venerdì 23 settembre 2016

Rischio e previsione – Francesco Sylos Labini- Laterza

Il libro che recensiamo oggi  è scritto da un fisico, figlio del noto economista Paolo Sylos Labini. Nella prima parte ci spiega come funziona la scienza e le sue regole, nonché la divisione tra le previsioni prettamente scientifiche, fatte all’interno di una teoria scientifica, che sono indipendenti dal tempo e che devono essere verificate per poter corroborare la teoria stessa, e le previsioni  del tipo “meteorologico” ovvero previsioni mirate a fenomeni posti nel tempo futuro e quindi orientate a far prendere decisioni. Queste ultime previsioni, come quelle delle scienze sociali, sono profondamente diverse metodologicamente e sostanzialmente dalle prime, infatti non sono sempre  guidate da un solido modello teorico e pertanto dovrebbero essere accompagnate da una stima del grado di incertezza. Nella seconda parte critica la scienza economica e certe sue deviazioni, in questa parte non ci sono comunque argomenti nuovi che non siano affrontati anche nei libri che ho già recensito e, in particolare, molte argomentazioni sono molto più approfondite in questo. Nell’ultima parte si dedica alla ricerca scientifica e alla critica sui sistemi di valutazione e anche di finanziamento dei progetti scientifici. Complessivamente è un libro scritto bene ma  manca di spunti originali, inoltre non si capisce bene lo scopo e finalità del libro e gli argomenti appaiono non del tutto correlati, insomma sinceramente mi aspettavo qualcosa di più.

mercoledì 21 settembre 2016

La moneta

Oggi pubblico un estratto dal mio  libro di prossima pubblicazione.

Una definizione breve di moneta  potrebbe essere la seguente: «la moneta è ciò che usiamo per pagare le cose»[1]; ma  la  sua definizione più completa coincide con l’elenco delle sue funzioni che sono:
  •  strumento di pagamento, quindi mezzo di scambio e intermediario  nella compravendita di beni e servizi;
  • unità di conto, dunque  misura del valore;
  • riserva di valore, in altri termini un modo come mantenere la ricchezza.

Come è noto inizialmente gli scambi, in tempi remoti, avvenivano attraverso il baratto, questa modalità era palesemente poco efficiente e, quindi, ben presto venne la necessità di regolare gli scambi attraverso qualcosa che, successivamente, prese il nome di moneta[2].
Inizialmente come moneta furono utilizzate le cose più disparate: pietre, conchiglie, sale, capi di bestiame, tabacco, ecc.
Successivamente si diffuse l’uso dei metalli, le monete più antiche sino ad ora ritrovate risalgono a  fra la seconda metà del VII e gli inizi del VI sec. a.c., per la caratteristica principalmente di non essere deperibili.
Il passaggio ai metalli preziosi, oro e argento principalmente, segna l’inizio di quella che viene definita moneta merce, ovvero dotata di un valore intrinseco.
Anche l’utilizzo delle monete in metallo prezioso presenta alcuni problemi, alcuni pratici cioè legati al peso di grosse quantità di moneta e inoltre al rischio nel loro trasferimento, questo porta alla nascita delle banconote e anche di altri strumenti sostitutivi (ad esempio lettere di cambio).
Un altro aspetto legato alle monete in metalli preziosi e quello della disponibilità, abbondanza o scarsezza dei metalli in funzione, ad esempio, della scoperta di nuove miniere o all’esaurimento di quelle vecchie. L’eccesso di moneta se non accompagnato da uno sviluppo economico può infatti portare, come avevano capito anche i primi economisti, a spinte inflazionistiche (aumento dei prezzi); al contrario una mancanza di mezzi monetari può frenare lo sviluppo economico e portare viceversa a deflazione.
Con la comparsa delle banconote nasce in seguito la necessità che tale attività sia regolata, e che ci sia un legame tra la emissione di banconote e presenza di adeguate riserve d’oro. Quindi la attività di emissione della banconote passa nel tempo dalle banche private ad una banca centrale, che diventa l’unica ad emettere banconote e tenuta ad avere una determinata quantità di riserve auree a copertura delle emissione di banconote.
Il sistema monetario divenne quindi il cosiddetto Gold Standard[3], nel quale il valore della moneta corrispondeva ad una determinata quantità di oro stabilita dalle autorità monetarie, senza necessità di una totale convertibilità tra banconote e riserve auree, dando così la possibilità di maggiore flessibilità monetaria all’interno, mentre rimane lo scambio di riserve per regolare le transazioni tra paesi.
Il  passaggio dalla moneta metallica, con valore intrinseco, alle banconote a corso legale garantite dallo Stato segna la evoluzione dalla moneta merce alla moneta segno, cioè ad una moneta fiduciaria basata sulla fiducia nell'emittente[4].
Il secondo dopoguerra si caratterizza, con gli accordi di Bretton-Woods, per la nascita del cosiddetto Gold Exchange Standard, in cui la moneta per gli scambi internazionali rimane il dollaro che è l’unico a poter essere convertito in oro.
Quindi il dollaro diviene il punto centrale ma anche dolente di tutto il sistema e la sua presunta convertibilità in oro termina, con decisione di R.Nixon nel 1971, lasciandoci in un sistema non ben definito.
Abbiamo parlato nel corso del libro dei concetti di moneta endogena o esogena, cioè se la offerta di moneta è creata e controllata solo dalla banca centrale o, se invece, non è creata anche dal sistema bancario e finanziario per esigenze della economia. Considerando che le banche private possono emettere prestiti o dare credito sulla base anche delle riserve dei depositi, ma che non sono vincolate a prestarli in rapporto 1 a1 con i depositi (moltiplicatore dei depositi), è chiaro che anche loro sono in grado di generare moneta. Per i sostenitori della teoria della moneta endogena in realtà sono proprio i prestiti a creare la moneta e le banche, nel loro insieme, non sono quindi vincolate nel concedere prestiti dall’ammontare del denaro precedentemente depositato; pertanto la  banca centrale non è in grado di controllare direttamente la quantità di moneta, può solo fissare il tasso d’interesse al quale rifinanzia le banche ed è  tale tasso d’interesse che influisce “indirettamente” sulla offerta di moneta.
In pratica la moneta è oggi una forma di debito, un debito di tipo speciale che è accettato come mezzo di pagamento nella economia[5].
In particolare la cosiddetta massa monetaria (o moneta legale) viene suddivisa in alcune componenti, detti aggregati monetari. Questi aggregati sono in ordine decrescente di liquidità :  
  • M0 insieme di  tutte le banconote e le monete, dette moneta legale, e le riserve obbligatorie delle banche presso la banca centrale che costituiscono la cosiddetta base monetaria;
  • M1 che comprende oltra alle banconote circolanti anche i depositi di conto corrente e postali (trasferibili con assegno);
  • M2 che oltre a ricomprendere quanto detto per M1 comprende anche i depositi di conto corrente e postali più vincolati dei precedenti;
  • ·M3 che comprende ulteriormente altri titoli a breve come le obbligazioni e i titoli di stato a breve termine.

