la democrazia, purtroppo non sono ottimista e il baratro è sempre più profondo.

mercoledì 22 novembre 2017

Perché è ora di riportare - e modernizzare - il governo di Carlota Perez

Pubblico la traduzione di un bellissimo articolo che condivido in pieno della economista Carlota Perez di cui abbiamo parlato.

Ritardi del governo

Quando Ronald Reagan disse negli anni '80 che "il governo è il problema", aveva ragione in un solo senso: che le politiche specifiche che erano state progettate per consentire il pieno dispiegamento della rivoluzione della produzione di massa erano inadeguate per affrontare il suo esaurimento e il suo declino. In realtà, il governo non sapeva ancora - e in effetti non poteva sapere - come affrontare l'emergente rivoluzione dell'informazione.
 Era vero, come avrebbe detto Schumpeter, che i liberi mercati liberi erano più adatti per il periodo di sperimentazione con le nuove tecnologie della Silicon Valley; e la concorrenza aperta era più propensa a persuadere i vecchi giganti del settore a modernizzarsi con i computer e a adeguarsi il nuovo paradigma organizzativo lanciato dai giapponesi. Tuttavia, non era realistico aspettarsi che i mercati proteggessero la società dalle devastazioni della distruzione creativa.
 Quello avrebbe dovuto essere il ruolo del governo. Ma il motto della Thatcher "TINA" ("non c'è alternativa") ha spento l'immaginazione del governo e ha condannato alla sofferenza che si è diffusa tra la popolazione attiva.

Iniziative e conseguenze

Ironia della sorte, non è stato un governo passivo, ma uno proattivo che ha sviluppato internet, prima di consegnarlo al settore privato. Senza Internet il vero boom della metà degli anni '90, non si sarebbe potuto verificare. La rivoluzione dell'informazione divenne veramente globale e il processo di distruzione creativa cambiò il volto dell'economia mondiale.
 Questo boom si è concluso nella  bolla seguita da un crollo, ma questo è tipico del periodo di distruzione creativa di qualsiasi rivoluzione tecnologica: è successo con i canali, con le ferrovie e con il boom edilizio degli anni '20. Meno tipica era la seconda bolla che seguì negli anni 2000.
 Dopo il crollo del NASDAQ, invece di frenare la finanza, i governi e le banche centrali hanno fornito liquidità facile, che è stata riversata in massicce speculazioni off-shore e abitative in una festa di strumenti finanziari sintetici, che hanno utilizzato la nuova tecnologia.

Donde ora?

Oggi, dopo il successivo crollo, siamo a un bivio. Come negli anni '30, la depressione ha rivelato la sottostante distruzione di posti di lavoro e, in questo caso, l'ulteriore impatto della migrazione industriale in Asia e altrove. Ancora una volta, esiste un enorme potenziale tecnologico in grado di trasformare l'intera economia e di aumentare la produttività in molte attività, ma la finanza non è pronta a correre rischi. Resta trincerata in un'economia da casinò, con trilioni di dollari seduti inattivi, a volte in obbligazioni con tassi di interesse negativi. I governi forniscono principalmente il QE che gestisce il casinò, apparentemente in attesa di finanziamenti e del “il mercato” per risolvere i problemi di crescita, disoccupazione e disuguaglianza.
 Peggio ancora, invece di approfittare di tassi di interesse estremamente bassi per investire e aumentare la produzione di ricchezza, i posti di lavoro e, di conseguenza, le tasse con le quali ripagare, hanno adottato austerità sul lato del bilancio e generosità nei confronti delle banche. Tuttavia, nessuna quantità di QE trasferirà finanziamenti per finanziare l'economia reale di beni e servizi, se il rischio non diminuirà.

