martedì 6 dicembre 2016

Commento sul referendum costituzionale

Non posso esimermi dal commentare l’esito dei referendum. Anche qui il risultato è stato in parte sorprendente, infatti pensavo che ci sarebbero stati  maggiori consensi per il SI a causa della ragionevole paura di una caduta del governo, dall’altra nel fronte del No c’era una larga maggioranza dei partiti e sicuramente la pancia dell’elettorato.


Io ho votato NO per i contenuti, pur sapendo che c’era un aspetto fortemente politico, sinceramente vista la situazione sarebbe stato meglio evitare tutto ciò. Quelli del SI, invece di criticare gli altri, dovrebbero però ammettere che gli errori sono tutti di Renzi. Primo non c’era necessità di varare la riforma costituzionale, ci sono moltissimi altri aspetti che sono più urgenti, secondo la riforma poteva essere fatta meglio e con maggior coinvolgimento, terzo non si doveva porla sul piano personale soprattutto dopo tre anni di governo; insomma come Cameron con Brexit ha preso un rischio e ha sbagliato conducendo il paese nella confusione, non mi sembra un gran risultato. 

Se poi vediamo i risultati del suo governo sono piuttosto deludenti, l’aumento del PIL è minimo e bisognerebbe capire quanto dovuto ai fenomeni internazionali (ripresa degli altri paesi, QE di Draghi e calo del petrolio) e quanto di suo. La riforma del lavoro in proporzione a quanto speso ha ottenuto ben poco, d’altra parte se da un lato è giusto rendere più flessibile il lavoro non è con lo svilimento dei diritti che si aumenta la occupazione, al massimo si può ridurre la disoccupazione frizionale e non quella strutturale. Sul piano internazionale con l’Europa è stato debole, gli aspetti internazionali e dell’area euro sono fondamentali in questo periodo e si è accorto con molto ritardo, con le sue prese di posizione elettoralistiche, che questa Europa non va e vanno cambiate molte cose e si doveva spendere molto di più su questo fronte, non solo sugli immigrati ma per promuovere una vera politica di investimenti europei.
Non sono comunque contento perché purtroppo non ci sono grandi alternative, nel PD non vedo altri grandi leader, nella destra ancor meno tra il bollito di Berlusconi e la inconsistenza di Salvini. Il Movimento 5 stelle non ho capito che programma abbia e la sua leadership è piuttosto deludente, basta guardare i contenuti dei profili di Di Maio e DiBattista per vedere che non hanno alle spalle un grande curriculum. Per guidare un grande paese in una situazione economica e internazionale complessa ci vuole molto di più dell’onestà, ci vogliono competenze economiche e storiche che Grillo farebbe bene a far crescere nei suoi adepti, anche perché ci basta già Salvini con gli slogan.
Io ribadisco il punto che la democrazia è una scelta di leadership, la democrazia diretta è una “stupidaggine”, quindi quello che abbiamo bisogno è di buone leadership; Renzi è bravo dal punto di vista comunicazionale e decisionale, ma politicamente e culturalmente anche lui ha molta strada da fare e, soprattutto, dovrebbe avere l’umiltà di circondarsi di persone di spessore che fortunatamente ancora in giro ci sono. 
Insomma siamo nel caos e ormai sono vari decenni che non abbiamo più una classe dirigente politica, giornalistica, imprenditoriale, ecc… decente.