Abbiamo parlato spesso di offerta e domanda di moneta, la prima si definisce come la moneta circolante in un sistema economico, mentre la domanda di moneta è quella che i privati (cittadini e aziende) vogliono detenere per vari motivi: speculazione, transazioni e precauzione.
Infine concludiamo con le politiche monetarie: lo scopo delle politiche monetarie è di  controllare la quantità  di moneta in generale, questo avviene da parte della autorità monetaria di un paese attraverso, principalmente, le cosiddette operazioni di mercato aperto, cioè la vendita o acquisto da parte della banca centrale di titoli. Acquistando titoli, titoli di Stato per la maggior parte, la banca centrale ottiene due effetti: da una parte riduce la quantità di moneta in circolazione; dall’altra, acquistando titoli, ne aumenta il valore (aumento della domanda) e per la relazione inversa tra valore dei titoli e interesse fa quindi diminuire  il tasso di interesse. Quando queste operazioni avvengono su larga scala e i titoli interessati sono anche altri titoli, come ad esempio obbligazioni private emesse dalle aziende, queste operazioni prendono il nome di quantitative easing.
Un altro campo di azione  della banca centrale è quello di modificare, in rialzo o in ribasso,  il valore  del tasso ufficiale di sconto, che determina i tassi di interesse applicati dalle banche per i prestiti.
Infine, un altro modo per controllare la emissione di moneta è attraverso il sistema di regolamentazione delle banche, ad esempio agendo sulla cosiddetta  riserva frazionaria, che è la percentuale dei depositi bancari che per legge la banca è tenuta a detenere, sotto forma di contanti o di attività facilmente liquidabili. Tale riserva determina quanto un istituto di credito  può erogare per i prestiti e, quindi, un aumento o una sua diminuzione possono variare l’offerta di credito e l’offerta di moneta.
La teoria economica ci dice, in generale, che la banca centrale dovrebbe stabilire la politica monetaria, espansiva o recessiva, in funzione dello stato dell’economia. Ad esempio in una fase di recessione dovrebbe aumentare la quantità di moneta è ridurre il tasso di sconto per favorire la ripresa, mentre in una fase espansiva dovrebbe fare il contrario per frenare il possibile rischio di spirale inflazionistica. Questo vale in generale, ci sono comunque molte divergenze sulle modalità e sulla importanza di tali politiche che variano a seconda delle correnti di pensiero: i monetaristi propendono per un controllo stretto della politica monetaria con minori interventi dello Stato; mentre le correnti keynesiane e post-keynesiane credono che non si possa far a meno di accompagnare tali politiche con un maggior intervento statale anche sul fronte della spesa pubblica o politiche fiscali.