Negli anni '30, Franklyn D. Roosevelt sperimentò molte delle politiche che in seguito avrebbero portato il boom del dopoguerra, ma furono accolte con feroce resistenza da parte di uomini d'affari e politici, che erano ugualmente convinti della magia del libero mercato. La prosperità dei "ruggenti anni Venti" è stata la fonte della loro convinzione, anche se si è conclusa in uno schianto precipitoso - proprio come oggi. E i mercati possono davvero, portare età d'oro - piuttosto che età dorate - ma solo quando il campo di gioco è inclinato dalla politica per fornire una direzione sinergica per l'innovazione e gli investimenti.

Direzioni multiple

Ciò che accade in questi periodi post-bolla-crollo, che ho definito i "punti di svolta" di ogni rivoluzione tecnologica, è che ci sono molte direzioni in cui le tecnologie rivoluzionarie possono essere adottate, ma nessuna sarà sicuramente redditizia. A questo punto del percorso dell'innovazione, dopo tutta la sperimentazione iniziale, il rischio tecnologico è minimo, ma il rischio di mercato può rimanere enorme. Mentre i primi decenni di una rivoluzione tecnologica sono guidati dall'offerta, una volta che le principali nuove infrastrutture sono state installate e il paradigma dell'innovazione delle nuove tecnologie è stato appreso, è soprattutto la domanda che tira l'economia.

Welfare State come gioco vincente

Ecco perché lo stato sociale fondato dopo la seconda guerra mondiale ha portato il più grande boom nella storia. Durante la guerra, gli affari hanno scoperto che, con una domanda garantita, la produzione di massa avrebbe prodotto un'alta produttività e costi inferiori. Hanno anche scoperto che lavorare con il governo era un buon affare.
 Quindi, quando furono istituite alte tasse per finanziare il sistema autostradale, la suburbanizzazione, lo stato sociale e la guerra fredda, vi fu relativamente poca resistenza. Le tecnologie di produzione di massa furono sviluppate prima della guerra, ma fu solo l'applicazione di queste direzioni post-belliche allo sviluppo che portarono alla creazione di milioni di posti di lavoro che trasformarono il personale semi-qualificato in consumatori a reddito medio.
 Con la pressione dei sindacati e il sostegno del governo, i salari aumentarono con la produttività e la società del consumo di massa fu modellata per adattarsi all'economia della produzione di massa. Le tasse elevate sono state accettate perché si sono immediatamente trasformate in domanda, come appalti militari o come assicurazione di disoccupazione (garantendo la continuità dei pagamenti mensili), sussidi agli agricoltori (riduzione dei costi alimentari e aumento della domanda di macchinari e prodotti chimici) e pensioni (per consentire salari speso senza preoccupazioni per il futuro). Era davvero un quadro istituzionale perfetto, adatto alla produzione di massa all'interno di economie nazionali relativamente chiuse.

La diversità rompe il vecchio modello

Stiamo vivendo una rivoluzione tecnologica molto diversa. Non omogeneizza ma piuttosto diversifica produzione e consumo; attraversa le frontiere in modo invisibile e porta naturalmente a un'economia globale; favorisce le abilità e la creatività piuttosto che la ripetizione semi-abile.

La globalizzazione ha spostato la produzione dove i costi di manodopera sono più bassi e dove cresce la domanda; la finanza opera attraverso il pianeta senza ostacoli e le società globali stabiliscono reti di valore interconnesse in diversi paesi. In pratica, gli interessi delle multinazionali non coincidono più con gli interessi delle società in cui hanno avuto origine. Ciò si traduce in stagnazione dei salari, crescente disparità di reddito e bassa creazione di posti di lavoro nelle ex società con salari alti.

Un ruolo per il governo ora?