mercoledì 23 novembre 2016

La grande trasformazione- K.Polanyi

Oggi parliamo di un libro non certamente nuovo, infatti la prima edizione è uscita nel 1944, quindi di un bel pò di tempo fa, ma tale libro contiene alcune riflessioni che sono comunque attuali e vale la pena di essere letto, anche se non è di facile reperimento in lingua italiana, mentre lo trovate facilmente anche in rete in lingua inglese.
Diciamo subito che è un libro complesso pieno di argomenti e argomentazioni, una sua sintesi è quindi da escludere al massimo cercherò di esporre alcune sue idee. 
E’ un libro complesso abbiamo detto, è infatti un pò storico, sociologico, economico e politico, ovvero ricostruisce la storia della evoluzione (la grande trasformazione) della società occidentale evidenziando la interrelazione profonda tra i piani economici, politici e sociali.
Si parte da una visione del periodo che va dal 1815 alla prima guerra mondiale un periodo di sostanziale pace (la pace dei cent'anni) tra le grandi potenze con solo  qualche guerra a carattere locale.
Quali erano le forze che hanno determinato tale situazione di pace? Per Polanyi sono quattro: l’equilibrio del potere delle grandi potenze, la base aurea, il mercato autoregolato e lo stato liberale. Di questi elementi quello fondamentale era il mercato autoregolato, la cui idea per l’autore è che sia puramente utopica perché la sua istituzione porta come conseguenza alla distruzione della società, per questo la società stessa genera delle forze che cercano di contrastare il mercato
Tornando al periodo di pace questo terminò quando i contrasti tra le grandi potenze per il dominio coloniale superarono la capacità, soprattutto della alta finanza, di contrastare le rivalità tra i paesi. Il periodo successivo tra le due guerre sancì la fine del sistema aureo, infatti i tentativi di mantenerlo in piedi costringevano i paesi alla deflazione che a sua volta generava problemi di produzione e quindi povertà e ulteriore chiusure al commercio. Ma il problema maggiore per Polanyi resta l’idea del mercato autoregolato, il cui sviluppo fu favorito storicamente dallo Stato, ma liberare i mercati metteva in pericolo la organizzazione sociale, di fatto mentre il sistema economico precedentemente era assorbito dal sistema sociale, si tendeva a separare politica ed economia con la mercificazione progressiva del lavoro e della terra (terra e lavoro sono per Polanyi merci fittizie ). Interessante è anche la parte in cui espone le differenze tra la moneta-merce ("vitale per l'esistenza del commercio estero") e la moneta-segno che "si diffuse per proteggere il commercio dalle deflazioni forzate". La moneta merce sarebbe quindi incompatibile con la produzione industriale e con la disgregrazione della base aurea cessò di esistere.

Aggiunge " il crollo della base aurea rappresentò anche il fallimento definitivo dell'economia di mercato". La sua diagnosi della crisi politica che ha condotto alle guerre mondiali è :
" La tensione sorgeva dal mercato di lì passava alla sfera politca e quindi a tutta la società. Quando la base aurea cadde la tensione all'interno delle nazioni si liberò".
Quali sono le lezioni ancora valide di Polanyi? 
Primo che il mercato autoregolato è una pericolosa illusione, infatti se il secondo dopoguerra è stato anche caratterizzato da una certà stabilità e prosperità lo dobbiamo alle politiche keynesiane del dopoguerra e dall'intervento dello Stato come regolatore e moderatore dell'economia. Quando la furia iperliberista, dagli anni '70 ha cominciato a propagandare  l'idea che lo Stato è male e sarebbe meglio ridurlo al minimo le crisi economiche e sociali sono aumentate. 
Secondo l'idea che la moneta non sia neutrale, come succede per l'euro che di fatto rappresenta il gold standard europeo e infatti costringe i paesi deboli del sud alla deflazione e svalutazione del lavoro.
Inoltre, l'idea che il mercato autoregolato costringa la società a trovare soluzioni per evitare le conseguenze negative che questo comporta lo vediamo con l'avanzata del cosiddetto populismo, che non è altro che una normale reazione della società a forze che tendono a distruggerla.
Concludo con un suo monito alle classi dirigenti :
"Nessuna classe che difenda rozzamente soltanto i suoi interessi può mantenersi al potere."