[1] A. Lerner, Money as a creature of the State, The American Economic Review, Vol. 37, No. 2, 1947, p. 313.
[2] Il nome pecunia viene da “pecus” (pecora), a rappresentare uno dei mezzi con cui potevano avvenire gli scambi, il nome moneta verrebbe, secondo alcune teorie,  invece dalla dea romana Giunone Moneta, dove per moneta si intende l’aggettivo di “ammonitrice” dato alla dea, in quanto la zecca sarebbe stata nei pressi o annessa al suo tempio.
[3] In realtà si distinguono tre diversi sistemi aurei: nel primo l'oro viene usato direttamente come moneta (circolazione aurea), nel secondo viene usata cartamoneta totalmente convertibile in oro, infine, nel terzo caso, le banconote sono convertibili solo parzialmente, risultando il valore della quantità di banconote emessa un multiplo del valore dell'oro posseduta dallo stato (circolazione cartacea convertibile parzialmente in oro).
[4] Tale tipo di moneta viene definita “fiat”, cioè  una moneta stabilita da la regolamentazione del governo o della legge.
[5] Vedi: M. McLeay, A. Radia, R. Thomas, Money in the modern economy: an introduction, Quarterly Bulletin 2014 Q1, Bank Of England.

venerdì 2 settembre 2016

Equilibrio dei poteri

La teoria tradizionale dello Stato moderno, originata dalle idee di Montesquiez, si basa sull’equilibrio dei poteri ovvero: potere esecutivo, legislativo e giudiziario (Nel tempo si è parlato di altri poteri, quello della carta stampata e della televisione ma in realtà sono poteri esterni allo Stato). Si tratta quindi sostanzialmente di una teoria dello Stato e del suo funzionamento. Quello su cui invece vorrei soffermarmi oggi è sui “poteri” che in genere agiscono all’interno di una nazione. Per ragione di sintesi i poteri principali che ritengo agiscano sono tre. Il primo è il potere economico ( che per semplicità chiameremo di mercato) cioè il potere che deriva dalla disponibilità di grossi mezzi economici (ricchezza o proprietà di assets di vario tipo industriali, finanziari, ecc..) da parte di singoli o di gruppi economici. Il secondo è il potere dello Stato in virtù della forza che gli dà la legge e le sue istituzioni. Infine il potere del popolo, che chiameremo democrazia (appunto letteralmente governo del popolo). Su questo ultimo dobbiamo fare alcune precisazioni fuori da ogni retorica, il popolo o meglio i cittadini hanno, almeno in teoria, la possibilità di scegliere chi li governa, nei casi di governi totalitari in genere l’unico mezzo è la rivoluzione, negli Stati più evoluti ciò avviene tramite procedure elettorali e democratiche (Sulle differenze tra i vari tipi di democrazia vedi articolo di Rodrik). La legislazione, in particolare la Costituzione, regola oltre che i rapporti tra i poteri dello Stato anche le modalità con cui funziona la democrazia e viene regolato anche il potere economico, ma nei fatti i rapporti di forza tra i tre poteri: mercato, Stato e democrazia, dipendono dalle condizioni, storiche e sociali della nazione e anche dalla situazione internazionale. Quando predomina lo Stato siamo in genere in un regime totalitario dove governano delle oligarchie politiche che sono spesso anche economiche, quando è molto forte la democrazia c’è il rischio della cosiddetta dittatura della maggioranza o di governi populisti, quando sono forti le élite economiche queste riescono a indirizzare e dominare il potere politico a loro favore riducendo di fatto il potere della democrazia. Storicamente, se vediamo in particolare mondo occidentale, hanno inizialmente prevalso le élite politico-militari, con classi sociali piuttosto definite, che hanno assunto spesso anche connotazioni religiose o si sono avvalse della religione per giustificare la loro leadership. Con lo sviluppo dei commerci e in seguito della industrializzazione hanno guadagnato un maggior ruolo le élite economiche che, in virtù della esistenza di sistemi scarsamente democratici, potevano imporre le loro condizioni sul resto della cittadinanza. Lo sviluppo economico e la industrializzazione hanno accresciuto la possibilità di azione collettiva da parte dei cittadini che, con il tempo e con le lotte, sono riusciti a conquistare spazi maggiori in politica con un espansione della democrazia. Anche se regimi totalitari o scarsamente democratici possono condurre a situazioni di un certo sviluppo economico, la realtà mostra che attualmente le nazioni più sviluppate economicamente sono quelle che hanno un certo equilibrio tra i tre poteri, cioè una democrazia forte con uno Stato efficiente e ben gestito e con un mercato sviluppato. Quindi una società funziona bene quando i tre poteri sono forti e si limitano a vicenda, evitando così il prevalere dell’uno sull’altro, perché il mercato consente, in genere, di aumentare lo sviluppo economico ma, senza uno Stato forte che lo regoli, il mercato tende a formare concentrazioni di potere e monopoli che diminuiscono le possibilità di crescita e sviluppo; d’altra parte uno Stato troppo forte potrebbe distorcere la concorrenza e favorire alcune categorie minando la concorrenza che è uno dei meccanismi di funzionamento del mercato; infine la democrazia, intesa come sistema di controllo da parte dei cittadini, dovrebbe, idealmente, consentire di redistribuire la ricchezza e i carichi fiscali a vantaggio della maggioranza dei cittadini e del benessere generale. Come abbiamo detto nel tempo, soprattutto in occidente, si è consolidato lo sviluppo di Stati democratici con economie di mercato che hanno consentito sia lo sviluppo economico e materiale e sia un miglioramento della legislazione sociale e di difesa dei diritti, ovviamente con formule diverse e con gradi di sviluppo diversi. La situazione negli ultimi anni presenta degli aspetti contrastanti, infatti alcuni paesi, ad esempio quelli dell’est europeo, si sono liberati dei vecchi regimi totalitari e si sono avviati verso un percorso democratico, anche altri paesi a varie latitudini si sono incamminati verso regimi più democratici o con maggiori libertà che in passato, con situazioni comunque che non possiamo definire democratiche (ad esempio la Cina). Nei paesi occidentali la situazione è invece più complessa e controversa, grazie alla globalizzazione è aumentata la forza delle imprese e della finanza internazionale, che potendo giocare la partita a livello internazionale possono incrementare i profitti giocando sulle differenze di costi e di regolamentazione (arbitraggi) tra i vari paesi, avendo meno limiti e condizionamenti dagli Stati e democrazie nazionali; quindi in questi paesi, mentre questi soggetti sono meno condizionati e vincolati, di fatto hanno perso potere lo stato e la democrazia, con un incremento delle diseguaglianze, una diminuzione del welfare state e un aumento della insicurezza e della incertezza delle popolazioni. Se quindi vediamo le società occidentali in crisi economicamente e anche perché sono venuti meno i fenomeni di riequilibrio tra i poteri di cui abbiamo parlato, ed è questo il motivo di quella che qualcuno chiama stagnazione secolare ma in realtà si tratta di un arretramento del ruolo dello Stato e della democrazia che a sua volta genera una crisi economica e sociale.