In primo luogo, se guardiamo alla storia si  scopre che è a questa metà della fase di diffusione di ogni rivoluzione tecnologica, che il governo è intervenuto per creare domanda.
 Nel Regno Unito durante il boom vittoriano, il governo ha usato la diplomazia delle cannoniere per aprire i mercati del Giappone e della Cina alle merci britanniche. Nella Belle Époque, sostenevano o finanziavano la creazione di ferrovie transcontinentali, telegrafi transoceanici, porti per navi a vapore e ferrovie nei paesi dell'emisfero australe, per mercati veramente globali, che facciano parte dell'impero o no. Nel boom del dopoguerra, tutte le democrazie occidentali hanno costruito mercati nazionali dei consumi e degli appalti.
 La prossima cosa è identificare le tendenze che, se accelerate e supportate, potrebbero produrre enormi innovazioni e investimenti.
 Ho suggerito altrove che i problemi ambientali possono essere trasformati in soluzioni, con l'aiuto dell'attuale potenziale della rivoluzione ICT. Favorire la "crescita verde intelligente", intesa come una forte riduzione del contenuto tangibile sia in termini di PIL che di stili di vita, fornirebbe oggi una direzione per l'innovazione. Come il consumo di massa ha fatto negli anni '30, potrebbe diffondersi in tutta l'economia, aumentando significativamente la produttività di energia e risorse.
Il ricorso a stili di vita orientati alla salute, alla cura, alla creatività, all'apprendimento, alla manutenzione, al riciclaggio, al riutilizzo e così via, genererebbe un numero crescente di posti di lavoro, contrastando quei posti sostituiti dalla nuova tecnologia.
 Negli anni '50 e '60, contrariamente alla credenza popolare, non erano i lavori di produzione nelle nuove industrie a fornire tutti i posti di lavoro, ma piuttosto i servizi (compresi quelli governativi) sorti a causa del nuovo stile di vita consentito da queste tecnologie. Lo stesso è vero oggi - come è stato in ogni precedente cambiamento tecnologico. La Silicon Valley non è la fonte del futuro impiego, ma la tecnologia che fornisce ha il potenziale per creare una vasta gamma di nuove attività.
 Infine, i governi devono impegnarsi in una massiccia innovazione istituzionale e auto-modernizzazione, con l'audacia e l'immaginazione di Roosevelt e Keynes e adattati ai nostri tempi come le loro idee erano per loro. Vivere nel passato non ha mai dato buoni frutti per gli affari o il governo; ciò che è necessario ora è abbracciare in modo proattivo il futuro.

giovedì 9 novembre 2017

La disoccupazione tecnologica

Il tema della disoccupazione tecnologica sta diventando sempre più presente nei giornali, mi permetto di dire la mia.
Intanto il tema non è nuovo il problema se lo erano posto già 200 anni fa, in particolare possiamo citare Ricardo e Marx. Inoltre ci sono stati movimenti di rivolta contro la innovazione sempre nello stesso periodo, il cui esempio famoso è quello dei luddisti contro la innovazione del telaio meccanico.