sabato 12 novembre 2016

elezioni americane

Sulle elezioni americane e la vittoria di Trump ormai hanno scritto tutti e di tutto, ammetto che pur avendo molti dubbi su Hillary Clinton non pensavo che alla fine Trump vincesse. Ora sulle ragioni che hanno determinato la vittoria ce ne sono sicuramente molte: voglia di cambiamento, delusione verso il cambiamento promesso da Obama e quanto realizzato o percepito, insoddisfazione per a situazione attuale, ecc ecc... E’ indubbio che le risposte del cosiddetto establishment alle criticità attuali sono state in parte deludenti. Rispetto alle colpe a ai disastri causati da Wall Street pochi hanno pagato e poco è cambiato e la Clinton non rappresentava un deciso cambiamento in questo senso, che la classe media americana stia peggio di prima è indubbio e parimenti stia sparendo quella classe operaia che ne faceva parte o era contigua. E’ inutile continuare a barare sulla globalizzazione, la verità ammessa dalla teoria economica è che può essere un vantaggio nel complesso ma per molti significa un passo indietro, e all’elettore americano se sta un pò meglio l’operaio cinese poco interessa se a pagare è lui. Delle straordinarie potenzialità della tecnologia ancor meno se significa essere cacciato dal posto di lavoro. I problemi di una società in termini economici in realtà si possono ricondurre a pochi aspetti: la domanda e l’offerta e la distribuzione del prodotto nazionale. Aumentare l’offerta è il primo passo per far partire il meccanismo di crescita che porta ad ulteriore aumento di produzione e di offerta. Come diceva Marshall domanda e offerta sono le due lame di una forbice che quindi funziona se ci sono entrambe. Quindi un economia funziona bene se all’aumentare della offerta aumenta la domanda e questo succede se la distribuzione del prodotto avviene in maniera tanto più equilibrata tra i fattori produttivi. Tale equilibrio non è naturale ma dipende da i rapporti di forza, se il lavoro perde forza perché il capitale può far ricorso al lavoro esterno a più basso costo c’è poco da fare, il fattore produttivo lavoro poco qualificato perde potere contrattuale e valore di mercato, se poi aggiungiamo la possibilità di sostituire lavoro con macchine è chiaro che la situazione non può che peggiorare. Ora queste dinamiche dovrebbero essere chiare a chi si pone il compito di fare da leader di un Paese. La evoluzione tecnologica e della società porta a dei sconvolgimenti, la rivoluzione industriale in Inghilterra non è stata una passeggiata di salute per chi l’ha subita, ma siamo nel XXI secolo e mi aspetto che un pò di strada nella comprensione dei fenomeni sia stata fatta. E’ evidente che la situazione sia difficile ma gestibile se le 3 forze in campo sono forti ed equilibrate: Stato, Democrazia e Mercato. Il problema è che per quanto lo Stato, le sue istituzioni e meccanismi siano migliorati rispetto a qualche secolo fa, le forze economiche sono sempre più transnazionali e tendono a eludere i loro doveri nazionali; la democrazia è anche schiacciata, le forze di mercato hanno cercato sempre più di imporre le proprie regole tramite l’attività di lobbying e a pagare il conto sono sempre le classi medio e basse, infatti la ricchezza si sta concentrando sempre di più. Quindi mi pare anche giusto che il "popolo" dei paesi sviluppati (ovvero l’elemento centrale della democrazia) voglia contare di più e rompere gli equilibri attuali che lo stanno mettendo sempre di più ai margini delle decisioni e della ricchezza. Il problema è quindi dove cercare la soluzione a questi problemi che a mio parere viene indirizzata in maniera sbagliata, d’altra parte se le classi dirigenti, in senso lato politiche ed economiche, non sono in grado di capire cosa sta succedendo e danno risposte parziali o addirittura sbagliate, come sta avvenendo in Europa, non deve sorprendere la crescita dei populismi di vario genere. I fallimenti o i successi delle leadership sono quello che definiscono il corso della storia e degli avvenimenti, il fallimento delle leadership europee dagli inizi del ‘900 hanno portato in Europa a due guerre mondiali e negli Stati Uniti a due recessioni micidiali di cui la seconda, quella recente, almeno attutita dalle conoscenze accumulate. Non credo che Trump sia la soluzione,
se infatti pensa di risolvere i problemi con minori tasse per i ricchi, basta guardare il grafico per capire come il cosiddetto trickle-down non abbia funzionato, anzi la concentrazione di ricchezza è la causa anche dei problemi dell'economia americana e non solo. Ha promesso maggiori investimenti in lavori pubblici e questo è senza dubbio positivo, in realtà cosa fanno i presidenti americani una volta eletti è difficile dire spero tanto di sbagliarmi su Trump. Il problema di fondo resta: dove sono finite le leadership (politiche ed economiche) illuminate in grado di contrastare una deriva innescata principalmente dalla insipienza delle leadership degli ultimi tempi? 