martedì 30 agosto 2016

The Twin Insurgency

Oggi consigliamo l'articolo: The twin insurgency di Nils Gilman che è rettore associato alla California University (Berkeley), che potete trovare in lingua inglese qui, di seguito invece trovate la mia sintesi in italiano.

Gli Stati a causa  della globalizzazione devono affrontare una doppia "insurrezione", una dal basso e una dall'alto.
Dal basso la insurrezione viene da una serie di organizzazioni criminali interconnesse (cartelli della droga, trafficanti di esseri umani, trafficanti di armi, hackers, ecc...) che sfruttano le mancanze e le carenze delle istituzioni governative per costruire imperi commerciali globali.
Dall'alto la insurrezione viene da una "plutocrazia": élite globalizzate che cercano di svincolarsi dalle obbligazioni e responsabilità tradizionali e nazionali. Fanno parte di questa categoria: gli speculatori internazionali, i nuovi super ricchi, i legali dei paradisi fiscali e anche gli attivisti libertari, ecc..., che intraprendono una vasta campagna per limitare la capacità dei governi di esigere le tasse e la loro attività di regolazione o cercano di manipolare tali funzioni come mezzo a loro utile per la spietata competizione di business. 
Lo scopo di entrambi i gruppi è soprattutto ricavare delle zone di autonomia vanificando la capacità dello Stato di limitare la loro libertà (economica) di azione.

I fallimenti del modernismo sociale

Durante la cosiddetta era modernista sociale (1945-1971), gli Stati, sia capitalisti e sia comunisti, industrializzati o in via di sviluppo cercavano di legittimarsi servendo gli interessi della classe media che miravano ad espandere.
La costruzione del "welfare state" aveva lo scopo di promuovere il benessere generale, per cui  le tasse verso i ricchi non erano richieste da un ostilità di classe; il risultato anche di tali politiche fu la decrescita delle ineguaglianze, e la Guerra Fredda, rappresentando una alternativa al capitalismo, spinse le élite occidentali a un maggior impegno sociale.
A partire dagli anni '70 divenne chiaro che lo Stato modernista stava iniziando a non mantenere le promesse. Nell'occidente la inflazione e la stagnazione erodevano il consenso verso le politiche keynesiane di regolazione della domanda, mentre le economie dell'Est, oltre ad essere repressive,si mostravano economicamente inefficienti. Con la fine del Comunismo venne meno anche la concezione di sviluppo come responsabilità centrale dello Stato; molti Stati non pretesero neanche più di voler creare una società maggiormente egualitaria quanto piuttosto di massimizzare le opportunità individuali. Questa trasformazione del ruolo dello Stato, con la fine della Guerra Fredda, ha di fatto drammaticamente incrementato la precarietà nella vita delle classi medie e generato nuove forme di insicurezza. Allo stesso tempo, a livello ideologico, la crisi dello stato sociale nazionale ha minato l'abilità della classe media di organizzarsi per affrontare collettivamente le nuove minacce. 