La innovazione tecnologica è comunque inevitabile, anzi è uno dei motori principali dello sviluppo. Infatti le innovazioni tecnologiche permettono di acquisire, a chi le sa sfruttare, un vantaggio competitivo, nuovi prodotti o servizi o minori costi su prodotti e servizi consolidati. E’ quindi evidente che imprenditori e aziende siano spinti ad adottarli, questo ha caratterizzato il capitalismo dalla rivoluzione industriale in poi (vedi post su Technological Revolutions and Financial Capital) .
Da un punto di vista della teoria economica, come abbiamo visto, Ricardo è uno dei primi a porsi il problema, per Marx diventa uno dei fattori chiave della sua teoria, infatti la continua spinta alla meccanizzazione comporterebbe una maggior concentrazione della ricchezza e il progressivo impoverimento delle classi lavoratrici, con conseguente inevitabile necessità della rivoluzione comunista. Per alcuni gli economisti successivi il problema però non si porrebbe secondo il seguente meccanismo, l’aumento della meccanizzazione comporta un aumento dei profitti che si trasforma in aumento di risparmi che, a sua volta, genera un aumento di investimenti che permette la creazione di nuova produzione e lavoro innescando un ciclo positivo. Su questo punto la teoria economica si divide, già Malthus si pone in maniera critica evidenziando la possibile carenza di domanda, ma sarà Keynes, sull’onda della crisi del ‘29 a dare una spiegazione più completa. In sintesi il meccanismo di aumento degli investimenti tramite il risparmio non sarebbe automatico ma incontrerebbe degli ostacoli dovuti anche a fattori soggettivi (aspettative) e altre rigidità pertanto è necessario nei periodi di crisi compensare questa carenza di domanda con gli investimenti pubblici.
Quindi, se fino ad adesso le innovazioni tecnologiche non hanno comportato una disoccupazione di massa lo si deve anche al fatto che, nel tempo, nei paesi più sviluppati il peso e il ruolo dello Stato è decisamente aumentato nel corso del ‘900.
Il problema della attuale situazione è che il meccanismo di redistribuzione del reddito innescato dalle politiche pubbliche si è ridotto. Infatti oggi le aziende multinazionali, che possono beneficiare delle catene produttive globalizzate, riescono a macinare maggiori profitti, questi profitti in parte possono essere reinvestiti all’estero e in parte (vedi paradisi fiscali) possono eludere le tasse. Quindi il problema attuale è che meccanismi di riequilibrio tra redditi da lavoro e profitti operati dagli Stati nazionali sono inceppati dall’indebolimento della forza degli Stati nazionali a vantaggio delle imprese multinazionali. 
Quindi coloro che propongono uno Stato minimo, o comunque molto più leggero, non hanno la minima idea degli effetti perniciosi di tali idee, che possono essere comprese solo alla luce dell’interesse personale, mentre per i lavoratori uno Stato forte e che sappia fare bene il suo mestiere è invece garanzia di una crescita equilibrata e di maggiori opportunità per tutti.




martedì 24 ottobre 2017

Technological Revolutions and Financial Capital- CarlotaPerez

Quello che segnalo oggi è un bellissimo libro di Carlota Perez un economista venezuelana che insegna attualmente alla London School of Economics. Purtroppo avverto i miei lettori in italiano che questo libro è disponibile solo in lingua inglese, ma vale la pena leggerlo.