giovedì 20 ottobre 2016

Una teoria generale dell’austerità- Simon Wren-Lewis

Oggi presentiamo un bel articolo di Simon Wren-Lewis, della University of Oxford, l’articolo  originale lo trovate qui, di seguito la mia sintesi.
La questione centrale dell’articolo è se l’austerità, come si dimostra, non era necessaria perché è stata attuata?
Inizialmente chiarisce la differenza tra i due termini: consolidamento fiscale e austerità, il primo si riferisce ad un pacchetto di misure atto a ridurre la spesa e alzare le tasse, mentre l’austerità è quando il consolidamento fiscale porta ad un elevata disoccupazione involontaria.
Ricorda che l’azione della banca centrale quando procede al taglio dei tassi di interesse è per incoraggiare la spesa e ridurre il risparmio. Attraverso il quantitative easing inoltre cerca di influenzare anche i tassi a lungo termine, strumento non sempre efficiente soprattutto a tassi molto bassi (zero lower bound), per tali motivi diviene necessario anche lo stimolo fiscale, come avvenuto negli USA.
L’austerità per l’autore poteva essere quindi evitata per l’eurozona ritardando il consolidamento fiscale di qualche anno, per alcuni paesi una qualche forma di austerità poteva esser necessaria ma solo per ricondurre la propria competitività a quella degli altri paesi e, in ogni caso, diluita nel tempo. Quello che conta è infatti il tasso di cambio reale piuttosto che il tasso di interesse reale per aumentare la competitività.
Inoltre, la teoria secondo cui i mercati non avrebbero concesso questo tempo per l’autore non regge, in particolare perché nelle recessioni aumenta il risparmio e quindi c’è necessita di titoli sicuri come i titoli di stato.
Il problema è che i paesi dell’euro non hanno più una banca centrale che può stampare denaro per evitare il default e quindi ridurre i rischi, e la BCE non era inizialmente pronta a fare da prestatore di ultima istanza, cosa che è avvenuta solo più tardi con l’OMT.
Ma allora qual è il vero motivo dell’austerità in Europa? La Germania con un tasso di incremento dei salari più basso ha guadagnato competitività, quindi la opposizione a politiche monetarie non convenzionali è nell’interesse della Germania. Ma se la Germania ha poco interesse alle politiche keynesiane perché gli altri si sono allineati a questa politica, visti i danni dell’austerità e l’ammissione degli errori di valutazione anche da parte del FMI?
Il problema è sostanzialmente ideologico, la idea di una banca centrale indipendente e quella che la politica monetaria sia più efficiente della politica fiscale nello stabilizzare la situazione macroeconomica hanno contribuito a ridurre i costi del consolidamento fiscale agli occhi dei politici e dei media. La “truffa del deficit” propagandata dalla destra politica consiste appunto nello spingere le masse a preoccuparsi del debito insieme al timore dei mercati finanziari, mentre vengono ignorati gli effetti pericolosi del consolidamento fiscale nella trappola della liquidità, di fatto ciò ha segnato la crescita del potere della ideologia neo-liberale.

Ma non c’è niente di logico nella “teoria dell’austerità”, è solo un abile opportunismo della destra nello sfruttare le paure popolari sulla crescita del debito pubblico per raggiungere il fine che è la riduzione del ruolo dello  stato.
Tale opportunismo e la sua vittoria riflette un fallimento dell’economia, questo fallimento è anche dovuto al fatto che è stato sempre più delegato alle banche centrali indipendenti il compito della stabilizzazione macroeconomica, e che tali istituzioni si sono poco preoccupate dei costi di un prematuro consolidamento fiscale anzi lo hanno talvolta incoraggiato.

sabato 15 ottobre 2016

J.Stiglitz - La grande frattura- Einaudi

Il libro che recensiamo è del premio Nobel per l’economia J. Stiglitz, autore di molti saggi di successo.
Il tema del libro è la diseguaglianza, “la frattura”, tra i ricchi e i poveri. In particolare l’autore nel libro mostra come, negli ultimi tempi e anche dopo la crisi, il divario di ricchezza tra quelli in cima alla piramide  e gli altri si stia divaricando sempre di più, questo non è avvenuto per cause naturali ma anche a causa delle politiche liberiste degli ultimi anni che hanno creato un “capitalismo truccato”, politiche che, secondo l’autore, devono essere profondamente cambiate. Come conseguenza sta morendo, nei paesi occidentali avanzati ed in particolare negli Stati Uniti, la classe media che si era formata e accresciuta dal dopoguerra sino agli inizi degli anni ’80, inoltre si allarga sempre di più la platea della povertà. Questo non è solo un problema di giustizia sociale ma compromette anche il funzionamento della economia, mancando una classe che consentiva di mantenere alti i consumi, mentre la concentrazione di ricchezza alimenta le speculazioni finanziarie e le bolle.
Il problema di fondo per l’autore è che : « il capitalismo può essere il migliore sistema del mondo ma nessuno ha mai detto che avrebbe creato stabilità […] la regolamentazione e la vigilanza governative rappresentano una componente essenziale di un economia di mercato ben funzionante».