La insurrezione della plutocrazia

La ritirata strategica dello Stato modernista sociale rappresenta l'abilitatore principale della insurrezione plutocratica. Il successo di tali élite è drammaticamente poco connesso con le fortune dei loro connazionali, come lo era nelle precedenti generazioni, inoltre la grande accumulazione di ricchezza del 21 secolo è dovuta alla alta tecnologia e ai servizi finanziari, che non prevedono l'utilizzo di masse di lavoratori. Il collasso del comunismo ha rimosso le precedenti limitazioni, con un cambiamento di come gli ultra ricchi concepiscono la loro relazione con la società, le loro personali fortune sono distinte dal successo della società nazionale nella quale risiedono. I plutocrati hanno fondato "think thanks" impegnati a creare un corpo di idee e proposte politiche con lo scopo di smantellare cosa è ancora rimasto della modernità sociale. La strategia politica associata alla insurrezione plutocratica è l'uso della austerità per affrontare gli shock economici per riscrivere i  contratti sociali sulla base di più ridotte obbligazioni sociali, con lo scopo ultimo di de collettivizzare i rischi sociali. Il prezzo che lo Stato chiede loro di pagare come tasse o peso regolatorio sorpassa i benefici che essi credono di ricevere per il fatto di vivere in tale Stato, il risultato è un disinvestimento morale e un disimpegno sociale.


La insurrezione criminale

L0 Stato ha perso la sua capacità di fornire una vita decente ai suoi cittadini, portando a un collasso nelle aspettative popolari che esso possa garantire il progresso. La debolezza degli Stati post-comunisti e post-sviluppo rappresenta un grave problema per le classi medie e ha offerto un vantaggio comparato per i commerci illeciti: imprenditori deviati hanno capito che l'arbitraggio tra le differenze morali e regolatorie che esistono nel mondo costituiscono una fantastica occasione di business  e cercano, quindi, di proteggere le loro rendite di mercato. Questi soggetti cercano di indebolire selettivamente lo Stato in modo da creare delle zone di autonomia economica e proteggere i loro traffici illeciti. L'uso della violenza porta gli imprenditori deviati in conflitto con le fonti di legittimità dello Stato trasformandoli da businessman devianti a criminali. La insurrezione criminale e quindi la forma che assume la globalizzazione deviata quando si espande e diventa consapevole della sua forza politica. D'altra parte tanto più la industria deviante cresce quanto più danni fa alla legittimità dello Stato in cui opera. Così, anche se gli insurrettori criminali non desiderano eliminare lo Stato ospite, essi favoriscono il processo catastrofico di implosione. 
Il collasso della capacità e della legittimità dello Stato sociale  ha dato vita non alla utopia post-storica di un consenso universale a favore di un capitalismo liberale e democratico (Fukuyama) ma piuttosto a un mostro a due teste nella forma di una secessione plutocratica e di globalizzazione deviata. Ciò che rappresentano entrambe le insurrezioni è la sostituzione della idea liberale di una autorità uniforme e di diritti all'interno dello spazio nazionale con un insieme caledoscopico di "microsovranità" di fatto e de jure.  In queste enclavi la sorgente dell'autorità e lealtà è solamente il denaro. In sintesi mentre la globalizzazione sta minando le istituzioni politiche e le identità e lealtà  nazionali, ciò che appare sostituirsi al nazionale non è una identità politica   "globale",  che i sognatori cosmopoliti hanno a lungo agognato, quanto piuttosto il ritorno a identità locali (clan, corporation, gangs). I perdenti in tutto ciò sono le classi medie che vedono erodersi le istituzioni costruite nel corso del 20 secolo per assicurare una qualità della vita ad una larga maggioranza. Nello sbriciolarsi della basi sociali della azione collettiva le classi medie possono affrontare una scelta: accettare una progressiva perdita di sicurezza sociale e di degradazione sociale o unirsi a una delle due insurrezioni.