Se vogliamo fare una sintesi estrema il suo libro si colloca tra Schumpeter e Kuhn. Infatti da Schumpeter prende la focalizzazione sulle evoluzioni/rivoluzioni tecnologiche come fonte primaria dello sviluppo economico. Da Thomas Kuhn (La Struttura delle Rivoluzioni Scientifiche) prende a prestito il concetto di cambiamenti di paradigma, che per la Perez divengono paradigmi tecno-economici, cioè il fatto che le rivoluzioni tecnologiche (insieme di nuove tecnologie, prodotti e industrie) comportano un grande cambiamento non solo nell’ambito produttivo ma anche in quello organizzativo e istituzionale. 
Le rivoluzioni tecnologiche e i cambiamenti di paradigmi tecno-economici diffondendosi nelle industrie e nell’economia danno vita a grandi ondate di sviluppo che si propagano in tutta la economia portando a cambiamenti strutturali nella produzione, distribuzione, consumo e comunicazione. 
Per la Perez la storia a partire dalla rivoluzione industriale si divide in 5 periodi di rivoluzioni tecnologiche. La prima è la rivoluzione industriale in Gran Bretagna che va dal 1770 sino al 1829, la seconda è l’età del vapore e delle ferrovie (1829-1875), la terza è l’età dell’acciaio, della elettricità e della ingegneria pesante ( 1875-1908), la quarta quella della automobile e della produzione di massa (1908-1971) e infine l’ultima, l’attuale è quella della informazione e delle telecomunicazioni.
Queste onde di sviluppo si suddividono in due fasi, la prima fase prende il nome di Installazione, durante la quale le industrie nascenti, quelle che adottano le rivoluzioni tecnologiche, si pongono in contrapposizione con la resistenza del preesistente paradigma. Tra questa fase e la successiva vi è un punto di cambiamento in cui vengono superate le tensioni dando vita alla seconda fase diffusione (Deployment) in cui la trasformazione si diffonde in tutta la economia portando i suoi benefici.
A sua volta ognuna di queste fasi si divide in due periodi. La fase di Installazione comprende un primo periodo Irruption, in cui iniziano a diffondersi nuovi prodotti e tecnologie adottati da giovani imprenditori. Le imprese del vecchio paradigma continuano ad operare ed essere finanziate ma si creano le condizioni per la divergenza tra vecchie e nuove imprese.
Con la successiva fase (Frenzy) il capitale finanziario prende sempre più in mano la situazione cercando sempre più occasioni di guadagno che si trasformano in speculazione. Il denaro si sposta verso le nuove imprese con forme che assomigliano a un gioco d’azzardo che porta ad una inflazione da asset. A questo periodo turbolento segue un processo di cambiamento anche istituzionale per bilanciare la situazione e rendere possibile la fase successiva, in questo periodo si trovano le soluzioni affinché gli interessi individuali e quelli sociali trovino un giusto equilibrio. Se questo accade si pongono le condizioni per la fase di Sinergia in cui lo sviluppo della produzione si avvantaggia delle nuove tecnologie e infrastrutture, permettendo quindi un periodo di crescita equilibrata in cui prevale il capitale produttivo su quello finanziario e speculativo. Segue a questo periodo quello della Maturità in cui appunto i mercati incominciano a saturarsi e le tecnologie divengono mature e diminuiscono le occasioni di profitto, creando quindi le condizioni per la ricerca di nuove tecnologie e quindi di un nuovo ciclo di sviluppo. La durata delle rivoluzioni tecnologiche/cambiamenti dei paradigmi copre un periodo di circa 50/60 anni, cioè è questa la lunghezza del ciclo completo.
Perez sottolinea, in particolare, il ruolo del capitale finanziario come abilitatore del massiccio spostamento degli investimenti richiesto dalle rivoluzioni tecnologiche. Infatti, quando le opportunità di investimento nel vecchio paradigma divengono meno interessanti c’è denaro libero che cerca nuove opportunità di investimento, l’esaurimento del vecchio paradigma crea quindi le condizioni per una nuova traiettoria tecnologica. La diffusione e sviluppo di ogni rivoluzione tecnologica stimola la innovazione finanziaria.
Durante il periodo Frenzy il capitale produttivo diviene oggetto di manipolazione e speculazione. Questa è una fase di tensione tra le nuove produzioni e quelle in ristrutturazione. In questa fase i valori azionari si distaccano dall’economia reale, si creano tensioni tra economia reale e quella di carta e tra chi è socialmente escluso e chi beneficia della bolla, con un processo di redistribuzione del reddito che può portare ad una saturazione prematura del mercato. Il disastro finanziario che segna la fine del periodo di turbolenza è un forte strumento di persuasione per il cambiamento istituzionale.
Si rende quindi necessario un riaggiustamento istituzionale, ponendo le condizioni per porre al centro il capitale produttivo e alla fine di tale periodo i valori di mercato tendono a riallinearsi a quelli reali. Il passaggio tra due fasi a volte comporta crisi finanziarie. La lunghezza del periodo recessivo dipende dalla capacità sociale e politica di ricreare un clima di maggior fiducia. Durante il periodo di Sinergia vengono adottate adeguate legislazioni e regolamentazioni per evitare gli abusi del periodo precedente, e per permettere una crescita più equilibrata.
I cambiamenti tecno-economici implicano alti costi sociali. Le ondate di cambiamento infatti non sono solo fenomeni economici ma eventi sistemici che implicano fattori sociali e istituzionali. Il quadro socio istituzionale ha un inerzia maggiore di adattamento ai cambiamenti, ma il ruolo dello Stati e delle forze sociali è indispensabile per modellare la direzione verso cui si muoverà la società.
La autrice avverte che il modello per quanto sia ben rappresentativo della storia passata è ovviamente una modellizzazione solo indicativa e che non va visto in maniera troppo rigida, ma può aiutare a meglio interpretare la complessità reale.
In sintesi comunque un libro veramente molto interessante e ricco di analisi molto approfondite; mi pare anche che, visto che è stato scritto nel 2001, sia stato in grado in qualche modo di prevedere la crisi del 2008, come tipica crisi di un periodo di cambiamento tecnologico e conseguente frenesia finanziaria.
Nelle conclusioni ritroviamo le idee di Polanyi (La Grande Trasformazione), per cui le rivoluzioni tecnologiche e i cambiamenti di paradigma, con le conseguenti innovazioni anche del capitale finanziario, portino alla necessità di modificare anche il quadro istituzionale come unico modo per permettere uno sviluppo più equilibrato.