 Il libro è pieno di spunti interessanti ed essendo una raccolta di articoli è scritto per il grande pubblico, che è anche il limite di questo saggio infatti, trattandosi di articoli, spesso i temi sono ripetuti e manca forse una visione d’insieme, anche se resta un libro che vale la pena di essere letto.

lunedì 3 ottobre 2016

Perchè voterò No al Referendum

Perchè voterò No al Referendum
  • ·  Non voterò No perché voglio  mandare a casa Renzi, sinceramente una riforma costituzionale dovrebbe avere un respiro più lungo di un governo e anche di una legislatura, d’altra parte chi ha sbagliato (come ora ammette) per aver impostato la questione come una ordalia, un pò ricattatoria, agli elettori è stato Renzi;
  • ·  Non voterò No perché abbiamo la costituzione più bella del mondo (pura retorica), anzi credo che andrebbe migliorata in alcuni aspetti;
  • · Non voterò No perché vorrei una riforma perfetta o sono un conservatore, vorrei una riforma almeno decente che migliori l’attuale senza peggiorarla.

Qual è dunque il metro di giudizio su questa riforma, semplicemente se è conforme al principio base di ogni stato di diritto, ovvero l’equilibrio dei poteri e il rispetto delle minoranze.
Questa riforma, insieme alla pessima legge elettorale, infatti rischia di dare un potere eccessivo ad una sola camera e al Presidente del Consiglio, inoltre il meccanismo elettorale rischia di dare enorme potere non a una maggioranza ma a una minoranza.
Il Senato non elettivo rappresenta poco le minoranze e i suoi compiti sono abbastanza confusi e poco chiari, personalmente avrei preferito un Senato eletto con una legge elettorale diversa  da quella della Camera (più proporzionale lasciando alla Camera un sistema con di premio di maggioranza ridotto rispetto all’Italicum), che potrebbe non votare la fiducia ma avesse delle prerogative più chiare in termini di rappresentanza delle minoranze, pur superando il bicameralismo perfetto.
Insomma non ci voleva moltissimo per articolare una riforma che, pur superando le attuali difficoltà, potesse avere una architettura che fosse accettabile alla maggioranza dei partiti e dei cittadini, non è sufficiente accusare di immobilismo per far passare una riforma che nella sostanza peggiora la attuale con tutti i suoi limiti.
Il discorso che basta cambiare la legge elettorale non mi convince, primo perché ci è stata sbandierata come una delle   migliori  al mondo e adesso ci si dice che potrebbe essere cambiata, si ma come e quando? Se poi passasse il Si ho seri dubbi che possa essere cambiata veramente.

Agli amici del PD che sono favorevoli alla riforma vorrei che pensassero cosa poteva essere il nostro paese con Berlusconi al governo con una tale riforma costituzionale, io francamente visto il populismo imperante nel nostro paese non mi sento tanto rassicurato da tale riforma, ricordiamoci che la nostra è una Repubblica in cui il potere spetta al popolo nei limiti dettati dalla Costituzione, ma se questi limiti sono molto bassi la deriva autoritaria o l’abuso di potere di una minoranza sono un rischio concreto. 
Per concludere una citazione di Popper:
«Abbiamo bisogno non tanto di uomini validi quanto di buone istituzioni. Anche l’uomo migliore può essere corrotto dal potere, le istituzioni, che permettono ai governati di esercitare un certo controllo efficace sui governanti, costringeranno quelli cattivi a fare ciò che i governati giudicano nel loro interesse. Per questo è tanto importante elaborare istituzioni che impediscano anche ai cattivi governanti di provocare danni eccessiv