Alcune riflessioni sull'articolo: l'analisi della evoluzione della società e dello Stato negli ultimi decenni sostanzialmente non è nuova (vedi ad esempio i libri di Reich), anche se in questo articolo viene ben evidenziato il ruolo e la importanza della criminalità, che spesso viene trascurata. Il finale è molto pessimista, mentre Reich ad esempio sprona i cittadini a riprendersi il controllo politico del loro destino. Certo vista la storia degli ultimi decenni non è facile invertire la rotta, come al solito il primo passo è essere consapevoli di quello che sta succedendo e non farsi distrarre da bersagli creati ad hoc (ad esempio gli immigrati, il modo islamico, ecc..) e soprattutto la unione degli sforzi da parte di tutti i cittadini e degli intellettuali, mentre vedo troppe divisioni che come sempre favoriscono il controllo delle élite.



martedì 12 luglio 2016

The political economy of liberal democracy

Oggi recensiamo un bellissimo articolo di D. Rodrik (Harvard University)  e S. Mukand (University of Warwick) sulla democrazia e quindi in linea con questo blog, che potete trovare qui in lingua inglese, se volete una esauriente sintesi la trovate di seguito. 
L' articolo inizia con una interessante definizione dei diritti, in particolare si suddividono in:

  • Diritti di proprietà, che proteggono i possessori di beni (assets) e investitori dalle espropriazioni dello Stato o altri gruppi;
  • Diritti politici, che garantiscono libere e corrette competizioni elettorali  e permettono ai vincitori di tali elezioni di determinare la politica soggetti solo alle limitazioni di altri diritti ( qualora ci siano);
  • Diritti civili, che assicurano la eguaglianza davanti alla legge, nella amministrazione della giustizia e la fornitura di altri beni pubblici come la istruzione e la salute.
Segue quindi una classificazione dei regimi politici in base a quale combinazione di questi diritti siano forniti.
Nelle dittature sono protetti solo i diritti di proprietà delle élite. I regimi liberali classici proteggono i diritti di proprietà e i diritti civili, ma non necessariamente i diritti elettorali. Le democrazie elettorali, che costituiscono la maggioranza delle democrazie attuali, proteggono i diritti di proprietà e i diritti politici, ma non i diritti civili. Le democrazie liberali proteggono tutti e tre i diritti. Ciascuno di questi diritti ha un chiaro e ben identificabile beneficiario. Dei  diritti di proprietà   beneficiano principalmente i ricchi, le élite proprietarie. Dei diritti politici beneficia la maggioranza, le masse organizzate e le forze popolari. Dei diritti civili ne hanno beneficio coloro che normalmente sono esclusi dalla spartizione di privilegi o del potere, le minoranze etniche, religiose, geografiche o ideologiche.  
Quando le élite proprietarie possono governare da sole stabiliscono un autocrazia che protegge i loro diritti di proprietà e poco altro. Ciò è stato l'esito usuale lungo l'arco della storia. La democrazia di massa, d'altra parte, richiede la comparsa di gruppi popolari organizzati che possano sfidare il potere delle élite. Nel 19° e 20° secolo i processi di industrializzazione, le guerre mondiali e la decolonizzazione hanno portato alla mobilitazione di tali gruppi. La democrazia, quando è nata, è stata tipicamente il risultato di uno scambio tra le élite e le masse mobilitate. Le élite hanno acconsentito  alle richieste  della massa affinché il diritto di voto fosse esteso (di norma) ai maschi senza limitazioni di ricchezza o proprietà. In cambio i nuovi gruppi, con diritto di voto, hanno accettato limiti nella possibilità di espropriare i proprietari.  In sintesi i diritti elettorali furono scambiati con i diritti di proprietà. La caratteristica di tale accordo politico è che esclude i maggiori beneficiari dei diritti civili, le minoranze senza proprietà, dal tavolo di trattativa. La concessione dei  diritti civili è costosa per la maggioranza e non necessaria per le élite, perciò l'accordo politico favorisce le democrazie elettorali piuttosto che le democrazie liberali. 
Ci sono alcune circostanze che possono favorire la nascita dei diritti civili:
  • non ci devono essere chiare e identificabili divisioni etiche, religiose o di altro tipo che dividano la minoranza dalla maggioranza;
  • le due divisioni che distinguono la maggioranza dalla minoranza e dalle élite alle non-élite devono essere strettamente collegate; in questo caso le élite cercheranno un  accordo  sui diritti civili e politici (vedi il caso del Sudafrica);