mercoledì 20 settembre 2017

Dagli all'untore

Faccio una premessa non credo che, come Italia, dovremmo fare i buonisti e accogliere senza controlli e regolamentazione gli immmigrati. Il nostro welfare è gia abbastanza in difficoltà, sovraccaricarlo e renderlo poco efficace non serve a noi italiani ne ai nuovi entranti. Capisco che l'italiano medio che ha visto il suo reddito reale ridursi, che magari ha un figlio disoccupato e che vede gironzolare immigrati sotto casa che, tra l'altro non avendo grandi speranze di trovare un lavoro, finiscono anche per delinquere, gli immigrati  non li veda proprio di buon occhio (soprattuto se molti media ci acciungono un carico di notizie spesso ad arte confezionate). Sono anche in accordo con Salvini quando dice aiutiamoli a casa loro, salvo non dire che ci costerebbe molto di più (dei famosi 35 euro) ed è molto più complicato, sarebbe più onesto dire quello che realmente pensa: cioè statevene a casa vostra. Ma la domanda importante che bisogna porsi è chi ci guadagna in tutto ciò? Sicuramente direttamente chi gestisce i viaggi della speranza e chi gestisce la accoglienza (bel business), ma non va dimenticata la massima latina: divide et impera, cioè dividi e comanda, ever green delle elite dominanti. Infatti da che mondo e mondo la cosa più semplice, quando le cose vanno male, è di scaricare la colpa su un bel soggetto da mettere in mostra e alimentare la guerra tra poveri distogliendo l'attenzione dal vero obiettivo e creando anche competizione al ribasso. Come se la moderna peste (crisi economica) non fosse determinata dai batteri portati dai topi (sistema economico finanziario ed elite economico-politiche prone alla ideologia liberista) ma dagli untori.

martedì 19 settembre 2017

Paul Mason- Postcapitalism- A guide to our future (Postcapitalismo-una guida al nostro futuro- Il saggiatore)