giovedì 29 settembre 2016

Keynes, Schumpeter, Roegen

Oggi vorrei parlare di tre tra i i più grandi economisti del 20° secolo, due sicuramente noti il terzo purtroppo, a torto, meno noto. Di Keynes se ne parla troppo, spesso a sproposito. Keynes è in parte un grande innovatore, diciamo che ha creato la macroeconomia, ma le sue idee vengono da lontano. Riprende sostanzialmente l'idea della domanda effettiva di Malthus che polemizzava con Ricardo. Per Malthus si doveva prevedere una classe di persone, che pur non producendo, erano utili a creare con il loro reddito una domanda aggiuntiva per assicurare lo sbocco della offerta, contrariamenete a Smith che non vedeva bene il lavoro improduttivo e a Say secondo cui l'offerta crea la domanda. Ricardo a dir il vero, per non parlare di Marx, si poneva anche il problema della meccanizzazione ovvero della evoluzione tecnologica che consente di risparmiare lavoro che  così facendo deprime la domanda. Diciamo che per tutto l'800 il problema rimane un poco sotto traccia, anche se le crisi economiche ci sono state. La grande crisi del '29 pone però in maniera drammatica il problema della disoccupazione e della crisi. Keynes rispolvera la critica a Say aggiungendo il problema monetario, ovvero che un economia moderna è anche una economia monetaria e finanziaria, se la situazione è di crisi la moneta tende ad essere tesaurizzata (trappola della liquidità) e gli investimenti privati scareseggiano, ergo l'unica soluzione è aumentare la spesa pubblica e possibilmente la distribuzione del reddito per rivitalizzare l'economia e mettere in moto il circolo virtuoso (meccanismo del moltiplicatore). Keynes viene accusato di essere troppo attento al breve periodo ( "sul lungo periodo siamo tutti morti" diceva). Schumpeter cambia prospettiva analizza il periodo lungo: teoria dei cicli, per lui l'elemento fondamentale della crescita è  la evoluzione tecnologica messa a frutto da audaci imprenditori. Anche Schumpeter mette in rilievo l'importanza della finanza e del credito per alimentare gli imprenditori innovatori. Le idee di Schumpeter ce le troviamo nelle teorie della crescita e sviluppo del dopoguerra ( sintesi neoclassica) in particolare Solow, che conferma la importanza della innovazione tecnologica come motore di crescita. Tutto bene ? Mica tanto, fintanto che la crescita tecnologica viene moderata, nel breve termine, da politiche keynesiane di redistribuzione del reddito, con tassazione progressiva, va tutto bene, ma quando le imprese assumuno valenza sempre più extranazionale crescono i profitti (sempre più sfuggenti al dominio dello Stato nazionale) e diminuiscono i redditi da lavoro (almeno nei paesi sviluppati). Al momento qualcosa ci guadagnano i paesi poveri dove vengono esportate le lavorazioni, ma quando la tecnologia renderà non più conveniente  produrre anche ai prezzi stracciati dei paesi poveri chi avrà il reddito per consumare la produzione? Quindi la intuizione di Schumpeter sulla innovazione teconolgica è importante, ma resta il problema della domanda e quindi della distribuzione del reddito, questa non è semplicimente una questione di legge di mercato come sostengono i neoclassici, ma una questione di rapporti di forza tra classi (Marx). L'unica differenza è che oggi nessuno, dopo la fine della URSS e la transizione della Cina, crede più che il modello di pianificazione centralizzata possa funzionare nel lungo termine, per cui l'unica altrenativa ragionevole a una concentrazione di ricchezza, che conduce alla stagnazione e alla rivolta sociale, ritorna ad essere la scelta keynesiana, ovviamente in salsa moderna e soprattutto evitando alcune storture. Per Keynes infatti il problema non era il capitalismo in se ne tanto meno gli "animal spirits", piuttosto i rentiers e la accumulazione sfrenata di ricchezza, nonchè una finanza incontrollata che produce bolle che si sgonfiano (Minsky). A tutto ciò aggiungiamo un altro tassello che rigarda il lunghissimo periodo: la crescita infinita in un mondo finito è un assurdità logica e termodinamica come diceva Roegen, la tecnologia ci può aiutare ma non può fare miracoli di fronte ad un uso  sconsiderato di risorse, a meno di non pensare di trovare qualche altra Terra da sfuttare nello spazio. Insomma la tecnologia non risolve tutti i problemi e il capitalismo lasciato a se stesso rischia di generare concentrazioni di ricchezza e dilapidazione di risorse, quindi serve anche intelligenza politica e istituzionale, purtroppo non possiamo fare a meno di governare i processi, con buona pace di quelli che sbandierano la capacità del mercato di autoregolarsi, vedi solo ultima crisi del 2008. Il futuro è aperto, spetta a noi cittadini di riprendere in mano la situazione e riappropiarci della nostra vita e della democrazia, che constantemente ci viene scippata dalle forze economiche, democrazia che significa scelta ponderata delle elite e sopratutto il loro controllo, che presuppone conoscenza e coscienza dei meccanismi economici, e inoltre impegno costante. Non esistono demiurghi che possano risolvere tutti i problemi, ma almeno cerchiamoci menti non del tutto impreparate (Trump) a guidarci, forse se ci guardiamo intorno ci saranno sempre nuovi Keynes (ma anche Schumpeter e Roegen) a indicarci la strada.