  • la maggioranza risulta debole o esigua e quindi cerca un accordo con la minoranza per sfidare la élite.
Quindi due divisioni giocano un ruolo cruciale, la prima è quella tra élite proprietarie e la massa;tale divisone è tipicamente economica (divisione della terra, della ricchezza ecc). La seconda, tra maggioranza e minoranza, è dovuta a differenze identitarie (etniche, religiose, ideologica  ecc... ), questo favorisce la democrazia elettorale piuttosto che quella liberale (la maggioranza può così godere di maggiori beni pubblici). Quando invece l'élite è correlata con la minoranza, le élite possono promuovere i diritti civili. Inoltre, dato che la tassazione è in genere minore in una democrazia liberale, le élite potrebbero supportarla per questo.
Nell Occidente la transizione verso la democrazia è una conseguenza della industrializzazione e della divisione tra capitalisti e lavoratori. Nei paesi in via di sviluppo invece, spesso, la principale divisione è di tipo identitario, per questo è più difficile la evoluzione verso una democrazia liberale. 
Un regime nel quale nessuno dei diritti è protetto è sia una dittatura personale o un anarchia dove lo Stato non ha autorità. Se sono protetti i diritti di proprietà ma non ci sono diritti politici e civili, significa che il regime è una governo oligarchico (autocrazia di destra). Un regime che fornisce solo i diritti politici ma non quelli di proprietà o civili sarebbe controllato da una minoranza e potrebbe somigliare a una dittatura del proletariato marxista. 
Quando sono protetti i diritti civili e quelli di proprietà ma non quelli politici siamo in un autocrazia liberale (ad esempio Gran Bretagna a fine '800). Quando sono mancanti i diritti civili ma non quelli di proprietà o politici siamo in una democrazia elettorale o illiberale (tipica dei paesi in via di sviluppo). Infine, solo quando tutti i diritti sono protetti, siamo in una democrazia liberale. 
Mentre la democrazia ha le radici nell'antica Grecia, la sua variante moderna è emersa a causa della Rivoluzione Industriale in Gran Bretagna e dell'Europa occidentale.
Quando gli agricoltori si sono mossi verso le città, le possibilità di azioni collettive di massa sono aumentate e il lavoro organizzato è divenuto una forza politica. La spinta verso la democrazia nel 19° secolo è dovuta, essenzialmente, alla domanda di espansione dei diritti elettorali dei non proprietari. I primi liberali facevano parte delle élite proprietarie, latifondisti e ricchi, cui obiettivo primario era di prevenire che la massa esercitasse un potere arbitrario su di essi.  Il fatto che i liberali in Occidente erano in larga parte proprietari portò alla unione dei due diritti: di proprietà e civili.
In Occidente il liberalismo ha preceduto le democrazie elettorali. Dove il liberalismo ha preceduto la democrazia, la democrazia si è mostrata più resistente.  
In altre parti del mondo la politicizzazione delle masse è arrivata non con la industrializzazione, ma con la decolonizzazione o con le guerre di indipendenza nazionali. 
Questo spiega le differenze tra le democrazie occidentali e le altre che non si sono formate  a causa del processo di industrializzazione e le divisioni di classe da questa generate.
Le divisioni di classe e di identità evolvono come risultato di sviluppi esogeni nell'economia e nella società come pure le strategie politiche messe in atto dai gruppi che si contendono il potere.
La democrazia liberale è quindi una strana bestia. Non sorge se non in una particolare situazione politica. Il liberalismo deve avere delle proprie "gambe" per ottenere credibilità. Le condizioni politiche generali che sono ritenute necessarie per una democrazia producono democrazie elettorali piuttosto che liberali.
Dei tre diritti, quelli di proprietà sono importanti per le élite, i diritti politici sono importanti per le masse, mentre i diritti civili proteggono le minoranze.Una democrazia liberale richiede tutti e tre i diritti mentre le democrazie elettorali producono solo i primi due.
La transizione verso la democrazia richiede la risoluzione del conflitto tra élite e masse. Divisioni aggiuntive, divisioni di identità in particolare, rendono più difficile la promozione di politiche liberali. Per questo la rarità delle democrazie liberali non è sorprendente.