Questo libro, uscito solo recentemente in Italia, ha avuto un grande successo internazionale, l’autore è un giornalista esperto di economia. Il libro si svolge su piani diversi affrontando tematiche storiche, sociologiche ed economiche. Il tema di fondo da cui parte è che la nuova economia dell’informazione e di rete, fondata sulla conoscenza, mina i presupposti stessi del capitalismo abbassando sempre più i costi di produzione ed erodendo la capacità del mercato di formare correttamente i prezzi; perché se il mercato si basa sulla scarsità, l’informazione è invece abbondante. Dato che il capitalismo è in crisi l’autore analizza le teorie sul capitalismo e le sue crisi, da Marx a Schumpeter passando per Kondratiev, giungendo ad una sua sintesi. Il capitalismo è un sistema adattativo complesso che però ha raggiunto i limiti della propria capacità di adattamento; infatti è stato sempre in grado di adattarsi alle crisi grazie alle resistenze della forza lavoro, ma i successi di queste trasformazioni si devono principalmente allo Stato, che ha un ruolo fondamentale per la nascita di un nuovo paradigma.
In questa ultima fase però la resistenza dei lavoratori è debole e l’economia si è sbilanciata a favore del capitale e quindi viene meno la spinta alla trasformazione. Il capitale cerca di resistere alle spinte della rivoluzione tecnologica con nuovi monopoli,  il problema è che la tecnologia che sostiene il capitalismo, e che lo ha reso globale, sta minando il capitalismo stesso. Mason prevede che:
 “Il capitalismo non sarà abolito con una marcia a tappe forzate ma grazie alla creazione di qualcosa di più dinamico, che inizialmente prenderà forma all’interno del vecchio sistema, passando quasi inosservato, ma che alla fine aprirà una breccia, ricostruendo l’economia intorno a nuovi valori e comportamenti. Lo chiameremo postcapitalismo”.
L’ultima parte del libro indica quindi una serie di passi e soluzioni che ci porteranno al postcapitalismo, ed è questa la parte più debole del libro, come spesso succede ai libri che affrontano temi così globali. Le soluzioni sono in linea di principio condivisibili ma, a mio parere, poco praticabili.  Mason sostiene in sintesi che ci vuole più intervento dello Stato che deve assumere anche il controllo totale della distribuzione dell’energia e della produzione a carbone (per risolvere anche il problema ecologico) e controllare profondamente la finanza e il sistema bancario, anche se non ciò non significa un completa sparizione del mercato.
Complessivamente è un libro che ho trovato molto valido, pieno riferimenti e considerazioni interessanti, Mason riesce soprattutto  ad affrontare tematiche complesse rendendole piacevoli e quasi avvincenti come in un romanzo.

Alcune mie considerazioni. Credo che Mason nelle conclusioni cada in contraddizione, perché da una parte sostiene che il capitalismo è un sistema molto complesso, mentre le sue soluzioni sono troppo semplicistiche. La tesi della resistenza dei lavoratori  e della società ai cambiamenti non è nuova, la troviamo nel libro di Polanyi, La grande trasformazione, in cui afferma che le società sono cambiate ma lo Stato è dovuto intervenire per evitare le distruzioni sociali da parte dei meccanismi di mercato lasciati a se stessi. Quindi sono d’accordo che lo Stato, al contrario di quello che dicono  i liberisti, è la soluzione e non il problema. Ma quale Stato? Quello nazionale sta perdendo potere nei confronti di un economia globalizzata e un sistema di regolazione e controllo globale non esiste ed è di difficile realizzazione. Non credo poi che sia così facile eliminare o sostituire certi meccanismi di mercato, credo invece che il capitalismo abbia ancora un ruolo nel futuro, anche se è un istituzione umana e come tale ha una sua fine, ma a mio parere non così a breve termine. Credo che il problema della modificazione del clima non possa essere risolto dai meccanismi di mercato, che non sono così efficienti come ci contrabbandano. Sicuramente la tecnologia è un potente agente del cambiamento ma serve anche la politica. Mancano soprattutto élite illuminate e preparate in grado di interpretare la volontà dei cittadini e non condizionate dalle forze economiche e dalle ideologie dominanti. Le sfide aperte sono molte, come ho indicato nel mio libro, dalla gestione dei flussi finanziari e monetari internazionali, gli squilibri economici tra i paesi, le crescenti diseguaglianze, sino ad arrivare ai problemi di compatibilità tra sviluppo ed ecologia. Serve un nuovo equilibrio tra democrazia e capitalismo, passando attraverso il ruolo dello Stato, ma non esistono soluzioni facili e globali, anzi credo che dovremmo porci obiettivi semplici e mirati di volta in volta e affrontarli. Le conoscenze ci sono, i cittadini sono consapevoli in larga maggioranza di quali siano i loro interesse reali. Fino ad ora è mancata una lungimiranza delle élite, negli ultimi tempi ha trionfato il liberismo sfrenato, il ritorno ad ideologie marxiste non è la soluzione, ma servono persone nuove e, soprattutto, preparate a gestire la complessità senza preconcetti.