martedì 28 giugno 2016

Brexit

Non posso non aggiungermi anche io ai commenti sul referendum sull'uscita dalla Unione Europea della Gran Bretagna. Ovviamente il risultato è stato insapettatato, anche se comunque se avesse vinto il "remain" con poco scarto non poteva non essere un segnale importante.  Diciamo che non mi spello le mani dalla gioia ne mi strappo i capelli dalla testa per disperazione, sinceramente se adesso i mercati si agitano dovrebbe preoccuparci meno del fatto che i cittadini sono da anni "agitati" con l'Europa. Infatti il problema è che per troppi anni sono state dimenticate le esigenze  dei cittadini per seguire scelte dettate dalle "cosiddette" élite; ora queste scelte non mi sono sembrate troppo intelligenti o dettate da superiori visioni, anzi sono state fatte scelte contrarie ad ogni logica economica oltre che sociale, tanto che poi si è dovuto ammettere che forse erano sbagliate. Nel frattempo si sono combinati disastri: dalla crisi greca, dove si è ridotto un paese già messo male alla fame e senza prospettive di crescita e, quasi ovunque, si è ridotta la prosperità adottando politiche di austerità quando servivano politiche espansive, cose che conosce bene anche un universitario del primo anno. Insomma un errore e un orrore continuato che ha portato l'Europa al ristagno, un gran massa di persone alla povertà, alla indigenza e alla disoccupazione. Se questo è il quadro a chi dobbiamo dare la colpa? Ai populismi, naturale conseguenza o alle scelte di chi è al comando? Detto tutto ciò adesso l'Europa è in crisi, anche se le conseguenze disastrose che sono state pronosticate sono tutte balle, fra poco finita la buriana si tornerà a una quasi normalità e i mercati torneranno a valori normali. La parola crisi nel suo significato originale etimologico significa valutare/ giudicare  quindi un accezione positiva, pertanto se i nostri politici europei sapessero valutare e giudicare bene potrebbe essere che la Brexit assuma un effetto tutto sommato positivo. La domanda è sarà così? Visto il livello di alcuni personaggi e alcuni commenti a caldo direi di no, mi sono sembrate reazioni stizzite piuttosto che razionali. Quindi a questo punto o si verifica un rinsavimento della politica europea oppure l'esito inevitabile è il dissolvimento dell'Unione Europea e dell'euro. Per alcuni questa è la situazione auspicabile, io continuo a sperare che invece si imbocchi un altra strada ovvero, attesi gli errori del passato, si passi ad una costruzione istituzionale dell'Europa che sia più funzionale e per questo anche più democratica e solidale. Sono convinto che il futuro è aperto, tutto può succedere anche se il recente passato ci induce da essere pessimisti. 

Scegliere i vincitori, salvare i perdenti - Marsilio editore

Il libro che recensiamo oggi è Scegliere i vincitori, salvare i perdenti di Franco Debenedetti, fratello del più noto Carlo. E un libro molto ricco di argomenti, forse anche troppo. In larga parte è la storia della cosiddetta “politica industriale” in Italia, soprattutto dal dopoguerra in poi, dove l’autore è stato protagonista essendo stato manager anche dell’Olivetti e poi anche senatore per alcune legislature. Questa parte è la più interessante con i retroscena, ovviamente di parte, su molte delle vicende che riguardano la industria, e non solo, di Stato. Ricostruisce quindi la storia degli interventi statali per poi descrivere il successivo periodo, quello delle privatizzazioni, con l’abbandono di molte attività da parte dello Stato. Il suo giudizio è chiaro, per lui è “insana” e “ideologica” la natura della politica industriale. Che lo Stato si sia occupato a lungo di attività non proprie, ad esempio auto e alimentare, e che gli interventi della Cassa per il Mezzogiorno siano stati in larga parte sprechi di denaro sono perfettamente d’accordo. Debenedetti non nasconde di essere “dall’altra parte del cielo” ovvero il mercato, e che la eccessiva invadenza dello Stato abbia inibito la iniziativa privata in molte occasioni, anche su questo sono perfettamente d’accordo. Quello che non condivido è la sua evidenziazione dei fallimenti dello Stato mentre sorvola sui fallimenti di mercato. Che la nostra politica industriale, soprattutto da un certo punto in poi, sia stata negativa è abbastanza evidente, mi pare anche evidente che comunque il nostro capitalismo è stato abbastanza asfittico sia per mancanza di capitali (capitalismo straccione) e sia per il blocco imposto da e per conto dei cosiddetti “salotti buoni”. Quello che non dice è che tutte le nazioni sviluppate hanno fatto e fanno “politica industriale” (intendendo in senso lato), e l’intervento dello Stato è comunque molto presente in tutte. Sicuramente ci sono modi diversi di concepire la politica industriale, ma nessuna nazione è stata completamente ferma su questo fronte. Nel libro cita l’esempio della Germania, che comunque fa una sua politica industriale, ma stranamente non cita la Francia molto interventista, che tra l’alto ha difeso strenuamente le sue imprese quando qualcuno (come il fratello Carlo) ha tentato delle incursioni oltralpe. Poi va considerato che il nostro paese è il secondo per livello industriale in Europa, possibile che questo non sia anche dovuto ad alcune iniziative dello Stato vista appunto la sua presenza? Non tutte le esperienze statali sono state infatti negative, molto è dipeso dagli uomini, ad esempio Mattei all’Eni, e anche l’IRI ha avuto alcune eccellenze (ad esempio le telecomunicazioni, dove per inciso i privati non avevano inizialmente voluto entrare). Non parliamo delle privatizzazioni, che in alcuni casi non sono state un successo, con situazioni di evidente distruzione di valore o, in alcuni casi, di regali di monopoli naturali ai privati. Insomma il quadro che fa mi pare condivisibile solo in parte, inoltre al suo posto non mi avventurerei in affermazioni come: “la capacità del mercato di autoregolarsi sembra ancora meritevole di fiducia” infatti, oltre a non essere suffragata da nessuna teoria economica, basterebbe ricordare il disastro combinato dei mercati lasciati a se stessi con l’ultima crisi per non essere così sicuri che si sappiano autoregolare.